Le mobilitazioni universitarie? Un varco aperto per la pace

14 / 5 / 2024

Se fino a pochi mesi fa, i temi del rapporto tra atenei e imprese produttrici di armi erano riservati a una serie di gruppi interni all'università, ora sono diventati parte del dibattito pubblico. Le acampade (o intifada studentesca, come è stata definita), che in questi giorni si stanno diffondendo ormai in decine di università italiane stanno rendendo questo dibattito ancora più vivo, anche per ridefinire un concetto di "pace" che sia all'altezza della fase globale che stiamo vivendo.

La mobilitazione internazionale in solidarietà alla Palestina e a sostegno del cessate il fuoco definitivo e della riconsegna delle persone in ostaggio di Hamas si è concentrata sulla necessità di chiudere le collaborazioni in campo militare con le università israeliane. Questa richiesta è divenuta del tutto centrale nel movimento che si è sviluppato, e consolidato, all’interno degli atenei di molteplici paesi, tra i quali, in crescita continua, anche nel caso italiano.

Nel contesto nazionale, questa mobilitazione si è collegata a quella già in corso dal 2022 per la chiusura delle collaborazioni delle università italiane con le imprese produttrici di armi, a partire dalla società a partecipazione statale Leonardo s.p.a., e con gli organismi a esse affiliate, in particolare la Fondazione Leonardo Med-Or in cui risultano presenti 19 rettori: mobilitazione avviata nelle scuole, promossa dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, e ampliata poi agli atenei, tanto è vero che nel 2023 il nome di questo gruppo è divenuto Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università.

Questa mobilitazione era stata anticipata dalle iniziative promosse presso il Politecnico di Torino da alcuni docenti al fine di annullare la collaborazione con l’agenzia di frontiera europea Frontex, al centro di diverse denunce e alcuni processi per comportamenti lesivi dei diritti umani. Questo caso fu aperto da una lettera promossa dal docente del Politecnico Michele Lancione, che, a ottobre 2021, dichiarò la sua contrarietà, sostenuto nei giorni successivi da una lettera firmata da una serie di docenti e ricercatori che dichiaravano la necessità di tenere Frontex fuori dalle università.

Le mobilitazioni studentesche hanno amplificato questa rivendicazione, anche se essa si è concentrata quasi esclusivamente a Torino, sebbene la discussione, nel frattempo, sia andata allargandosi ad altri atenei. La pubblicazione del libro di Michele Lancione, “Università e militarizzazione. Il duplice uso della libertà di ricerca”, avvenuta nel 2023, le iniziative dell’Osservatorio contro la militarizzazione e una serie di incontri e seminari organizzati in alcuni atenei hanno alimentato il dibattito sui rapporti tra imprese produttrici (anche) di armi e università, evidenziando i significati e gli effetti di questa alleanza e iniziando ad avanzare richieste concrete, tra le quali, centrale, la fuoriuscita dei rappresentanti delle università (i rettori) dalla Fondazione Leonardo Med-Or, formalizzata in una lettera del 7 novembre 2023, che a gennaio 2024 avevo ottenuto tremila adesioni.

Questa richiesta è stata rafforzata all’interno della più ampia mobilitazione a sostegno della popolazione di Gaza e della Palestina. La lettera di solidarietà e per il cessate il fuoco promossa dai e dalle docenti universitarie a novembre 2023 – che ha raccolto circa 5 mila adesioni – pose al centro la necessità di sospendere ogni collaborazione militare e di ricerca con lo Stato e il Governo di Israele e le sue università. Successivamente, questa richiesta, insieme alle altre per il cessate il fuoco e il ripristino del diritto internazionale, è stata ribadita da quanti hanno aderito allo sciopero e alle manifestazioni del 23 e 24 febbraio 2024 (vedi anche qui e qui). Un ulteriore rafforzamento del movimento che chiede l’uscita dei rettori dalla Fondazione Leonardo Med-Or e la fine delle collaborazioni degli atenei con le imprese produttrici di armi si è avuta a marzo-aprile con le mobilitazioni per il ritiro del bando di collaborazioni Italia-Israele (divenuto noto come bando MAECI). Una lettera di un gruppo di docenti ne aveva spiegato le ragioni, tra le quali il fatto che, come si può leggere nel bando, non ci sono indicazioni per escludere lo sviluppo di tecnologie a uso sia civile che militare (cosiddetto dual use): in particolare, una linea di finanziamento di tecnologie ottiche “potrebbe essere utilizzata per sviluppare devices di sorveglianza di ultima generazione, anche a uso bellico”.

Le mobilitazioni studentesche si sono intensificate, spingendo due rettori a dichiarare l’intenzione di dimettersi dalla Fondazione Med-Or (altre ragioni sono riportate qui). Il campo si è, dunque, dischiuso. Se fino a pochi mesi fa, i temi del rapporto tra università e imprese produttrici di armi erano riservati a una serie di gruppi interni agli atenei, ora sono diventati parte del dibattito pubblico. Le mobilitazioni universitarie, specialmente studentesche, hanno aperto un varco.

La domanda sul rapporto università-ricerca-mondo militare è diventata una domanda politica e pubblica e non più solo interna alle università o di tipo etico. Essa investe il presente e il futuro dell’università e il suo significato. Come ha ricordato Michele Lancione in un’intervista del 30 marzo, “la questione non è semplicemente morale, ma di opportunità. Se noi lavoriamo con Leonardo, che vende gli Eurofighters ad Al Sisi, ci priviamo della libertà istituzionale di poter prendere posizioni chiare e credibili non solo contro le guerre, ma anche contro l’apparato militare industriale che ci sta dietro. Perché ne facciamo parte”. È questa una delle ragioni per le quali le università italiane devono abbandonare i rapporti con l’impresa Leonardo e i rettori lasciare la Fondazione Med-Or e, nello specifico, chiudere le collaborazioni con le università israeliane non impegnate per la pace. Su quest’ultima necessità, sarebbe sufficiente seguire la Conferenza dei rettori delle università spagnole, che il 9 maggio hanno pubblicato un comunicato con il quale si impegna a “rivedere e, se del caso, sospendere gli accordi di collaborazione con le università e i centri di ricerca israeliani che non hanno espresso un fermo impegno per la pace e il rispetto del diritto umanitario internazionale” e a “intensificare la cooperazione con il sistema scientifico e di istruzione superiore palestinese ed espandere i nostri programmi di cooperazione, di volontariato e attenzione alla popolazione rifugiata”.