L’incontro tra Stefàno e Liberti, l’infiltrato dell’Ilva tra gli ambientalisti, i rapporti con la Chiesa e il ruolo di Archinà nello sgombero del centro sociale Cloro Rosso. Ricostruzione e nuovi retroscena sul sistema dell’uomo fidato dei Riva.

La Ragnatela

di Andreina Baccaro tratto dal settimanale "Wemag"

11 / 12 / 2012

Si può davvero riassumere in una telefonata del 7 giugno 2010 tra il sindaco Ezio Stefàno e Girolamo Archinà, il senso profondo del “sistema Ilva”, quella melma gelatinosa che ha condizionato la vita politica, economica e sociale di un’intera città negli ultimi venti anni. Perché la ragnatela di rapporti intessuti dall’ex addetto alle relazioni esterne del siderurgico della famiglia Riva è anche uno specchio delle relazioni politiche, economiche e sociali sui cui si regge il sistema Taranto, i cui uomini forti, si scopre oggi, hanno bussato tutti alla porta di “mamma Ilva”.  
Il 7 giugno 2010, in piena emergenza benzo(a)pirene, il sindaco di Taranto, indagato per omissioni in atti d’ufficio in relazione alle prescrizioni a tutela dell’ambiente cittadino, chiede ad Archinà: «Dopo tutte queste cose qua, io come faccio a fare l’ordinanza?». Il riferimento è alla relazione dell’Arpa che certifica emissioni di benzo(a)pirene superiori ai limiti di legge «da addebitare in larga misura ai processi produttivi» della cokeria. Le conversazioni tra il sindaco ed Archinà «testimoniano del fatto che - scrive il gip Patrizia Todisco -, lungi dall’intervenire nelle vicende che riguardavano le emissioni tossiche del siderurgico con la fermezza ed incisività che le esigenze di tutela della salute pubblica imponevano, il sindaco di Taranto appariva incline ad assumere posizioni ed iniziative piuttosto accondiscendenti». Ma prima ancora dell’ordinanza, il 7 giugno 2010, Archinà «ben conscio dello studio da parte dell’Arpa Puglia si preoccupa degli esiti che punterebbero inequivocabilmente l’indice verso il settore cokerie dello stabilimento. Per tale ragione, nei vari colloqui con il sindaco, affronta il problema e si preoccupa di porre rimedio ad una eventuale richiesta di chiusura delle cokerie e quindi gli suggerisce di richiedere un parere alla massima autorità presente sul territorio, rappresentata dal prof. Liberti del Politecnico di Bari». Effettivamente, il 27 maggio 2010, undici giorni prima della firma dell’ordinanza con cui il sindaco impone all’Ilva di predisporre «un piano di ottimizzazione della gestione degli impianti», Stefàno e Liberti si incontrano a Palazzo di Città. «Dal tenore delle conversazioni - scrive il gip in riferimento alle telefonate precedenti l’incontro - si rileva in maniera inequivocabile che i due, sino a quelle telefonate, non si conoscevano (ciò costituisce un ulteriore indizio che fa propendere per la riconducibilità dell’iniziativa del sindaco all’Archinà)». 
Lorenzo Liberti è l’ex preside del Politecnico di Ingegneria di Taranto, accusato nell’ambito dell’inchiesta “Environment Sold out” di aver ricevuto una mazzetta da Archinà, proprio nel 2010, per “aggiustare” alcune consulenza per il Tribunale di Taranto. Si trova agli arresti domiciliari dal 26 novembre. 
Subito dopo la firma dell’ordinanza e il presunto incontro con il professore, Stefàno rilasciò ai giornalisti una dichiarazione già all’epoca molto discussa: «La molecola di benzo(a)pirene viene disintegrata dalla luce solare e quindi non raggiunge livelli tossici».
La Chiesa
Ripercorrendo la ragnatela di relazioni di Archinà, dal rapporto con il professore-consulente dell’Ilva, si arriva ai vertici della Curia. Don Marco Gerardo, attuale parroco della Chiesa della Madonna del Carmine, allora segretario dell’ex arcivescovo Benigno Luigi Papa, sarebbe sotto inchiesta, sebbene non abbia ricevuto alcun avviso di garanzia, per false dichiarazioni al pm. Il sacerdote ha confermato la versione di Archinà, il quale, per spiegare il prelevamento di 10mila euro in  contanti dalle casse dell’Ilva, ha dichiarato di averli donati alla Curia. Ma secondo la Procura quei soldi erano destinati a Liberti. La versione dell’accusa è supportata da una serie di incongruenze che gli investigatori hanno riscontrato nelle dichiarazioni sia di monsignor Papa che di don Marco Gerardo, prima fra tutte l’assenza di un versamento, nei giorni immediatamente successivi al 26 marzo 2010, sul conto intestato all’arcivescovo sul quale solitamente venivano versate le donazioni dell’Ilva. Lo stesso monsignore, infatti, ha dichiarato ai pm che l’azienda era solita fare donazioni a Pasqua e a Natale. Somme tra i 3mila e i 5mila euro, non registrate, che venivano poi versate sul conto personale del vescovo. Dalle verifiche del conto di monsignor Papa, oltre ai numerosi movimenti a cinque zeri, sarebbe stata riscontrata anche una singolare passione del prelato per la compravendita di azioni.
il poliziotto 
Secondo l’accusa Archinà aveva anche la sua talpa nella Questura di Taranto. Frequenti, infatti, erano i contatti telefonici con l’ispettore della Digos Aldo De Michele che, nell’aprile del 2010, gli chiede un favore per il cognato di un collega, lavoratore somministrato Ilva il cui contratto era in scadenza. «Ma l’episodio che più di tutti desta particolare inquietudine - si legge nell’ordinanza di custodia cautelare - è rappresentato dall’informazione che il De Michele forniva ad Archinà circa un incontro riservato che il Procuratore di Taranto aveva avuto il 7 giugno 2010, presso la Questura, con il prof. Giorgio Assennato - direttore Arpa, ndr». De Michele rivela ad Archinà che durante quell’incontro, riguardante la famosa relazione dell’Arpa sul benzo(a)pirene, il procuratore Franco Sebastio aveva richiesto ad Assennato un’ulteriore relazione, in quanto erano ipotizzabili i reati di disastro ambientale. 
Le conversazioni tra De Michele e Archinà, però, riguardano anche altro. Il poliziotto informava il suo interlocutore su manifestazioni e iniziative delle associazioni ambientaliste arrivando a parlare di pressioni su don Marco Gerardo affinché impedisse alle parrocchie di concedere agli ambientalisti spazi in cui incontrarsi, e sul sindaco perché negasse autorizzazioni a manifestazioni. Archinà afferma anche che un dipendente Ilva dell’ufficio del personale ha assistito ad alcune riunioni di ambientalisti. 
Nella primavera del 2010, Archinà è preoccupato dell’apparizione in città di alcuni graffiti contro l’inquinamento e il poliziotto lo informa che è opera del centro sociale Cloro Rosso - che di lì a poco verrà sgomberato con un’ordinanza del sindaco che lo stesso Archinà segue passo per passo, ndr - e di rivolgersi «all’amico suo a Palazzo di Città per farli togliere». L’8 giugno 2010 i due parlano al telefono proprio dello sgombero del centro sociale. 
De Michele: poi abbiamo sequestrato nella sede del Cloro Rosso il clichè dello stampo che hanno fatto sui muri e sui marciapiedi.
Archinà: ah! E quindi?
D: abbiamo fatto il sequestro penale a carico dei soggetti perché abbiamo fatto lo sgombero stamattina
A: ah, avete fatto...si perché ho visto l’assessore
D: è arrivato Ciccio Voccoli e company e il sindaco s’è rimangiato tutto
A: l’ha riconsegnato?
D: sì, sì
A: no, perché ti dico questo? Perché ad un certo punto io stavo dal sindaco stamattina ed è arrivato veloce veloce da Bari l’assessore Fratoianni!
D: si, si, si, tutto l’entourage di Rifondazione è arrivata.
A: e quindi si è rimangiato l’ordinanza.
D: si, si, si è rimangiato tutto però abbiamo fatto il sequestro del cliché e di altro materiale che c’era lì.
A: e però io stamattina sentivo parlare il sindaco con Fratoianni e diceva vedi che io sono stato denunciato anche dalla Procura.
D: chi?
A: il sindaco! ...è vero?
D: non è vero! Si voleva creare un alibi
(…)
A: e perché l’hanno messo sotto schiaffo!
D: questa è la situazione! Eh, in mano a chi stiamo! 
 
la stampa
«Di estremo interesse - scrive il gip - Per comprendere i rapporti che l’Ilva intratteneva con certa stampa e radiotelevisioni locali, asservite agli interessi e alla propaganda della proprietà industriale, risultano alcune conversazioni telefoniche intercettate». Da queste emerge, secondo gli investigatori, «il fare estorsivo» di alcune richieste in denaro avanzate da un giornalista e dal suo editore con le quali, in cambio di sostanziosi contratti pubblicitari, si prometteva una linea editoriale favorevole all’azienda. In altri casi, Archinà riusciva addirittura a far pubblicare su un quotidiano interventi di un fantomatico esperto scientifico, un inesistente Angelo Battista, che screditavano dati e informazioni diffusi sull’inquinamento. 
la provincia
Il sistema Archinà, come emerge dalla ricostruzione degli investigatori, si sarebbe basato essenzialmente su un sistema di pressioni su amministratori e politici compiacenti «finalizzati alla positiva e manipolata soluzione di talune problematiche connesse al rilascio di autorizzazioni in materia ambientale». In tale contesto si iscrivono i rapporti tra Archinà, Fabio Riva e l’ex assessore all’Ambiente della Provincia di Taranto, Michele Conserva, ai domiciliari perché accusato di aver accelerato l’iter di alcune autorizzazioni in cambio di consulenze affidate a uno studio amico. «I rapporti tra Archinà e Conserva erano finalizzati ad ottenere con celerità l’autorizzazione della discarica» in zona Mater Gratiae, interna all’Ilva, arrivando a fare pressioni su due dirigenti del Settore Ecologia e Ambiente dell’ente.
la regione
«I contatti con gli organi politico-istituzionali non erano circoscritti alla sola realtà locale ma afferivano anche a quella regionale, tant’è che Archinà faceva continuamente la spola tra Taranto e Bari, ove aveva numerosi incontri con personaggi di spicco del consesso regionale». «Gli incontri avevano sempre un unico filo conduttore, quello di far sì che le iniziative istituzionali in materia ambientale non nuocessero all’Ilva, nel senso che non fossero d’impatto dal punto di vista economico in termini di investimenti per apportare modifiche agli impianti inquinanti e non esponessero l’azienda dal punto di vista penale». Il gip  scrive tra l’altro di «un’attenta regia» del presidente della Regione Puglia per rendere più “accomodante” Assennato. E Archinà scrive in una mail del 22 giugno a Fabio Riva: «Vendola si era fortemente adirato con i vertici dell’Arpa Puglia, cioè il direttore scientifico dottor Blonda e il direttore generale porf. Assennato, sostenendo che loro non devono assolutamente attaccare l’Ilva di Taranto». 
«Le sollecitazioni alle quali veniva sottoposto Assennato non giungevano solo dai palazzi pugliesi ma anche e direttamente dal Ministero dell’Ambiente». Gli investigatori parlano di «scenari assolutamente aberranti circa la capacità di infiltrazione e manipolazione delle istituzioni. Emerge con chiarezza che l’avvocato Perli - legale dell’azienda, ndr - aveva contatti diretti con l’avvocato Luigi Pelaggi e con l’ingegner Dario Ticali, rispettivamente membro e presidente della commissione IPPC». Pelaggi, «vera e propria testa di ponte tra vertici Ilva e Commissione, era colui il quale cercava di orientare la Commissione nella direzione richiesta». Proprio sull’iter autorizzativo della prima Aia, che porta direttamente agli uomini fidati dell’ex ministro Stefania Prestigiacomo, sono concentrati ora i riflettori della Procura.

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