L'orrore di Piazzale Loreto e il (giusto) prezzo che i nazi-fascisti hanno pagato

A 75 anni dall'eccidio di Milano.

10 / 8 / 2019

A Milano, il 10 agosto 1944, quindici tra partigiani e dissidenti politici furono fucilati dietro ordine del capitano SS Theodor Saevcke. L'episodio prende il nome di "strage di Piazzale Loreto" ed è allo shock di questa memoria, impressa nella mente dei milanesi, che si dovette la scelta del 25 aprile.

A Milano, la pianificazione del Quartiere Industriale Raccordato rispondeva alle esigenze di inizio Novecento di trasformare le aree rurali della periferia a nord di Milano in una “piccola Manchester” che garantisse l’espansione dell’industria siderurgico-meccanica. 

Nel giro di trent’anni, Sesto San Giovanni passò dall’essere un comune spopolato di 5.000 abitanti ad accogliere un flusso giornaliero di 50.000 lavoratori. Una crescita costante, assecondata dai costanti flussi migratori interni all’Italia. La classe operaia che ogni giorno affollava i reparti di Breda, Pirelli, Falck e Magneti Marelli proveniva da tutta la penisola: nei primi anni Venti, in particolare, furono molti i lavoratori che, in fuga dalle prime manifestazioni fasciste, arrivarono a Milano dall’Emilia Romagna e dall’Italia centrale.

Per tutto il ventennio, lo spirito antifascista della Stalingrado d’Italia non venne mai meno: nel biennio 1942-44 le mobilitazioni e gli scioperi si susseguirono incessantemente, fino a quando dall’1 all’8 marzo 1944 i Comitati Segreti di Agitazione indirono uno sciopero generale chiedendo che venissero reintegrate le libertà soppresse dal fascismo.

Dei 211 deportati nei lager nazisti, sopravviveranno alla guerra solo 41 persone.

La repressione, lungi dal soffocare l’organizzazione clandestina, portò alla nascita delle Squadre di Azione Patriottica che, sempre basate all’interno delle fabbriche, avevano per la prima volta compiti offensivi. I pendolari, che ogni giorno attraversavano la metropoli per raggiungere gli stabilimenti, lungo il tragitto si facevano carico di operazioni di sabotaggio e contribuivano alla creazione di reti di resistenza in tutto l’hinterland milanese. E, oltre a ciò, guadagnavano le simpatie di una popolazione milanese oppressa dall’invasione nazista.

È in questo quadro che va probabilmente inscritto l’attentato di viale Abruzzi dell’8 agosto 1944: due bombe esplodono vicino a un camion tedesco ferendo l’autista e uccidendo 6 cittadini milanesi. 

Le SS indicarono come colpevoli i GAP, sebbene Giovanni Pesce abbia sempre negato qualsiasi implicazione dei Gruppi di Azione Patriottica nell’esplosione di quei due ordigni. Si ritiene possibile che a ordinare l’attacco siano state le stesse truppe tedesche per giustificare l’eccidio che seguì, ma la misteriosa sparizione dei fascicoli nei meandri di Palazzo Cesi a Roma ha reso possibile – decenni dopo – solo una parziale ricostruzione dei fatti.

Il bando Kesserling del marzo 1944 prevedeva che in rappresaglia per ogni tedesco ucciso venissero fucilati 10 italiani. Fu, più o meno, con questa scusa che tra l’8 e il 9 agosto il capitano delle SS Theodor Sävcke stilò una lista di prigionieri del carcere di San Vittore, ordinando al gruppo Oberdan della legione Ettore Muti di fucilarli su pubblica piazza. Alle 6:10 del 10 agosto 1944, quindici antifascisti vennero uccisi a Piazzale Loreto. Eraldo Soncini provò a fuggire nascondendosi nella parrocchia del Santissimo Redentore di via Palestrina, ma venne raggiunto e ammazzato da Giacinto Luisi e Luigi Campi.

Era ancora l’alba, ma di lì a poco Piazzale Loreto si sarebbe riempito. 

Da Piazzale Loreto parte infatti viale Monza, un grande boulevard napoleonico che collega Milano a Monza, passando per la città delle fabbriche, «formicaio di antifascisti, di ribelli, di sabotatori». Da Piazzale Loreto passava il tram interurbano che collegava Greco, Niguarda e Monza. Da Piazzale Loreto, alla mattina, transitavano tutti, in particolare gli operai di Sesto che, si vociferava, stavano organizzando un altro sciopero generale. L’obiettivo dell’eccidio non era tanto il punire arbitrariamente una quindicina di partigiani e dissidenti, quanto ostentare quella pena. I corpi vennero lasciati marcire sul piazzale nella canicola milanese fino alla sera, con i militi impegnati a costringere chi passava per il piazzale a fermarsi e osservare la scena, a guardare i fascisti divertirsi in una partitella a calcio sui corpi senza vita, usando talvolta le teste dei fucilati come palloni. 

La vista di quella strage doveva spaventare gli operai, così come quella di viale Abruzzi serviva a sottrarre ai GAP il sostegno della popolazione.

Tra i passanti, un quattordicenne Franco Loi, che insieme a un compagno di classe «monarchico, ma antifascista» tornava dalle ripetizioni a Porta Venezia. Sulla strada, il ragazzo si deve fermare a guardare l’orrore: «ero in strada, rimasi lì per non dimenticare e vendicare gli innocenti», racconterà il poeta alla trasmissione “Uomini e profeti”.

È nelle parole che Franco Loi scriverà più avanti, nel nono passaggio della raccolta Stròlegh, l’astrologo, che l’eccidio di Piazzale Loreto del 10 agosto 1944 si sovrappone ai fatti del 25 aprile 1945. «Il sangue di Piazzale Loreto lo pagheremo molto caro», aveva profetizzato Mussolini al vice-capo della Polizia della RSI: aveva forse capito che era appena iniziato il suo viaggio verso il 25 aprile e verso quel 28 aprile di cui molti – anche a sinistra – parlano ancora a sproposito.

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