L'esperienza della lotta contro l'amianto delle Officine di Santa Maria La Bruna

Le carrozze di amianto

di Franco Maranta

28 / 6 / 2013

Il 14 febbraio 1989 il Consiglio di Fabbrica (in seguito: CdF), organo di rappresentanza dei lavoratori dell’Officina FS di S.Maria La Bruna (in seguito: Officina) decise di occupare l’impianto per  difendere la salute dei lavoratori, degli utenti e dell’ambiente esposti all’inquinamento da amianto.

 Erano circa le ore 14.00 di quel 14 febbraio 1989, quando l’esecutivo si recò nell’ufficio del capo officina, invitandolo a lasciare la palazzina direzionale insieme a tutti gli impiegati. Ebbe inizio una lotta  che durò 45 giorni e che lasciò un segno decisivo nella storia della fuoriuscita del Paese dall’epoca dell’amianto.

L’intera vicenda aveva avuto  inizio nel 1980, quando, casualmente, alcuni lavoratori vennero in possesso di una documentazione, tenuta cinicamente segreta dalla direzione, che poneva in chiara evidenza la estesa presenza dell’amianto e l’assenza di qualsiasi informazione e tutela dei lavoratori. Il CdF ebbe così la consapevolezza che l’impianto era un luogo di morte. L’Officina era stata inaugurata nei primi anni '70. Un luogo produttivo a forte innovazione in sostituzione degli storici impianti dell’Officina delle Ferrovie dello Stato dei Granili e Pietrarsa. Effettuava, (ed effettua ancora), interventi radicali di manutenzione e ristrutturazione sulle carrozze dei treni ferrovie. In quel periodo per “coibentare” le vetture e i locomotori si adoperava l'amianto (circa 800 Kg per vagone). Fu documentato l’inquinamento dell’impianto di climatizzazione con la conseguente presenza di fibre d’amianto nei compartimenti viaggiatori. Gli operai avevano per decenni e decenni lavorato, nei vecchi impianti senza conoscere un tale pericolo. Tutti i vecchi lavoratori ricordano la presenza di ingenti quantità di amianto in ogni angolo e l’assenza completa di protezioni. La discussione sindacale e politica in quel 1980 fu lunga e drammatica. Il sindacalismo confederale (CGIL, CISL, UIL) non negavano la pericolosità della situazione, ma ritenevano sufficiente dotare i lavoratori di  protezioni adeguate. Per molti lavoratori e per alcune sigle dei sindacati di base era invece l'uso dell'amianto che non era accettabile, alla luce delle conoscenze scientifiche sui danni che provocava. Un nucleo di esperti di medicina del lavoro di Bologna guidato dal professor Maltoni, e dal tenace professore Giacomo Giordano a Napoli affermavano, infatti, che anche una sola fibra di amianto era in grado di provocare il mesotelioma.

Alla fine di una lunga discussione fu approvato dall’assemblea dei lavoratori una richiesta di protezioni per le fasi di lavoro dell'amianto. Si trattava di varare un programma cosiddetto di “s-coibentazione” totale dei vagoni. I lavoratori, protetti solo da una tuta speciale e da un casco con

respiratore, dovevano con un raschietto erodere tutta la coibentazione d’amianto dai vagoni. Tutte le protezioni riducevano solo la presenza di fibre negli ambienti non protetti e nell’esposizione dei lavoratori direttamente impegnati nelle lavorazioni a rischio. Dunque, il rischio zero era escluso e  vi era la possibilità concreta di contaminazione.

L’esperienza dimostrò che il programma di “s-coibentazione” era illusorio, per la vastità degli interventi, per la rozza dotazione tecnologica e anche per il malaffare con cui vi fu l’affidamento dei lavori a ditte private. Infatti, non furono rari i casi nei quali i lavoratori impegnati in operazioni in  zone fortemente inquinate e  privi di protezioni. Alcune ditte, come la Graziani di Avellino, effettuarono  operazioni senza protezioni e direttamente nelle stazioni all’aperto.

Intanto cominciavano ad accumularsi i dati sui casi di morte da amianto tra gli ex operai di Pietrarsa e Granili. Nacque l’Associazione Esposti Amianto,  un associazione che combatteva per i risarcimenti e per la fuoriuscita dell’Italia dall’amianto. Un forte clima di tensione era determinato dall'assenza di attenzione al problema tanto da parti degli imprenditori quanto di alcune forze sindacali.  Fu un susseguirsi di numerose interruzioni spontanee del lavoro, di numerose discussioni interne al CDF. Finalmente, nel  1989,  non si fu più disponibili a mediazioni sulla salute dei lavoratori, un diritto tutelato anche dall'articolo 33 della nostra costituzione. Non vi era nessun  reale programma di bonifica delle vetture e degli ambienti.

L’occupazione e la sospensione di tutte le attività a rischio diede vita ad una fase di riorganizzazione del lavoro non inquinato, gestita direttamente dal CdF e dall’assemblea generale che veniva riunita ogni mattina prima dell’ora di inizio attività (8.00) e ad ogni pausa pranzo (12.00). L’unità dei delegati di fabbrica e dei lavoratori, richiamò il sindacato alle proprie responsabilità. Le discussioni delle Officine di SMLB in quei 45 giorni coinvolsero le istituzioni  locali, i vertici del sindacato e dei partiti. Importanti voci di indirizzo e sostegno, come quella dell’allora vescovo di Acerra don Riboldi giunsero a sostegno di quella protesta.  Il punto debole era ancora una volta la posizione del sindacato confederale e dei partiti della sinistra storica (PCI, PSI), che pur non negando la fondatezza dei timori e delle rivendicazioni tentarono di far passare in fabbrica ancora una volta la linea della gradualità. La rivendicazione del CdF era chiara: 1) costruzione di un nuovo parco vetture senza amianto 2) non utilizzare i lavoratori per la coibentazione delle vetture con amianto 3) individuazione in sede europea dello smaltimento delle vetture con amianto e dei residui delle lavorazioni passate (a tal proposito è utile rammentare che le scorie delle lavorazioni a rischio di andavano senza alcun controllo, perché venivano classificate come “fanghi industriali”, nella discarica di S. Marco Evangelista in provincia di Caserta).

Non si sarebbe ceduto di un millimetro, nonostante la forti pressioni, [ed è bene ricordare a tal proposito che l’allora responsabile di segreteria nazionale della CGIL era Mauro Moretti, ieri sindacalista oggi amministratore delegato di Ferrovie dello Stato]. Minacce e pressioni che, invece, ebbero effetto su un vasto fronte delle altre Officine FS del paese e su quelle private, come la Sofer e L’Avis. Nell’opera di allargamento delle forze in campo il CDF delle Officine SMLB non si risparmiò. Furono svolte assemblee a Vicenza, Verona, Firenze, fu tentato un avvicinamento con Fiom, Fim e Uilm e con i CdF dell’Avis di Castellammare, della Sofer di Pozzuoli e della Cementir

di Bagnoli, ma il timore della perdita del posto di lavoro e il mancato sostegno dei sindacati di settore e confederali impedirono la saldatura degli interessi e delle vertenze. Fa emozione e rabbia oggi pensare alla chiusura di queste imprese, dopo  la riesumazione delle salme dei lavoratori che nel frattempo sono morti per l’amianto.

In un tale clima si rese obbligatorio il ricorso alla magistratura  per i gravi danni alla salute e all’ambiente. Il CdF presentò un esposto alla Procura di Firenze, sede della direzione di tutte le Officine FS del paese. Il magistrato incaricato dell’inchiesta, il dott. Deidda, compiuto il sopralluogo sull’impianto, svolse  interrogatori di lavoratori, rappresentanti sindacali,dirigenti aziendali, di esperti. Valutati i risultati delle indagini ambientali emise un  provvedimento di sequestro e ordinò la cessazione delle attività inquinanti. Contro un tale legittimo atto, che per la prima volta faceva compiere allo Stato un passo decisivo per la salvaguardia dall’amianto, le FS fecero ricorso, sollevando non questioni di merito, ma di competenza territoriale. Il ricorso fu accolto e l'inchiesta trasferito alla locale sede della Pretura. Fu solo la determinazione di operai e delegati a voler continuare la lotta che impedì a quel disastroso intervento della magistratura  di stroncare la ricerca intorno ad un delicato problema nazionale. Grandi forze economiche e del potere italiano si mossero contro quella vertenza, perché gli interessi in campo erano ingenti, [si pensi ai numerosi settori di utilizzazione dell’amianto, ai costi di fuoriuscita e agli indennizzi da corrispondere da parte di chi aveva mandato per decenni gli operai al macello, aveva esposto le loro

famiglie e i cittadini al pericolo].  Dopo 45 giorni, di grandi manifestazioni a Torre del Greco, a Napoli, a Roma, a Firenze, si era marcata una presenza anche nel sistema dei mass-media nazionali [ci fu anche una presenza del CdF delle Officine nella allora trasmissione “Samarcanda” di Michele

Santoro]. Erano stati praticati tutti i tavoli di trattava con l'azienda e con il  governo, sperimentate le chiusure anche di CGIL e PC. Il CdF non poteva più chiedere solo ai lavoratori di SMLB di protrarre una lotta con le sole loro forze e fu invocato, alla fine, il diritto individuale iscritto in Costituzione alla tutela della propria salute e in tal senso furono avanzate due richieste: 1) la possibilità per chi lo richiedesse di essere trasferito in altro impianto FS del territorio privo di rischi da amianto, 2) la corresponsione del salario relativo ai 45 giorni di lotta, in ragione del fatto che tale lotta era stata svolta a tutela della salute e coinvolgendo solo le lavorazioni rischiose. Tale ultimo riconoscimento avrebbe avuto un significato molto importante, proprio in relazione alle fragilità sindacali e operaie nell’affrontare la questione e alla necessità di assegnare un valore simbolico nazionale all’iniziativa.

 La prima richiesta fu accolta e centinaia di lavoratori lasciarono l’Officina per affermare un diritto inderogabile e, continuando la loro battaglia in decine di altri impianti del napoletano [come dimostrano le successive vertenze dei lavoratori di Napoli Traccia e Smistamento]. La seconda, proprio perché carica di significati politico ideali, fu respinta e i lavoratori si videro detrarre dalle buste paga il loro magro salario. Si tentava di toccare il punto più fragile di ogni lavoratore. Il CdF avviò la richiesta di reintegro salariale, facendo della vertenza giudiziaria un caso politico. Dopo alcuni anni,la magistratura accolse il ricorso e furono restituite le somme trattenute. Fu anche evidente l’interesse pubblico alla tutela della salute dai rischi prodotti dall’amianto. Le FS hanno tentato sino alla Cassazione di averla vinta, ma lo Stato ha deciso che i lavoratori avevano ragione.

 Nel 1992 il Parlamento italiano, mentre ancora erano vive le voci della lotta dei ferrovieri delle Officine  e le loro iniziative, ha varato la legge per il superamento dell’amianto, che è ancora tutta improntata alla misura dei livelli di rischio (tra l’altro innalzati dai governi successivi), ma che finalmente apre la fase della fuoriuscita dall'amianto e che sancisce l’obbligatorietà delle protezioni, del riconoscimento dei benefici previdenziali e degli indennizzi. Non si tratta che di continuare, da una postazione più avanzata, le combat.

Francesco Maranta, lavoratore delle Ferrovie dello Stato, sindacalista, è stato consigliere provinciale e poi consigliere regionale della Campania dal 2000 al 2005. Oggi è attivo sul fronte delle lotte in difesa della salute e dell'ambiente e sul fronte delle lotte per le libertà civili. Ha pubblicato nel 2005, "Vito il recluso" (Sensibili alle foglie).

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