«Ogni tempesta comincia con una sola goccia», in memoria di Lorenzo partigiano in Rojava

È arrivata ieri la notizia che il combattente italiano Ypg Heval Tekoşer, Lorenzo Orsetti, è stato ucciso dall'Isis sul fronte di Baghouz, nella Siria del Nord-Est.

19 / 3 / 2019

«Fare il partigiano era tutto qui: sedere, per lo più su terra o pietra, fumare (ad averne), poi vedere uno o più fascisti, alzarsi senza spazzolarsi il dietro, e muovere a uccidere o essere uccisi, a infliggere o ricevere una tomba mezzostimata, mezzoamata».

Sembra che Johnny, nella sua guerra partigiana nelle Langhe, l’avesse in qualche modo prevista, la sua morte. Cosciente del suo destino, ma fiero della sua scelta, Johnny si lancia a testa alta e mitra in mano nella battaglia dalla quale, però, non ritornerà. 

È bello pensare che queste persone intrapresero quella scelta con molta leggerezza, non avendo niente da perdere, ma con molta consapevolezza che quell’entusiasmo avrebbe potuto portarli alla morte. Molto spesso le avventure dei partigiani sono state mitizzate, amplificate, leggendarizzate per il fatto che il nemico che si trovavano a combattere era molto più forte ed organizzato di queste bande di ragazzi e ragazze che decisero di difendere la libertà. 

È altresì bello pensare che queste persone siano state persone del tutto normali, sì con una coscienza politica, sì antifascista, ma sostanzialmente tutto il contrario di ciò che è comunemente descritto come “unto dal signore”. Ebbene queste persone erano, e sono, persone normali.

Lorenzo ci piace pensarla come una persona normalissima, con grossi ideali, ma con una vita nella norma. Ci piace pensare alla decisione di andare in Siria come ad una scelta che dà un senso alla vita nel senso positivo, come alla prosecuzione di un percorso che altrimenti sarebbe rimasto monco.

Lo capiamo, Lorenzo. Sarebbe da indagare in tutti i collettivi politici che hanno affrontato la questione della Rivoluzione del Rojava e della guerra contro Daesh, quanti compagne e compagni non si siano immaginati in una trincea in Siria a difendere il mondo dal terrorismo jihadista. Però la differenza tra l’immaginazione e la messa in pratica di tutto ciò è un passo che pochi hanno avuto il coraggio di compiere. 

Chi è andato in Rojava merita tutta l’ammirazione possibile, senza nessun tipo di critica e presunzione di giudicare quella scelta, altissima, di essere andati a combattere in una rivoluzione.

Lorenzo è stato testimone delle atrocità di quella guerra, dell’aggressione della Turchia e dei sui mercenari alla pacifica comunità di Afrin, ha visto con i suoi occhi compagni morire e ha riportato con le sue testimonianze quanto accadeva laggiù.

È vero che la guerra può diventare una malattia, quel qualcosa che non ti fa tornare, la sindrome del "mission accomplished" cioè del non lasciare la guerra finché non è finita del tutto, ma queste sono questioni personali e come tali devono essere rispettate, sempre.

Quello che non si può accettare invece è il piagnisteo dei media, lo sciacallaggio dei politici - Salvini guarda caso - in chiave islamofoba, e l’opinionismo di bassa lega per cui “non si va da soli senza Stato in guerre altrui”. Non si può accettare l’ipocrisia secondo cui chi è caduto sul campo di battaglia viene usato come scudo e baluardo di eroismo, quando l’Italia è tra i primi complici del finanziamento della Turchia, mentre chi ha combattuto ed è tornato a casa viene perseguito dalla legge. Cinque attivisti di Torino - tra ex combattenti e non - e un ex combattente sardo affronteranno, infatti, in settimana il processo che definirà sostanzialmente la loro libertà di movimento o meno: si tratta di infami misure restrittive chieste dalle Procure per il loro impegno a difesa della rivoluzione in Rojava.

Abbiamo un problema di riconoscimento, in Italia: di non voler capire che non può esistere libertà o giustizia finché continueremo a cedere il passo all’individualismo e all’egoismo.

Tutto il male avevamo di fronte, tutto il bene avevamo nel cuore. 

In seguito la lettera lasciata da  Heval Tekoşer

"Ciao, se state leggendo questo messaggio è segno che non sono più a questo mondo.

Beh non rattristatevi più di tanto, mi sta bene così; non ho rimpianti, sono morto facendo quello che ritenevo più giusto, difendendo i più deboli e rimanendo fedele ai miei ideali di giustizia, uguaglianza e libertà. Quindi nonostante questa prematura dipartita, la mia vita resta comunque un successo e sono quasi certo che me ne sono andato con il sorriso sulle labbra. Non avrei potuto chiedere di meglio.

Vi auguro tutto il bene possibile e spero che anche voi un giorno (se non l'avete già fatto) decidiate di dare la vita per il prossimo, perché solo così si cambia il mondo. Solo sconfiggendo l'individualismo e l'egoismo in ciascuno di noi si può fare la differenza. Sono tempi difficili, lo so, ma non cedete alla rassegnazione, non abbandonate la speranza; mai! Neppure un attimo.

Anche quando tutto sembra perduto, e i mali che affliggono l'uomo e la terra sembrano insormontabili, cercate di trovare la forza, di infonderla nei vostri compagni.

È proprio nei momenti più bui che la vostra luce serve.

E ricordate sempre che 'ogni tempesta comincia con una singola goccia'. Cercate di essere voi quella goccia.

Vi amo tutti spero farete tesoro di queste parole. Serkeftin!

Orso,

Tekoser,

Lorenzo"

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