Nonostante il riflusso di movimento e la repressione, gli attivisti greci sperimentano nuove dimensioni conflittuali

L'alba non ha fretta

Viaggio nella Grecia della crisi e delle autogestioni

13 / 8 / 2013

[…] L’alba non ha fretta 
I miei passi è la notte che li aspetta 
Fatevi più stretti attorno 
Questa sera non mi basta il mondo 
Tornano i miei passi in coro 
Nel cerchio del rebetiko da solo […]
da Vinicio Capossela, Rebetiko Mou (Album: Rebetiko Gymnastas, 2012)

E' Agosto e sia Atene che Salonicco, le principali città della Grecia, ci appaiono gremite, non solo di turisti. Dall'altra parte alcuni dei luoghi della tradizionale vacanza dei greci (come la Corinzia e le isole del golfo di Saronico) ci sembrano invece abbastanza vuoti, popolati un po' dalla presenza di stranieri.

Chi può, si sposta solo nel week-end oppure si trasferisce per qualche settimana nella case di “villeggiatura” comprate in tempi migliori. La crisi costringe a casa, modifica i consumi, le abitudini, i modi di vivere.

E' quello che ci dicono tutti nel corso delle chiacchierate fatte durante un tour che è andato dal sud al nord della penisola.

I greci sono un popolo reattivo e vivo. Chi si aspetta di arrivare qui e trovare volti spenti o parole lamentose, si sbaglia. Tutti quelli con cui ci fermiamo a chiacchierare ci raccontano analiticamente le fasi di questi lunghissimi anni di crisi, identificano i colpevoli, distinguendo bene il ruolo autoritario della Troika dalle colpe ataviche dei partiti politici corrotti. Sanno che la crisi che ha modificato radicalmente le vite, all'orizzonte non sembra avere alcuna prospettiva di risoluzione. Sanno anche di essere soli, sanno che qui ogni istituzione è corrotta e malata e che non ci si può fidare di nessuno al di fuori di se stessi o della propria comunità. L'odio per la politica, per i magnate locali e per la polizia è un mantra condiviso. Tuttavia c'è una sorta di ansia di normalità che fa sì che, contando meticolosamente ogni singolo euro, anche qui sembri la solita estate. In realtà non è affatto così. In Grecia c'è il governo più fascista che questo paese abbia conosciuto dopo l'epoca tetra dei colonnelli, i segnali di ripresa sono evidentemente assenti, il pubblico è ormai un colabrodo (ed è rianimato dalle sporadiche e preziose esperienze di autogestione dei servizi come nel caso di alcuni ospedali e di uno dei canali della televisione pubblica chiusa recentemente) , i movimenti sociali sono frammentati e stanchi. Nessuna narrazione che abbia l'ambizione di cercare un'omogeneità può raccontare senza forzature, un paese in cui non si contano i negozi chiusi, in cui i ristorati sono vuoti ed i take-away con le pite a pochi euro gremiti, in cui la consapevolezza delle responsabilità crea uno strano connubio tra rabbia e impotenza, che spiega meglio di ogni altra cosa come ci si è trovati in centinaia di migliaia a Syntagma, solo due anni fa.

Quella che viene individuata dai greci come la cittadella delle culture underground ed antagoniste, Exarchia, è brulicante di giovani seduti ai tavolini dei bar, mentre la piazza centrale (Piazza Exarchia appunto) è piena di striscioni contro la spietata repressione che sta colpendo il dissenso politico in Grecia. Una repressione che viene rincarata peraltro dalle pressioni sul governo da parte di Alba Dorata, il partito neofascista che riesce a fare lobbing con il peso del suo 6.92% e dei suoi diciotto rappresentanti in parlamento. E' fatto di retate e provvedimenti penali, molto spesso con carcere ed arresti domiciliari, l'attacco di polizia e giudici contro quegli attivisti greci che provano a tenere vivo il focolaio critico nei confronti dell'etero-direzione finanziaria e della corruzione nazionale, secondo un punto di vista anti-razzista ed anti-autoritario. Si adotta spesso pure il provvedimento della cauzione per scagionare i militanti dal carcere preventivo. Insomma, viene tentato un drenaggio di libertà e denaro a scapito delle realtà di movimento che ha evidentemente assorbito gran parte delle risorse militanti durante gli ultimi mesi. Proprio per questa ragione, ad Exarchia, collettivi diversi soprattutto anarchici ed autonomi hanno occupato un ex caffè letterario, uno stabile di proprietà del Ministero della Sanità, dando vita al K*Box, un bellissimo spazio sociale organizzato proprio per supportare economicamente chi è detenuto per motivi politici, oltre che per farsi catalizzatore di dibattiti pubblici ed occasioni di approfondimento specificamente sul tema della restrizione della democrazia.

Il K*Box è ovviamente sotto minaccia di sgombero, come tante occupazioni ad Atene e nel resto della penisola. Proprio durante il nostro soggiorno nella capitale, ci ritroviamo nel bel mezzo di un presidio di protesta contro lo sgombero – avvenuto un paio di giorni prima – di tre squats della città di Patrasso, a sud della penisola greca. In quella occasione dei giovani presidianti ci raccontano anche del recente sgombero ad Atene di Villa Amalia, uno spazio occupato ed autogestito da varie organizzazioni di movimento sin dal 1990. Villa Amalia, per quel che ci raccontano in tante e tanti, era il quartier generale delle realtà organizzare (soprattutto anarchiche) e dunque uno dei centri propulsori delle azioni più radicali che hanno infiammato Atene negli ultimi anni. Sia questo, che gli sgomberi recentissimi di Patrasso sono arrivati dopo mesi di guerriglia con i fascisti di Alba Dorata, che hanno anticipato le forze dell'ordine, con attacchi notturni agli spazi.

La connivenza tra fascismo, polizia e partiti di centro-destra lascia poco spazio alle interpretazioni. La sinergia con cui agiscono quotidianamente ne dimostra il sodalizio sigillato dagli sgomberi.

Tuttavia, anche in Grecia come in Italia, nonostante il riflusso dei movimenti, non si interrompe l'iniziativa popolare ed organizzata autonomamente per l'alternativa alla stretta tirannica della Trojka nonché al malgoverno nazionale. La difesa faticosissima dalla polizia che arresta indiscriminatamente e presidia le strade e i siti che ritiene “sensibili”, lascia incredibilmente spazio anche a nuove ed interessanti affermazioni, che potrebbero essere i semi che germoglieranno in nuovo autunno caldo. Questo almeno è quello che sperano e per cui lavorano quotidianamente gli attivisti.

C'è chi, come l'A.K. (Antiexousiastiki Kinisi ovvero Movimento Anti-autoritario), facendo ricchezza del contatto con le moltitudini tutti i giorni in piazza fino a poco più di un anno fa, ha avuto modo di uscire da chiusure identitarie e quindi di crescere – non senza problemi giudiziari – in termini di organizzazione. Oggi è un network con sedi fisiche attive politicamente e socialmente in varie città greche. Proprio i militanti di A.K. Ci hanno raccontato come dalla loro provenienza anarchica oggi giungono a cercare nuove linee di elaborazione e soprattutto sperimentano pratiche conflittuali tanto radicali quanto comprensibili dal resto della popolazione. Abbiamo avuto anche modo di osservare due delle loro autogestioni, una ad Atene, “Nosotros”, ed un'altra a Salonicco, “Micropolis”Entrambe si sviluppano su edifici di tre piani, che hanno funzionalizzato ogni angolo delle strutture attraverso l'organizzazione di corsi di lingua per stranieri- in un Pese in cui il razzismo cresce di giorno in giorno insieme con la povertà e la disperazione sociale e permette alle organizzazioni neofasciste di accrescere il consenso e agire indisturbate-, laboratori aperti alla popolazione giovane e meno giovane, mediacenter, per sportelli di consulenza sociale, uffici dediti all'organizzazione delle mobilitazioni e del festival di musica e dibattiti che gli antiautoritari promuovono ogni anno.

Quando parliamo di antiautoritarismo in Grecia dobbiamo tenere ben presenti alcuni elementi storici e politici per non fraintendere l'uso del termine e la sua stessa definizione. Parliamo di un paese che si è liberato recentissimamente da una dittatura militare e che di contro ha immediatamente conosciuto l'indiscriminata corruzione dei partiti politici che si richiamavano alla socialdemocrazia europea Parliamo inoltre di un paese in cui i corpi di polizia sono sfrontatamente “bande” di violenti che agiscono impuniti nelle città ed i cui dirigenti sono reclutati tra i simpatizzanti della destra delle più remote province greche. Parliamo di un paese che in poco più di trent'anni ha conosciuto i colonnelli, la bambagia della politica corrotta e il commissariamento europeo della troika.

L'idea che ci siamo fatti è che qui antiautoritarismo sia immediatamente critica alle forme diversificate del potere, affermazione della libertà di pensare un vita fuori dal controllo ibrido di cops e commissari.

C'è poi chi, ed è il caso della Diktyo (in greco “La Rete”), mette al centro il tema della solidarietà e si organizza, come la definiscono i suoi attivisti, quale «rete per i diritti politici e sociali», occupandosi di reddito, democrazia, welfare e soprattutto di cittadinanza. Della Dictyo abbiamo visto la sede ateniese, due palazzine di cui una in fitto ed una occupata, in cui ci sono la base politica dell'organizzazione, uno spazio ricreativo e una serie di attività fisse per la pratica della solidarietà, in primis quella con i migranti ma anche con altre soggettività che «subiscono le varie forme di discriminazione sociale», come ci spiega in un ottimo italiano Giorgio, uno storico militante della rete. Dictyo sembra essere tra le organizzazioni di movimento quella con maggiore radicamento sociale, sia per lunghezza del lavoro svolto (la rete è operativa dal 1992), sia per le soggettività di riferimento. Questo fa abbastanza paura alle istituzioni che non risparmiano raid intimidatori alla sua sede: solo a pochi mesi fa risale l'ultimo blitz della polizia che durante lo svolgimento delle quotidiane attività della rete, è entrata forzosamente nella struttura ferendo un'attivista che provava ad impedirgli l'ingresso tenendo la porta chiusa. Tuttavia sempre Giorgio ci spiega come questa realtà non si limiti solo al lavoro “sociale” ma si riveli da anni «abbastanza organizzata da essere in grado di resistere in piazza agli attacchi delle forze dell'ordine».

C'è chi, poi, ha dato vita ad esperienze innovative sul piano della riappropriazione di spazi e risorse, come il Teatro Embros di Atene che anima in Grecia pratiche e ragionamenti intorno al tema dei commons sulla scia del dibattito italiano. Embros è un'occupazione che si definisce “funzionale”, sulla base di ragionamenti molto simili a quelli che animano i nostri spazi occupati negli ultimi due anni. Nonostante sia un teatro, la soggettività che lo ha riaperto è un eterogeneo gruppo di lavoratori e lavoratrici dell'immateriale e di giovani e meno giovani professionisti che la crisi ha privato di lavoro e spazi di espressione. Una collettività evidentemente più adulta che risponde ad un'esigenza diversa da quelle delle altre occupazioni di Exarchia, ma ugualmente preziosa e produttiva sul piano della proposta culturale e dell'analisi.

C'è inoltre una questione territoriale che investe però i movimenti greci tutti in questa calda estate del 2013. E' la battaglia delle comunità di Skouries, in Calcidica, contro l'apertura di una maxi-miniera su cui ha messo gli occhi dala corporation canadese Eldorado Gold. La difesa di quel territorio contro gli interessi delle lobby internazionali, ben saldati con quelli dei potentati locali, è diventata una simbolica battaglia contro i capitalismo predatorio, ecco perchè con tanti dei compagni con cui chiacchieriamo, anche se non hanno familiarità con la categoria politica dei commons, ci capiamo immediatamente. Skouries è un terreno di scontro mensile per tutte le forze militanti greche ed è chiaramente una delle questioni su cui si accanisce manu militari il governo, attraverso le forze di polizia.

Infine c'è chi continua ad animare vertenze sul terreno del lavoro. Ogni giorno scioperi e cortei delle industrie in crisi bloccano per qualche ora il traffico delle maggiori città elleniche. La Vio.me. era una di queste. Si tratta di un'impresa di materiali e collanti edili ( tra l'altro altamente inquinanti). La sua fabbrica è situata nella zona della grande distribuzione alla periferia della Salonicco, la città del rebetiko, coacervo multiculturale e ribelle che parla la lingua meticcia dell'Europa, dei balcani e del mediterraneo. Nel 2011 la proprietà decise di chiudere questa azienda e i trentotto operai che ci lavoravano, in barba alle burocrazie sindacali, scelsero di auto-organizzare la propria lotta, di tenere aperta l'area industriale, occupandola ed autogestendola. Oggi la Vio.me. Produce saponi ecologici ed è diventata un interessantissimo terreno di sperimentazione per un modo diverso e cooperativo di produrre sottraendosi al ricatto padronale.

L'operaio che ci accompagna a visitare la fabbrica, chiusa per una pausa estiva quindicinale, si alterna insieme ad altri per sorvegliare il sito. Ci racconta in un greco condito di qualche vocabolo inglese che il palco al centro del cortile ha ospitato recentemente intellettuali come Naomi Klain, ci mostra i fogli con le turnazioni di lavoro che riprenderanno a partire dal 20 Agosto e ci presenta orgoglioso i prodotti finiti della loro produzione autogestita.

Nella Grecia in cui scarseggiano le materie prime ed i consumi vivono una crisi senza precedenti le fabbriche chiudono quotidianamente, lasciando per strada migliaia di persone, spesso di mezza età, senza possibilità alcuna di trovare un posto di lavoro. L'esperienza della Vio.me è importantissima non solo come caso singolare, ma come potenza di un modello riproducibile e rigenerativo di risposta autonoma ed autorganizzata alla crisi. Gli operai questo lo hanno capito, ecco perchè si affannano a connettere la loro esperienza con analisti e movimenti internazionali.

Osservare microscopicamente le esperienze di lotta e di autogestione di questo paese di cui la troika ha deciso di fare il terreno di sperimentazione della macelleria sociale a cui sono destinate le popolazioni europee, a partire dalla sua area meridionale, permette di comprendere bene quanto il lavoro ai fianchi del mostro neoliberale sia prezioso, anche in fasi in cui sembra non esserci sufficiente energia. L'autogestione è una risposta che convince sempre più, laddove il pubblico si arrovella su di sé e sulle proprie “clientele” e il privato banchetta con finanza e corporation. Nel calderone ellenico bolle un fermento sociale e culturale inedito insieme con un consapevolezza che non lascia margine di errore a quelle forze della sinistra parlamentare che hanno preso una enorme percentuale di consenso alle ultime elezioni politiche, come SYRIZA. Le realtà di movimento greche più lungimiranti sanno che è importantissimo avere una sinistra anticapitalista forte in Parlamento ( lo sanno soprattutto quando pensano alla tragedia partitica italiana), ma sanno anche bene che quella forma di organizzazione lì, per quanto sperimentale e piene di connessioni con i movimenti sociali, non è sufficiente per rispondere all'attacco frontale della Troika.

Si lavora instancabilmente per un autunno caldo, per una nuova e per altre cento Syntagma che mandino a casa questo orribile governo post-fascista tanto gradito alla Merkel, a Draghi e ai poteri finanziari europei.

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La Grecia delle autogestioni