Morire in viaggio, morire in una valigia

6 / 8 / 2015

Prima di mettersi in viaggio ognuno di noi compie un rituale che nella nostra vita si ripete tante volte quante decidiamo, liberamente, di spostarci da un luogo ad un altro. Il periodo dell’anno preferito per viaggiare è senza ombra di dubbio questo. Viaggiamo per staccare, per riprendere fiato dopo mesi di lavoro e fatica, viaggiamo per conoscere, per visitare nuovi posti, viaggiamo per ricongiungerci con i propri cari e affetti, incontrare un vecchio amico… o semplicemente per il gusto di farlo. Giovanni De Mauro, su Internazionale, dà spazio a Chibundu Onuzo, una giovane scrittrice nigeriana, che descrive la bellezza del "mettersi in cammino verso l’ignoto" come lo descriverebbe qualsiasi suo coetaneo agiato e nato in un qualsiasi paese del mondo occidentale.

Se guardiamo al sud del Mondo, se rimaniamo lucidi ed osserviamo chi sta in basso, coloro che devono lasciare il loro paese a causa di guerre, di miseria, di catastrofi ambientali - tutti effetti di un modello di sviluppo insostenibile e di politiche economiche predatorie - ci renderemo conto che non tutti, oggi, viaggiano spensierati o per puro piacere. Ci sono uomini, donne e bambini che, probabilmente, preferirebbero non viaggiare, almeno non nelle condizioni cui sono costretti. 

Il loro viaggio è un calvario, costernato di incognite e rischi, di violenze e sopraffazioni quotidiane. Nessuno è risparmiato, non vale nemmeno il più antico protocollo del mare associato al naufragio. Nella fuga che costringe migliaia di esseri umani ad abbandonare la loro terra, quel “prima le donne e bambini” non vale, anzi i più “deboli” sono i più indifesi, quelli che in mancanza di cibo e di acqua muoiono prima, coloro che di fronte a condizioni igieniche nulle si ammalano più facilmente.

Mettersi in viaggio è dunque una scelta radicale, nessuno può dire con certezza se sia l’unica possibile, se è la più lungimirante e consapevole; nessuno può permettersi di giudicare se ci siano tragitti meno impervi, strade più facili. Soprattutto se chi lo fa sta in alto e nel nord del mondo, soprattutto se chi apre la bocca e grida all’invasione propone o avvalla politiche di militarizzazione e chiusura dei confini, sopratutto se chi decide le politiche europee in tema d’immigrazione obbliga altri esseri umani a ricercare nuovi modi per oltrepassare le barriere, spingendo sempre più in là la resilienza umana.

Il viaggio è perciò una grande scommessa tra la vita e la morte, le informazioni tra le persone circolano, i racconti dei modi, anche i più pericolosi, per raggiungere la propria meta sono condivisi nei social network. Risulta dunque impensabile che i governi possano bloccare il desiderio e la volontà di sognare una vita migliore, l’istinto umano di vivere con maggiori opportunità e migliori condizioni materiali. Di fronte ad un viaggio così difficile provare a nascondersi in una valigia per oltrepassare i confini della fortezza Europa può essere visto come l’ultima ancora di salvezza.

Chi riesce ad approdare sulle coste europee trova sulla sua strada altri ostacoli, altri soprusi e violazioni. Dice bene Alessandro Portelli nel suo editoriale su il Manifesto “La nostra libertà comincia dai migranti”: le mani in faccia ai migranti a Ventimiglia, i lacrimogeni lanciati contro i richiedenti asilo a Calais, i vagoni dei treni chiusi con dentro ammassati i profughi in Ungheria, le recinzioni alte 6 metri e sormontate da reticolati di filo spinato altamente tagliente di Ceuta e Melilla - enclave spagnole in Marocco -, i muri che si stanno erigendo al confine tra Bul­ga­ria e Turchia o al con­fine tra Unghe­ria e Ser­bia, i troppi migranti lasciati morire in mare (sono oltre 2000 nel 2015 e nel mentre stiamo pubblicando l’editoriale assistiamo attoniti all'ennesima tragedia), stanno ad indicare che “un pò per volta l’Europa sta ritro­vando le sue radici: con­fini invio­la­bili, egoi­smi e pre­giu­dizi nazio­nali e raz­ziali, l’eredità di un secolo e mezzo di colo­nia­li­smo”.

Tutto ciò è l’emblema più visibile di una violenza quotidiana che si perpetua ogniqualvolta un lavoratore sfruttato muore per fatica o mancanza di sicurezza, quando viene sgomberata una palazzina occupata e le persone si ritrovano senza un tetto, tutte le volte che il sistema d’accoglienza mostra il suo lato peggiore e fa business sulla pelle dei profughi.

Ma è anche vero un altro dato, un’altra narrazione: in quei luoghi di frontiera, in quelle “ferite aperte”, i migranti stanno lottando per forzare quelle barriere, dimostrano che la loro propensione ad avere una vita dignitosa viene messa in pratica fino in fondo, e che, tutti insieme, esercitano dal basso il diritto a muoversi liberamente e a conquistarsi un pezzettino del loro futuro.

Al loro fianco, con umiltà, ma con la legittimità di coloro che si sentono la parte "bassa", quella inascoltata, della società, è fondamentale far crescere l’intreccio solidale e la lotta per i diritti: più l’Europa li lascia soli, più l’egoismo degli Stati nazione li scarica, maggiore deve essere la risposta di solidarietà e di mutualismo che ognuno di noi dovrebbe mettere in campo.

E’ da tutti questi luoghi, dalle forzature soggettive prodotte dai migranti alle frontiere e nei territori, che dobbiamo trovare le nuovi basi per determinare delle spinte al cambiamento.

Questa è l’Europa cinica e spietata che abbiamo davanti, oggi sta a tutti i suoi cittadini ed ai nuovi cittadini trovare gli strumenti per riscrivere delle regole di funzionamento che non siano dominate da austerità, esclusione, disuguaglianza e sfruttamento. Ecco perché riteniamo che sia tempo di cambiare radicalmente le politiche europee, di avviare un nuovo processo culturale di fratellanza e solidarietà, dare la giusta centralità alla questione delle ridistribuzione della ricchezza allargandola allo spazio dell’Euromediterraneo.

Il viaggio più interessante che possiamo intraprendere sarà questo, in modo che nessuno debba più morire in mare o sentirsi costretto a fingersi un bagaglio.

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