Dall'Universita' di Berkley

No capital projects but the end of capital

Traduzione a cura di Tiziana Terranova

22 / 11 / 2009

L’Università della California è occupata. E’ occupata come l’Accademia Belle Arti di Vienna, e l’Istituto Tecnico di Graz; come lo sono state la New School, nella Facoltà di Scienze Umane di Zagrabia e il Politecnico di Atene. Queste non sono le prime e non saranno le ultime occupazioni. E neppure si tratta di un movimento di studenti: echeggia le occupazioni delle fabbriche dell’Argentina o di Chicago, dei lavoratori immigrati che occupano quaranta edifici a Parigi, incluso il Centro  Pompidou. C’è ancora vita nel museo del capitale.

Mandiamo i nostri primi saluti a ognuno di questi gruppi, in solidarietà. Siamo con tutti quelli che oggi si trovano in un edificio perché hanno scelto di starci, perché lo hanno liberato dai loro cosiddetti proprietari – sia per la suggestione del vero sapore della libertà, o per disperata necessità sociale o politica.

Questa dichiarazione e questa azione inizia con il disprezzo per che quelli che vorrebbero usare il loro potere per recintare la formazione, recintare il nostro mondo condiviso, per quelli che vorrebbero costruire ‘opportunità’ sulle spalle di quelli che devono necessariamente essere sfruttati. Ecco perché inizia qui in questo ufficio con i suoi Capital Projects[1], i suoi Servizi Immobiliari, il suo osceno Ufficio della Sostenibilità – inizia nei corridoi dell’accumulazione, nel cuore della logica che mette i palazzi davanti alle persone. Ma inizia anche con l’amore per quelli che rifiutano queste recinzioni, che sono impegnati nell’azione piuttosto che nella petizione, che sono dediti alla deprivatizzazione in quanto atto. Questo antagonismo non può essere negoziato nel nulla. Non facciamo altre richieste ma la più basilare: la nostra vita collettiva non ammette proprietari.

Chiunque ha visto la malattia della privatizzazione, precarizzazione, e finanziarizzazione diffondersi attraverso l’Università della California non mancherà di riconoscervi la peste del neoliberalismo che si insinua in ogni angolo del globo, in ogni minuto delle nostre vite. Nella rivelazione più recente, abbiamo scoperto che gli osceni aumenti delle tasse universitarie sono usati non per la formazione, ma come collaterali per operazioni di credito e progetti edilizi. Questa è la volontà del Rettore. Se i bonds non sono ripagati, le tasse – cioè i nostri giorni e anni di lavoro, che si estendono in un futuro assente – devono essere usati per ripagarli.

C’è un’ironia grottesca in tutto ciò. Le tasse universitarie sono usate come garanzie e impacchettate esattamente come le azioni tossiche  che hanno innescato quest’ultimo collasso finanziario. Quattro anni fa c’erano i ‘mutui subprime’, ora c’è la ‘formazione sub-prime’, come dice Ananaya Roy. Le stesse strategie e schemi che hanno fatto fallire milioni di vite, e che hanno dimostrato il fallimento della sfera economica – a queste si è rivolta per salvarsi l’università, anche se queste strategie hanno spettacolarmente fallito. I Rettori si rivelano non semplicemente disonesti, venali e indifferenti; sono troppo stupidi per imparare anche le lezioni più basilari della storia recente. O forse questa è la loro idea di solidarietà: che tutti i membri della comunità universitaria (a parte loro naturalmente) devono unirsi alla nazione e al mondo nel suo immiserimento, devono essere tutti malmenati allo stesso modo da un’economia da incubo costruita su vere vite umane. Noi gli diciamo: se voi invocate tale solidarietà, non vi meravigliate se il suo potere vi sfugge.

La matricola quando arriva è trattata come un mutuo, e le tasse stanno crescendo. Ella è un futuro flusso di reddito, e i conti da pagare stanno aumentando. Lei è una garanzia per un debito che non ha mai scelto, e il costo è impressionante. Il suo lavoro e i suoi giorni sono stati già promessi per innalzare palazzi che potrebbero contribuire nulla alla sua formazione, e che potrebbe anche non esserle permesso di usare – palazzi in cui altri lavoreranno per meno di un salario vivibile, a rischio di non avere proprio nessun salario. Questa è la verità della vita degli studenti, della vita dei lavoratori (spesso la stessa cosa). Questa è la verità della relazione tra loro e i palazzi dell’università agli occhi dei Rettori e dell’Ufficio del Presidente.

Fino a quando le cose staranno così, nessun palazzo sarà al sicuro dall’occupazione. Nessun progetto del capitale ma il progetto di finire il capitale. Ci appelliamo a altre occupazioni, per strappare i nostri edifici e le nostre vite dalla sua stretta. Ci appelliamo a una università diversa, a una società diversa in cui questa università è inserita. Ci appelliamo a una relazione diversa fra vite e edifici. Lo facciamo liberamente. Siamo il potere.

http://anticapitalprojects.wordpress.com

anticapitalprojects@gmail.com



[1] Il ‘capital project’ì è un investimento a lungo termine che richiede grandi somme per acquistare, sviluppare o mantenere un bene capitalizzabile (come un terreno, degli edifici, dighe, strafe etc)

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Berkeley protest


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