Madrid - “Dalla maggioranza sociale alla maggioranza politica, la scommessa di Podemos”

La delegazione di globalproject.info a Madrid ha incontrato Iñigo Errejon, Segretario Politico di Podemos

Utente: marziana
4 / 2 / 2015

La delegazione di globalproject.info a Madrid ha incontrato Iñigo Errejon, Segretario Politico di Podemos

- Nel 2011 abbiamo visto il movimento del 15M riempire le piazze e sfidare il governo dal basso. Oggi Podemos si candida a governare la Spagna.

Deve essere chiara una cosa: Podemos non è espressione diretta del 15M, è stata una scelta soggettiva di alcuni militanti senza passare attraverso i processi decisionali propri di quel movimento. Vi abbiamo partecipato, abbiamo contribuito alla diffusione di quella mobilitazione ma il ruolo che avevamo era minoritario, in quanto in quei mesi lo stesso essere militanti politici in senso stretto era guardato con una certa diffidenza, come se anche le realtà organizzate delle quali facevamo parte appartenessero a quella “vecchia politica” che il movimento era deciso a spazzare via.

- Come mai la scelta elettorale?

Potrei riassumere le origini di Podemos in tre radici fondamentali:

- il 15M appunto, senza il quale Podemos non avremme mai potuto essere, ma che ad un certo punto si è ritrovato in una impasse tipica dei grandi movimenti di massa, quella di dover fare i conti in termini di vittoria e sconfitta. Da una parte gli indignados hanno risvegliato politicamente il paese, hanno imposto sul dibattito mainstream molti temi importanti, ma non si è riusciti ad intaccare in maniera sostanziale quel potere politico che tutt’ora continua a governare.

I sondaggi dicevano che l’80% degli spagnoli era d’accordo con le rivendicazioni di quelle piazze ma alle elezioni questo consenso non ha trovato espressione e il PP ha vinto, com’era possibile? C’era una maggioranza sociale che non riusciva a trasformarsi in maggioranza politica.

-lo studio dei processi politici che hanno interessato l’America Latina nell’ultimo decennio; per anni come tutta la sinistra di movimento europea abbiamo guardato interessati ed affascinati ad esperienze in quel continente come l’EZLN, i Sem Terra brasiliani, la reazione popolare alla crisi argentina con il “que se vayan todos”. Li abbiamo messi a critica, come per il 15M, nella loro capacità di mettere in discussione fino in fondo la gestione del potere e ci siamo interessati a paesi come l'Ecuador, il Venezuela e la Bolivia, dove movimenti populisti hanno dato vita ad un processo agli occhi europei magari meno accattivante ma vincente.

- il ruolo dei mezzi di comunicazione; il 15M ha generato molta fame di voci diverse, alternative a quelle dei soliti volti della politica tradizionale. Pablo Iglesias ha avuto la capacità di colmare questo vuoto portando con forza anche sui canali delle televisioni il malcontento della gente verso la classe politica.

- Un’operazione a freddo?

Abbiamo fatto la scommessa di lanciare un’iniziativa elettorale molto più forte della sua effettiva forza organizzativa e del suo radicamento sociale. Alcuni compagni, critici verso il nostro progetto, ci dicevano che 'stavamo costruendo la casa a partire dal tetto'. Ci rendiamo conto che stiamo lanciando una sfida forse più grande di noi, abbiamo aperto un processo molto rapido che ha saputo fin da subito coinvolgere molti soggetti che non hanno nulla a che fare con le forme classiche della militanza creando una forza politica che per forza di cose deve essere trasversale, non tanto nei contenuti quanto nella capacità di comunicare. Infatti al debutto elettorale alle scorse europee abbiamo preso 1250000 voti e secondo gli ultimi sondaggi siamo il secondo partito del paese per intenzioni di voto, il 25% delle quali proviene da cittadini che prima votavano a destra. Siamo riusciti a trasformare la sofferenza della gente a causa della crisi in un rifiuto di massa della politica “dall’alto”, quella del bipolarismo che ha retto la Spagna dal post-franchismo ad oggi.

- Un radicale cambio di paradigma…

Pur orgogliosi del nostro patrimonio politico e culturale, abbiamo gettato via i manuali della politica di movimento che abbiamo sempre conosciuto e praticato. Ci siamo resi conto di dover abbandonare il fardello della sinistra per conquistare il consenso di larghi strati sociali. E’ stata anche la debolezza dell'identità della sinistra spagnola a spingerci a percorrere una strada così radicalmente nuova, fuori dai recinti predeterminati dell’antagonismo. Per ambire ad essere maggioranza politica non abbiamo chiesto il “permesso” alla composizione militante, che non rappresenta la composizione sociale del paese. Nel nostro discorso pubblico eludiamo alcuni temi da sempre patrimonio dei movimenti, per concentrarci e accumulare consenso intorno a quelle quattro, cinque questioni che ci permettono appunto si essere maggioritari.

- Da più parti Podemos è tacciato di populismo

Di più! Recentemente alcuni esponenti socialisti ci hanno accostato a Hitler, hanno paragonato la Marcha del Cambio alla marcia su Roma di Mussolini. Ci accusano cavalcare i sentimenti di una popolazione provata dalla crisi in senso totalitario, giocando solo sul piano emotivo e non su quello razionale. La verità è che non è nostra la responsabilità, l’odio per la casta è colpa della casta stessa, che ha svenduto la nazione ai potentati economici, alla troika, alle dinamiche di corruzione.

Quando usiamo il termine “patria”, ripreso proprio dal linguaggio latinoamericano e che ricorre spesso nei nostri discorsi pubblici, lo facciamo per identificare come “patria” “los de abajo”, quelli che hanno subito la prepotenza e l’impoverimento, in antitesi con “los de arriba”, la classe politica colpevole di questa situazione. Abbiamo occupato quello spazio politico che in Italia e in altri paesi europei, come ad esempio la Francia, è ora preda di movimenti e partiti di destra, razzisti e xenofobi. Podemos ha generato una grande euforia collettiva, una passione positiva intergenerazionale che ha riportato alla politica anche chi, dopo gli anni ’70, la politica l’aveva abbandonata. C’è molta speranza, ma anche un forte desiderio di rivincita verso chi ci ha governato fino a questo momento. La televisione pubblica, controllata dal Partido Popular, ci teme e cerca di cancellarci, le televisioni private ci invitano nei loro programmi perché sanno che innalziamo gli ascolti.

- Come si concilia la “patria” con le rivendicazioni autonomiste di molte regioni, Paesi Baschi e Catalogna in primis?

Riconosciamo come la Spagna sia un paese multinazionale. Come dicevo “patria” è un’identificazione contrapposta ai politici traditori dei cittadini, alle politiche di austerità europee, agli organismi finanziari internazionali. Abbiamo l’ambizione di includere tutti nella maniera più ampia possibile. D’altro canto, pur non spingendo noi in questa direzione,  riconosciamo il diritto dei popoli ad autodeterminarsi e a poter decidere democraticamente sul loro futuro.

- Un’eventuale vittoria di Podemos svuoterebbe le piazze, ridurrebbe gli spazi di conflitto?

Stiamo cercando di cogliere l’attimo, abbiamo individuato una breccia nel sistema politico spagnolo e tentiamo di allargarla. Il momento è questo, è quest’anno che ci sono le elezioni. Non possiamo aspettare un tempo indefinito, in cui gli effetti della crisi si aggraverebbero colpendo sempre più duramente le persone nei loro diritti e abituandole ad una ineluttabile normalità di impoverimento e perdita di diritti. Rifiutiamo la logica del “tanto peggio tanto meglio”: il cambiamento non nasce dalla povertà tout-court o dalla disperazione, ma piuttosto dalla crisi delle aspettative, tipica della classe media, dei giovani più scolarizzati, quelli che per avere un futuro sono costretti ad emigrare.

Alla Marcha del Cambio la gente diceva “es ahora”, il momento è adesso, il momento non di protestare o di chiedere qualcosa ai politici, ma di prendere il potere per rimettere le istituzioni al servizio dei cittadini. E’ il contrario della lenta processualità tipica dei movimenti, del “despacio y lejos”, lentamente e lontano, slogan delle piazze del 15M. Abbiamo un obiettivo vicino e vogliamo conquistarlo, anche accettando le contraddizioni. Le elezioni sono un primo passaggio, sia che vinciamo sia che perdiamo, da cui, una volta rotta la stabilità della governance bipolarista, far partire un processo che deve coinvolgere tanti, soprattutto i movimenti, perché questo cambiamento possa durare nel tempo e resistere alle spinte reazionarie che proveranno a fermarlo in ogni modo.

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