Nella Festa dell'Europa non c'è niente da festeggiare - l'europeismo rivoluzionario del Manifesto di Ventotene

9 / 5 / 2016

Nel giorno della "Festa dell'Europa" proponiamo un articolo di Tommaso Baldo, collaboratore di Globalproject.info, Avanguarde della Storia e Giap - Wumingfoundation, che restituisce il senso storico e politico del «Manifesto di Ventotene» all'interno del processo di integrazione europeo. L'articolo fa parte dei materiali di approfondimento della Scuola Politica "Odio gli Indifferenti" di Trento, all'interno del primo ciclo di incontri dal titolo "Forme di Stato e rivoluzione".

Spesso sentiamo ripetere che l’attuale Unione Europea sarebbe stata ispirata dal «Manifesto di Ventotene», scritto da Altiero Spinelli, Eugenio Colorni ed Ernesto Rossi nell’inverno 1941 mentre si trovavano al confino sull’isola di Ventotene per la loro opposizione al regime fascista. Qualche mese fa anche Renzi si è recato a visitare l’ex-prigione fascista affermando «La nostra Europa ha cominciato a nascere qui, tra i confinati di Ventotene».

Ma è davvero così? Quella che è nata a Ventotene è davvero la «sua» Europa? Spinelli, Colorni e Rossi sognavano davvero l’Europa delle attuali classi dirigenti, della BCE, dei fili spinati e del lavoro precario?

Innanzitutto cerchiamo di capire chi erano gli autori del testo di cui stiamo parlando. Spinelli era stato incarcerato nel 1927 a causa della propria militanza comunista, in seguito si allontanò dal marxismo e partecipò alla resistenza nella fila del Partito d’Azione. Continuò sino alla morte, avvenuta nel 1986 l’impegno politico come «indipendente di sinistra» per l’unità europea. Eugenio Colorni, socialista, sarebbe caduto nel 1944 combattendo come partigiano. Ernesto Rossi era invece un militante di Giustizia e Libertà, partecipò anch’egli alla resistenza come azionista e dopo la guerra prese parte alla fondazione del Partito Radicale.

Il Manifesto da loro elaborato, a differenza dell’attuale Unione Europea, presupponeva il superamento degli stati nazione e prospettava l’Europa unita come una federazione di stampo nettamente socialista.

Secondo Spinelli e Rossi nella storia d’Europa del XIX secolo «l'ideologia dell'indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso», ma nel corso del XX secolo essa era servita per giustificare i peggiori totalitarismi. La nazione, anziché essere vista come un concreto aggregato di persone con una storia comune che aveva prodotto una comune cultura, «è' invece divenuta un'entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne».

Questa divinizzazione totalitaria della nazione era stata favorita dallo sviluppo di grandi monopoli capitalistici che avevano concentrato nelle proprie mani tali ricchezze e potere da screditare gli ordinamenti liberali, visti come ormai incapaci di risolvere i gravi conflitti di interesse. Inoltre le classi dirigenti, spaventate dall’avanzata del movimento operaio, avevano visto nei fascismi la miglior difesa dei propri privilegi.

In tal modo erano sorti regimi che non solo avevano messo al bando ogni libertà politica ma avevano irreggimentato completamente la società. «Gli uomini non sono più considerati cittadini liberi, che si valgono dello stato per meglio raggiungere i loro fini collettivi. Sono servitori dello stato che stabilisce quali debbono essere i loro fini, e come volontà dello stato viene senz'altro assunta la volontà di coloro che detengono il potere. Gli uomini non sono più soggetti di diritto, ma gerarchicamente disposti, sono tenuti ad ubbidire senza discutere alle gerarchie superiori che culminano in un capo debitamente divinizzato. Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri».

Nel momento in cui il «Manifesto di Ventotene» venne scritto gli eserciti dell’Asse avevano iniziato a subire le prime disfatte ad opera di inglesi e sovietici e questo faceva sperare ai suoi autori che fosse sorta per l’umanità la concreta speranza di liberarsi dalla morsa del totalitarismo.

Ma la sconfitta del nazifascismo di per sé non sarebbe bastata ad assicurare pace e la libertà all'Europa. Oppressione,sfruttamento e militarismo sarebbero ritornati sotto le più diverse bandiere qualora si fossero restaurati gli stati nazionali: «Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi. Loro compito precipuo tornerebbe ad essere, a più o meno breve scadenza, quello di convertire i loro popoli in eserciti. I generali tornerebbero a comandare, i monopolisti ad approfittare delle autarchie, i corpi burocratici a gonfiarsi, i preti a tener docili le masse. Tutte le conquiste del primo momento si raggrinzerebbero in un nulla di fronte alla necessità di prepararsi nuovamente alla guerra».

Solo «la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani»  poteva assicurare la reciproca sicurezza ai popoli d'Europa, garantire la risoluzione pacifica delle dispute sui confini e sul controllo di aree strategiche, tutelare la convivenza nelle zone abitate da diverse popolazioni  e  i diritti delle minoranze delle minoranze nazionali o religiose.

Tutte queste questioni «troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l'hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie».

La federazione europea, dotata di un governo centrale, di forze armate europee e di un'economia integrata a livello continentale, sarebbe stato l'unico organismo in grado di interagire su di una base di cooperazione con le grandi potenze extraeuropee in vista di un «lontano avvenire» in cui si sarebbe realizzata l'unità politica dell'intera umanità. «La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono, come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l'unità internazionale»

Lo scopo della federazione europea doveva essere quello di proseguire il «potenziamento della civiltà moderna», pertanto «la rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l'emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita».

Si trattava però di un socialismo diverso da quello sovietico, perché gli autori del «Manifesto di Ventotene» ritenevano che la completa statalizzazione dell'economia comportasse la sostituzione dell'oppressione capitalistica con l'oppressione di una casta di burocrati di stato. «La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio».

Auspicavano pertanto che si espropriassero ai privati le grandi banche, tutti i servizi pubblici e tutta la grande industria. Nelle industrie non nazionalizzate si sarebbe invece dovuta sostenere misure quali la trasformazione in cooperative o l'azionariato operaio. Allo stesso modo le grandi proprietà terriere avrebbero dovuto essere frazionate e distribuite agli agricoltori diretti.

Si sarebbero inoltre dovuti garantire l'assoluta laicità dello stato (la chiesa cattolica era definita molto sbrigativamente come «naturale alleata» di tutti i regimi reazionari), le libertà civili e politiche, l'indipendenza della magistratura, la libertà sindacale e una solidarietà sociale che avrebbe dovuto garantire a incondizionatamente a tutti «possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio».

Inoltre lo stato avrebbe dovuto garantire a tutti il paritario accesso all'istruzione ed individuare «in ogni branca di studi per l'avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell'interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali».

Ma come realizzare tutto questo? Nelle ultime pagine del loro manifesto Spinelli, Colorni e Rossi criticano sia le forze «democratiche», considerate incapaci di gestire una situazione realmente rivoluzionaria come quella che vedevano determinarsi in Europa, sia i comunisti, considerati non solo strumento del governo sovietico e fautori del dispotismo burocratico, ma anche elemento di divisione del fronte progressista per la loro impostazione classista basata sul protagonismo della classe operaia.

Il «Manifesto di Ventotene» si conclude auspicando la creazione di un non meglio precisato «partito rivoluzionario» (di fatto una riproposizione di Giustizia e Libertà) che avrebbe dovuto trovare la propria base sia tra i lavoratori che tra gli «intellettuali» (cioè i ceti medi impiegati in attività di concetto). Questa mancanza di una netta presa di posizione di classe, questo non saper indicare con chiarezza a quali forze sociali ci si rivolge è forse, dal punto di vista rivoluzionario, uno dei difetti più grave del pur ammirevole manifesto di Ventotene. Infatti Spinelli, Colorno e Rossi non videro mai sorgere il «partito rivoluzionario» interclassista che auspicavano, i loro progetti di riforma sociale non trovarono mai una base sociale.

La loro esperienza, esattamente come quella di Giustizia e Libertà, del Partito d'Azione e di movimenti simili, mostra chiaramente come non ci si possa illudere riguardo le tendenze «progressiste» dei ceti medi europei (ed in special modo italiani). Si tratta di  una classe che in ogni momento saliente della storia ha abbondantemente dimostrato la propria natura conformista, intollerante ed autoritaria. Appare quindi improbabile che essi possano essere la base di un rinnovamento democratico, neppure in senso blandamente riformista. Senza un movimento dei lavoratori, intesi come produttori espropriati di valore, in grado di essere realmente egemonico  resterà sempre un’utopia il progetto di un’Europa unita che sappia garantire la giustizia sociale, il rispetto dell’ambiente e l' inclusione delle diversità. Ovviamente è necessario essere «egemonici» nei confronti della società nel suo insieme, e quindi essere in grado di rivolgersi ai ceti medi e di coinvolgerli nel processo di trasformazione della società, ma occorre sempre ricordare che i primi protagonisti del cambiamento in senso progressivo sono coloro «che non hanno da perdere altro che le proprie catene».

Oggi, «col senno di poi», possiamo osservare che le aspirazioni di Spinelli, Colorno e Rossi sono ben lungi dal realizzarsi. Benché a volte le classi dirigenti europee usino impropriamente il loro manifesto per dare una qualche forma di base teorica all'attuale assetto del continente, questo non costituisce altro che una volgare offesa alla memoria di tre combattenti antifascisti. L'attuale Unione Europea non è affatto una federazione in grado di abolire la divisione dei popoli europei in stati nazione e neppure pare lontanamente intenzionata ad applicare il programma socialista del «Manifesto di Ventotene». Si tratta piuttosto di un ring in cui i vari paesi devono scontrarsi sulla base delle regole della più rigida ortodossia liberista. L'unico progresso rispetto al secolo precedente è costituito dal fatto che (per ora) le lotte tra i suoi membri si svolgono come guerre economiche anziché come conflitti armati, ma il nazionalismo, il razzismo e la pratica di far dipendere i diritti della persona umana dalla sua appartenenza nazionale non sono affatto scomparsi, anzi paiono tornare prepotentemente alla ribalta.

Ed è proprio per questo che occorre rileggere il «Manifesto di Ventotene».  Spinelli, Colorno e Rossi non hanno fatto nascere l’Europa attuale, hanno piuttosto portato alle logiche conclusioni e sistematizzato aspirazioni e sentimenti già presenti da tempo nel pensiero democratico e rivoluzionario. Aspirazioni e sentimenti che le classi dirigenti europee calpestarono per tutto il XX secolo e che continuano ancor oggi a calpestare.

Ai tre autori del «Manifesto di Ventotene» dobbiamo un insegnamento fondamentale: ogni movimento realmente rivoluzionario non può che dispiegarsi su scala europea e non può che considerare come il proprio primo nemico la sopravvivenza  degli stati nazione, oggi ridotti a strumento politico-militare di dominio del grande capitale globalizzato sui popoli d'Europa. Raccogliere questo loro insegnamento significa schierarsi nelle lotte reali del nostro tempo contro il razzismo, il capitale e lo stato nazione.

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