La soluzione alla crisi climatica globale: rivoluzione passiva o rivoluzione ecologica?

19 / 5 / 2021

Dopo decenni di negazionismo climatico e di greenwashing, l’establishment mondiale è stato messo spalle al muro dai movimenti per la giustizia climatica. Il rischio, tuttavia, è che l’imminente transizione ecologica si converta in una rivoluzione passiva, lasciando inalterate le diseguaglianze esistenti.

Il concetto di rivoluzione passiva

Il concetto di rivoluzione passiva venne introdotto da Vincenzo Cuoco e poi ripreso e rielaborato da Antonio Gramsci. Si tratta evidentemente di un ossimoro con cui l'intellettuale marxista intendeva una strategia attuata dalle élite per rispondere ad un momento di crisi provocato dalla mobilitazione popolare. La rivoluzione passiva consiste in un congiunto di azioni promosse dall’alto che accoglie solamente una parte delle rivendicazioni popolari, cercando di placare il fermento sociale e quindi di scongiurare una vera rivoluzione. In definitiva la rivoluzione passiva è funzionale al mantenimento del dominio delle élite. Secondo Gramsci tanto il Risorgimento quanto il Fascismo sono state rivoluzioni passive.

Le quattro strategie dell’élite italiana di fronte alla crisi climatica

Il fatto che la crisi climatica globale sia la più grande minaccia per l’umanità e il pianeta ha un consenso scientifico da decenni, eppure le misure adottate ad oggi per limitare l’innalzamento delle temperature globali sono state largamente insufficienti. È bene ricordarlo: la crisi climatica non è una minaccia futura, ma una realtà che se non fermata provocherà un crescendo di violazioni di massa dei diritti umani e un crollo della qualità di vita, in particolar modo per i paesi e per le persone più vulnerabili. L’esempio più drammatico è la pandemia di Covid-19, molto probabilmente una conseguenza delle alterazioni climatiche[1].

Di fronte alle decennali pressioni del movimento ecologista, l'élite politica ed economica mondiale ha reagito attraverso quattro strategie, spesso complementari.

La prima è quella del negazionismo climatico o comunque di minimizzazione dei rischi, dominante per lungo tempo tra le forze politiche più vicine al capitale (liberali, conservatori e nazional-populisti).

La seconda strategia è quella del trasformismo. Con questo concetto Gramsci intendeva la cooptazione degli oppositori da parte delle élite, ad esempio tramite la promessa di incarichi e funzioni. In tutta l’Europa occidentale gli esponenti dell’ecologismo sono stati integrati da decenni nei partiti e nelle istituzioni statali ottenendo risultati molto modesti in termini di politiche, derivanti certamente da una chiara posizione di debolezza rispetto alle forze della growth machine (la macchina della crescita) presenti dentro e fuori lo Stato. 

Una terza strategia è quella del greenwashing: l’élite si appropria ed addomestica i temi ambientali e climatici e li include nel discorso egemonico per mascherare l’assenza di azioni concrete. Classici esempi sono grandi aziende quali ENI ed Amazon, ma in un certo senso anche la maggior parte dei governi occidentali dagli anni ‘90.

Una quarta strategia è quella della colpevolizzazione dei cittadini comuni. In alcune narrazioni egemoniche, la crisi climatica è colpa di tutti e quindi la priorità dev’essere l’adozione di uno stile di vita più sostenibile. Ma questo occulta il fatto che il 35% delle emissioni di CO2 e metano siano causate da 20 multinazionali[2] e che l’impronta energetica de 10% più ricco sia 20 venti quella del 10% più povero[3]. È evidente, inoltre, che la riconversione del nostro sistema economico richieda enormi investimenti pubblici.

La quinta strategia: la rivoluzione passiva

Una parte importante dell’establishment politico e capitalista sembra essersi ormai resa conto che la transizione ecologica è inevitabile, grazie alle pressioni congiunte della comunità scientifica e di movimenti per la giustizia climatica quali Fridays for Future ed Extinction Rebellion ma anche, in parte, dei mercati. L’America di Biden e l’Unione Europea mostrano un’ambizione maggiore rispetto al passato, anche se tutt’ora insufficiente, mentre l’Italia inaugura il nuovo Ministero della Transizione Ecologica e si prepara a ricevere i fondi della Next Generation EU.

Il rischio, però, è che si tratti di una rivoluzione passiva: una transizione ecologica con ambizioni insufficienti, guidata dall’alto e senza partecipazione democratica. È molto chiaro che siamo di fronte ad un accoglimento molto parziale delle richieste dei movimenti ecologisti. Questa probabile transizione si profila come moderata, tecnocratica[4], de-politicizzata, in grado di escludere le proposte più progressiste e radicali quali la tassazione delle industrie più inquinanti e dei grandi patrimoni, di ridistribuzione nazionale e globale delle ricchezze, di uno stop alle grandi opere dannose. Una transizione in cui, quanto meno nella versione italiana, le grandi aziende inquinanti dei combustibili fossili avranno un ruolo cruciale.

In definitiva, la rivoluzione passiva che ha in mente l'élite globale ha lo scopo di placare la pressione dei movimenti e di neutralizzare le richieste più radicali. Il problema è che senza la messa in discussione del modello capitalista e consumista della crescita infinita non è detto che si possano scongiurare i peggiori effetti della crisi climatica.

L’unica soluzione: la rivoluzione ecologica

Ai movimenti ecologisti non resta altro che non abbassare la guardia, rimanere vigili, non cadere nella trappola della cooptazione delle idee e delle persone e continuare a moltiplicare le pressioni, sia attraverso la “guerra di posizione”, l’esercizio dell’influenza culturale sull’opinione pubblica e l’élite, sia con la “guerra di manovra[5]”, la combinazione di protesta e pressione istituzionale. Sperando che tutto ciò possa anche portare all’ascesa nel nostro paese di una nuova generazione di politici ecologisti come in molti paesi europei quali Francia e Germania.

I movimenti per la giustizia climatica devono continuare a mobilitarsi affinché la transizione ecologica mondiale porti non solo ad un drastico taglio delle emissioni di gas serra ma che vada anche nella direzione di una ridistribuzione del potere e della ricchezza e di una maggiore democratizzazione delle nostre società. Ciò di cui abbiamo bisogno non è una rivoluzione passiva, ma una vera rivoluzione ecologica.

** Matteo Spini, dottorando in Analysis of Social and Economic Processes presso l'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Si occupa di diritti dell'infanzia e di movimenti sociali.

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Note

[1] Per approfondire, leggi qui o qui

[2]https:// www.theguardian.com/environment/2019/oct/09/revealed-20-firms-third-carbon-emissions.

[3] https://www.nature.com/articles/s41560-020-0579-8.

[4] Non a caso a guidarla potrebbero essere tecnici come Draghi e Cingolani. 

[5] Si tratta di altri due concetti gramsciani.

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