Napoli: "No al Biocidio" riflessioni dal Parco Don Gallo di Soccavo

Allo spazio verde autogestito nella periferia ovest: un primo dibattito sull'avvelenamento territoriale

17 / 6 / 2013

di Andrea Salvo Rossi - attivista Comitato Soccavo

Al Parco Don Gallo Autogestito continua la programmazione estiva di dibattiti, musica e socialità. Il tema individuato per la prima assemblea pubblica dopo l'inaugurazione non poteva che essere quello del biocidio. Ne abbiamo parlato con Peppe Manzo, giornalista e attivista della campagna #StopBiocidio, con padre Alex Zanotelli e con i compagni e le compagne della Rete Commons, coordinamento di comitati antidiscarica dell'area Nord di Napoli che - dopo l'emergenza della discarica di Chiaiano - hanno ricentrato il proprio attivismo sul nodo dei beni comuni: sulla maniera di produrli, difenderli ed amministrarli nella relazione immanente tra commons, comunità resistenti e territori.

Un tema decisivo - quello del biocidio - mentre vanno in prescrizione tutti i capi di imputazione di Antonio Bassolino (commissario straordinario durante quella che è stata definita "l'immane tragedia campana dei rifiuti"), mentre per vincoli di bilancio viene bocciata la costruzione di un registro campano dei tumori: uno studio che accerterebbe quello che le cittadine e i cittadini hanno già imparato sulla propria pelle, ossia che in Campania si muore più che altrove, si muore di avvelenamento mentre viene smantellato il sistema sanitario locale (e la morte - altro che essere livella - diventa l'ennesima aggressione di classe), si muore di malattie nuove perché - come ricordava durante il dibattito Egidio della rete Commons - la Campania è considerato un colossale laboratorio di cancerogenesi a cielo aperto.

Un tema che riguarda gli attivisti del Comitato Soccavo da vicinissimo: troppo vicina nel tempo e nello spazio la vicenda della discarica di pianura, le lotte contro la riapertura, la denuncia degli sversamenti illegali delle industrie del Nord Italia (e c'è chi ancora oggi prova a costruire narrazioni criminalizzanti sulla Campania come pecora nera d'Italia sul tema dei rifiuti, dimenticando il sistematici progetto coloniale che a tavolino decideva di fare del nostro territorio la pattumiera d'Italia). Ricordiamo le polveri di amianto da Torino, le ceneri di acciaio provenienti da Milano, i fanghi biologici, le ceneri dell'Enel, i presidi notturni, le violentissime cariche della polizia e gli arresti. Ricordiamo il tentativo di criminalizzare come NIMBY (not in my backyard) quella battaglia: essere definiti ignoranti che volevano solo spostare il problema lontano da casa propria, senza porsi il problema dell'alternativa (come se, per dire no ad uno stupro, ci fosse l'obbligo di proporre altre opzioni allo stupratore).

Ma ieri, al Parco Don Gallo, fuori dall'immediata emergenza territoriale, volevamo parlare anche di quello. Di alternative sostenibili, della necessità - ricordata con forza anche da padre Zanotelli - che le esperienze che lottano contro l'avvelenamento del suolo e contro questa forma di vero e proprio genocidio a sud (perpetrato tramite la connivenza tra l'imprenditoria settentrionale, le istituzioni locali e le organizzazioni criminali) entrino in relazione, si confrontino al di là dei momenti emergenziali, condividano saperi e mobilitazione contro il biocidio, contro la morte sistematica di donne e uomini (sorelle, fratelli, madri, padri, amici, compagni) nei nostri territori. Che lo facciano nella consapevolezza che il piano giuridico è solo un pezzo del discorso, sapendo che purtroppo le leggi speciali e i commissariamenti accelerano i processi mortiferi delle lobby dei rifiuti in modi perfettamente legali.Contro chi ci dice di gettare la spugna e andare via, la domanda resta sempre una: che fare?C'è bisogno dunque di condividere momenti di inchiesta: dire, in parole povere, che se il registro dei tumori non lo faranno dall'alto, proveremo a costruirlo noi, territorio per territorio, entrando nelle scuole, contattando le associazioni locali, provando a costruire ricognizioni quantitative e qualitative che diano il senso di qual è il livello dell'attacco che le periferie di Napoli subiscono, ma anche di qual è il tipo di risposta - conflittuale e condivisa, intelligente e pratica, preparata e plurale - che dalle periferie può nascere.

C'è bisogno di condividere momenti di piazza, ossia c'è da fare uno sforzo per riprendere parola su questi temi contro le narrazioni leghiste fatte sulla nostra pelle (tutta la manfrina "pasoliniana di destra" sul fatto che Napoli sarebbe una città votata all'autodistruzione, non reattiva, provinciale, incapace di produrre discorso pubblico e di ricostruire altri orizzonti di senso, di vita comune, politic, etici, sociali). Di questi giorni è l'intervista del Ministro Orlando (uno dei tanti regali del Partito Democratico) sul tema degli inceneritori: ebbene il ministro sosteneva - senza tante chiacchiere - che sulla costruzione degli impianti si andrà avanti ancor prima di valutarne l'effettiva necessità perché quello che serve è chiarire che "non si può far passare l'idea che si rinuncia". Ossia che il nodo - per gli apparati di potere - molto più che risolvere la questione rifiuti è chiarire a chiunque abbia costruito laboratori virtuosi di resistenza e partecipazione che non l'avranno vinta, che - se si vuole - si costruisce qualunque cosa indipendentemente dalla necessità. Alla spietata arroganza del potere fa oggi scudo la questione della crisi: non è colpa nostra se centinaia di persone dovranno morire per il nostro operato, "è l'Europa che ce lo chiede" (e giù con l'elenco delle maximulte, dei vincoli di bilancio che impediscono di studiare l'aumento dei casi tumorali nella regione, della mancanza di fondi, della necessità di fare fronte comune tutti indistintamente, avvelenatori e avvelenati).

Beh, se al ministro Orlando e al Governo delle Larghe Intese l'Europa chiede la nostra morte, c'è un'altra Europa che a noi chiede di resistere ad ogni costo, investendo nella lotta corpi ed intelligenze: è l'Europa dei popoli, dei diritti, l'Europa che a Francoforte gridava NO ALL'AUSTERITY fuori la BANCA CENTRALE, l'Europa degli indignados spagnoli, l'europa greca che scende in Piazza Syntagma, l'europa dei turchi che difendono il proprio territorio dalle speculazioni e chiedono democrazia reale, ridistribuzione delle risorse, sfiduciando dal basso il governo Erdogan e moltiplicando la propria capacità di incidere a dispetto degli omicidi, degli stupri, delle mattanze di piazza, dei gas tossici e degli arresti di massa.Si parte dalle specificità del nostro territorio, con la consapevolezza che - in un quartiere totalmente disabituato a ragionare, a confrontarsi - aver portato quasi cento persone a discutere di questi temi è già tantissimo. E se la discussione è accesa, se il confronto è plurale, se il lavoro da fare è tanto, ancora meglio: vuol dire partecipazione reale, vuol dire fare i conti con una piccola sperimentazione di agorà pubblica che spiazzi il silenzio imbarazzante e l'impreparazione avvilente delle istituzioni locali, buone per dire quattro cose in campagna elettorale e poi più nulla.

Si riparte da quello che siamo: ragazzi e ragazze, donne e uomini che nella crisi si riappropriano di uno spazio e da lì riprendono parola allargando i ragionamenti e trovando connessioni con altre esperienze di lotta che dicano basta al biocidio, basta al disastro ambientale e basta a tutte le forme neocoloniali che impoveriscono le nostre vite, violentano le nostre terre e ci sottraggono qualunque prospettiva di futuro. Che sia chiaro che non ce ne andiamo da nessuna parte. Che sia chiaro che il gioco del potere è - sempre - prima di tutto il gioco della resistenza.

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