Le strade che portano a Milano

20 / 6 / 2014

Milano. Stazione Centrale. Sul mezzanino, a metà della scalinata che dagli ingressi porta direttamente ai binari, è allestito il tavolo di coordinamento di quella che è chiamata “emergenza siriana”. Dietro alla scrivania improvvisata ci sono un gruppo di volontari e diversi operatori che fanno riferimento al Comune.

Più in basso appena sotto la scala mobile, un ragazzo della Protezione Civile dirige le fasi di “atterraggio” di un gruppo di 38 siriani. Lo fa in maniera quasi plateale. Tutti in fila per due ad aspettare il via e quando il braccio dell’operatore che tiene in mano la rice-trasmittente si abbassa, si muovono per raggiungere il presidio. E’ tempo di riposarsi dopo il lungo viaggio iniziato da Reggio Calabria in treno. Poi iniziano le registrazioni. Nulla di formale, nessuna schedatura, solo un modo per mantenere costante il monitoraggio delle presenze e della composizione delle persone. Tra loro c’è un folto gruppo di palestinesi, provenienti dal campo profughi di Yarmouk, in Siria. Sono i figli e i nipoti di coloro che nel 1948 sono stati cacciati dalla propria terra dalle milizie paramilitari sioniste. E ora, 66 anni dopo i loro padri, stanno vivendo una seconda Nakba, iniziata a dicembre 2012, quando l’esercito governativo siriano ha bombardato e assediato il campo di Yarmouk, stringendo in una morsa la popolazione civile. Cinquemila dollari, sette giorni di traversata in un peschereccio, due notti in un centro di accoglienza a Catania e poi subito verso nord, verso Messina, Reggio Calabria, per arrivare a Milano, porta d’ingresso all’Europa continentale.

 Intanto al tavolo di coordinamento del Comune prosegue il lavoro. Gli operatori sono alle prese, un minuto dopo l’altro, con un vero e proprio rompicapo. Su un foglio cercano di annotare informazioni fresche su possibili nuovi arrivi in giornata, ma non è facile ricevere notizie ed il capoluogo meneghino cerca di attrezzarsi al meglio per capire se qualcun altro avrà bisogno di un luogo dove passare la notte. Il treno più atteso è quello delle 19.30 in arrivo al binario 18 da Taranto. Intanto un’ operatrice è incollata al telefono per compilare un’altra lista, quella di chi è partito ed ha liberato un posto nei centri allestiti in città ormai da ottobre. Non c’è nulla di ordinario in quello che vediamo, ma i numeri della giornata, ci dicono, stanno nella media e sono contenuti rispetto a quelli dei giorni precedenti. Come sempre quasi la metà sono minori. Arrivano dai centri del sud, passano qualche notte a Milano e poi ripartono verso altre mete. Ma c'è anche chi è incappato in uno dei controlli ormai sistematici della Polizia di Frontiera svizzera ed ha in tasca un foglio di via. Le cose si complicano ma tutti sono pronti a ripartire.

Quando il saldo tra chi arriva e chi parte è negativo c'è da tirare un sospiro di sollievo, ma l’impressione è che si tratti sempre e solo di una tregua. Perché è quasi impensabile che questo perverso meccanismo possa reggere ancora per molto. Da ormai più di due mesi, a chi arriva in Sicilia, non vengono più fatti i rilievi delle impronte digitali per l’inserimento dei dati in Eurodac, il sistema di “schedatura” che serve proprio per l’applicazione del Regolamento Dublino e permette così di stabilire qual è il paese che deve pronunciarsi sulla richiesta d’asilo. L’indicazione non può che essere arrivata dal Ministero nel tentativo di “fluidificare” il passaggio verso nord ed impedire che in molti vengano rimandati in Italia. Ma questa strategia fa tappa a Milano, in Stazione Centrale e la sensazione è che basti veramente poco per far saltare tutto. Difficile pensare che Svezia e Germania accettino ancora per molto tempo questa situazione. L’ascesa dei partiti anti-europeisti e anti-immigrati preme forte sui centri della decisione e nessuno può permettersi sbavature, soprattutto dopo le elezioni europee. La stessa Francia, finora tutto sommato morbida rispetto al 2011, rischia di rivisitare a breve la gestione della frontiera di Ventimiglia. Per il momento il governo di Parigi ha lasciato fare. A differenza dei tunisini, che durante le primavere arabe miravano a raggiungere la Francia, chi oggi attraversa quella frontiera lo fa con l’obiettivo di proseguire il suoi viaggio verso altre mete. Ma se Svezia e Germania intensificassero i controlli le ripercussioni oltralpe inizierebbero a farsi pesanti ed a catena anche Milano rischierebbe il collasso.

Per questa notte intanto tutti avranno un tetto sotto cui riposare, chi in via Aldini, il centro riservato ai nuclei familiari, chi in via Toscana o nelle altre strutture allestite per l’emergenza siriana. Almeno così sembra. Perché poco più in là, nei pressi di Porta Venezia c'è un'altra emergenza, dimenticata da tutti. Quella dei profughi eritrei accampati nei giardini del Lazzareto. Uguali ma diversi ai loro compagni di viaggio siriani, ma esclusi dai circuiti dell'accoglienza ufficiale.

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