Lampedusa, Europa

Uno sguardo ampio sulla vicenda della Sea Watch e la mossa della capitana Carola Rackete. Di Vincenzo Romania, professore associato di Sociologia presso l’Università di Padova

28 / 6 / 2019

Sulla questione Sea Watch serve, credo, uno sguardo più ampio e complesso di quello che si legge in questi giorni nella contrapposizione "Salvini-antisalviniani", così definita perché è da Salvini che discendono tutte le categorie interpretative. Bisogna cioè avere il coraggio di non fermarsi al doppio vincolo superficiale fra cattivisti che reclamano agibilità politica e buonisti, né farsi ammaliare dalle sirene delle dinamiche politiche interne, ma allargare gli orizzonti e le responsabilità a tutti gli attori che, dentro e fuori dall’Italia, hanno prodotto l’attacco alle ONG a cui assistiamo in questi mesi, il prolungato stallo nelle operazioni di soccorso nel Mediterraneo e la conseguente risposta politica alla negazione de facto del diritto d’asilo.

L’ultimo e più evidente esito di questo lento stillicidio politico è il Decreto Sicurezza bis. Agli artt. 1 e 2 si rende legittimo il blocco di una nave sospetta di favoreggiamento della clandestinità, fuori dai confini navali italiani. Si mette cioè sullo stesso piano chi non ha ancora varcato il confine dello Stato italiano con chi lo ha fatto consapevolmente senza titolo; e si equipara la funzione del salvataggio in mare – ricordiamo necessaria e obbligatoria – al traffico di esseri umani. Ciò va palesemente contro l’art.10 della Costituzione Italiana, le direttive europee sui rifugiati e gran parte delle convenzioni internazionali che l’Italia ha firmato: la Convenzione di Ginevra, la Convenzione europea per i diritti dell’uomo, la Convenzione Internazionale per la salvaguardia della vita umana in mare, la Convenzione Internazionale sulla Ricerca e il Salvataggio in mare. Si limitano cioè di fatto le possibilità di richiedere rifugio e asilo politico a chi ne è potenzialmente titolare, si impediscono le operazioni di sheltering e si rende quasi automatico il principio di refoulement, ossia il respingimento verso Paesi ove il rispetto dei diritti umani è peggiore che in Italia (la Libia, per inciso). Ciò nonostante, il medesimo Decreto è stato controfirmato dal Presidente della Repubblica e non ha ancora ricevuto alcun giudizio di incostituzionalità né di incompatibilità con le norme europee. Bello o brutto che sia, quindi, è in vigore e non è così pacifico che saranno gli atti di disobbedienza a farlo cadere o a creare un’opinione pubblica favorevole a ciò.
La situazione di crisi nel Mediterraneo non è quindi un fatto interno italiano, ma la sua portata politica si estende a tutta l’UE, tenuto conto del trattato di Dublino, e del fatto che Roma coordina le operazioni di SAR (search and rescue) nel Mediterraneo.

Detto ciò, non concentriamoci su Salvini, per una serie di ragioni, non solo perché facciamo il suo gioco:

- la Libia è il luogo dove l’Ue e l’Italia, da Frontex agli accordi italo-libici sottoscritti da Berlusconi e Gheddafi in poi, hanno esternalizzato le loro frontiere. Il finanziamento delle prigioni libiche, delle motovedette e altre provvigioni economiche e non, hanno di fatto incluso la Libia all’interno della governance dei confini europei. Lo stesso concetto di SAR libica è un abominio e non è farina del sacco del buon Matteo Salvini;

- non c’è nessuna palese iniziativa né dell’opposizione parlamentare italiana né dell’UE per negare quel solco che parte da Minniti e arriva a Salvini stesso, o rimettere in discussione i trattati di Dublino in negativo e riaccendere le operazioni alla Triton in positivo. La forza degli strali xenofobi è perciò direttamente proporzionale alla potenza negativa del silenzio di chi dovrebbe opporvisi fattivamente. Fissarsi su Salvini comporta, in altre parole, il rischio di non comprendere le premesse strutturali che fanno da sfondo all’attuale stato di cose. Nessuno, ad esempio, né in Italia né in Europa, intende riaprire i canali legali di migrazione, estendendo le quote di entrata e limitando così le richieste di asilo surrogate.

    Manca il coraggio di fare politiche impopolari, anche quando queste appaiono razionali non solo sul piano umanitario, ma anche su quello economico e demografico.

Fatte queste premesse, non è la sovranità territoriale dell’Italia che può essere messa in discussione tramite l’ingresso della Sea Watch 3 nel porto di Lampedusa, ma il diritto di chi giunge al nostro confine di presentare domanda formale di asilo e di ricevere le tutele conseguenti. La lotta va fatta verso l’UNHCR (che pur ha preso più volte posizione contro l’Italia), il Consiglio Europeo, la Corte di Strasburgo.
La mossa di Carola Rackete va apprezzata per questo: perché mette in discussione il modello europeo di esclusione, non perché afferma il diritto di una ONG straniera a violare le norme nazionali italiane. Altrimenti, come al solito, ci accontenteremo di usare per una settimana o due un idolo esterno che interpreta valori che condividiamo, ma non mettiamo in pratica.

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