Oltre l’Economia, la politica

26 / 5 / 2015

Proponiamo un testo di Monica Di Sisto, vicepresidente di Fairwatch, Osservatorio sulla giustizia climatica e commerciale, che interverrà il 29 maggio a Trento all'inaugurazione dell'OltrEconomia Festival

Che cos’è l’economia? Paul Singer nel 1998 lancia una sfida culturale coraggiosa, da economista: nel suo libro più noto “ripassa” i fondamentali del paradigma neoliberista e spiega perché non tengono. E indica una nuova strada: l’economia solidale. La immagina come una forma differente di produrre, vendere, comprare e scambiare quanto è necessario per vivere. Senza sfruttare nessuno, senza trarre profitto, senza distruggere l’ambiente. Cooperando, rafforzando il gruppo, senza padroni o salariati, ognuno pensando al bene di tutti e non al proprio. Ne’ il liberismo ne’ il marxismo sono sufficienti per la comprensione dei molti comportamenti economici basati sulla solidarietà, la reciprocità o il lavoro associativo animati non dalla massimizzazione del profitto ma dalla soddisfazione delle necessità umane.

A partire dal riconoscimento dell’alternativa radicale rappresentata da queste pratiche, si può fare un passo avanti nell’analisi: esse non solo manifestano comportamenti diversi rispetto a quelli egemonici, ma possono essere viste come dimostrazione dell’efficacia della strada diversa intrapresa. Le analisi di ricercatori e scienziati come Singer generano sintonie con lo slogan del movimento sociale “un’altra economia è possibile”, e il movimento, in molti Paesi dell’America Latina ma anche in Europa, si struttura a livello economico, ma anche istituzionale. Paul Singer stesso è ministro per l’economia solidale nel Governo Lula, un segretariato apposito gestisce legami, finanziamenti e sperimentazioni legate alle reti di economia solidale in Brasile.

E’ così che numerose organizzazioni sociali, sindacali, ecclesiastiche e dei settori produttivi si sono sentite unite dalla necessità di mostrare cammini alternativi a quelle egemonici. Sono tempi in cui l’autogestione, il recupero di imprese, lo sviluppo comunitario, le pratiche ecologiche, la sovranità alimentare, il consumo responsabile, il commercio equo o le finanze etiche trovano un’interessante e necessaria convergenza che ha dato luogo a reti locali, nazionali, regionali e continentali per rafforzare il movimento.

In anni di duro impegno abbiamo dimostrato resilienza, capacità organizzativa, di penetrazione, di diffusione, e anche di sinergia tra noi. Ma c’è un ma. E penso che l’Oltreconomia festival 2015 sia lo spazio giusto per cominciare a parlarne.

Normative “di settore”, organizzazioni “di settore”, addirittura fondi “per lo sviluppo del settore”, terzo, o quarto, come vogliono alcuni, non importa. I riconoscimenti della specificità, dell’efficacia, della giustezza anche teorica dei suoi approcci non sono mancati a questa storia che affonda le sue radici nel cooperativismo e nella reciprocità cementate alle radici della rivoluzione industriale, ed è quindi ormai ultrabicentenaria nelle sue aspettative di giustizia e di ristabilimento delle priorità sociali e naturali, sopra quelle speculative.

Ma quanto queste pratiche, e la loro effettiva efficacia in questa direzione, sono riuscite a riflettersi ed a condizionare la struttura e le priorità delle politiche pubbliche nel loro complesso, anche nei Paesi che ci hanno creduto di più?

Guardare alla nostra Italia penso ci faccia solo male, ma se guardiamo al complesso delle politiche europee, dove pure molti Paesi hanno spazi importanti e finanziamenti di rilievo per l’economia sociale e solidale, quanto queste stridono per priorità e qualità rispetto alle politiche economiche generali? Quanto, nonostante la crisi, ci siamo avvitati anche culturalmente intorno alle priorità dell’austerity come cura ineluttabile dopo anni di dissipatezza naturale e speculativa, piuttosto che percorrere davvero con coraggio la strada della qualità sociale e ambientale, del fare condiviso, della convivenza solidale e accogliente nel pianeta. Quanto il cosiddetto “sviluppo”, anche in quei Paesi emergenti che più di altri avevano la possibilità di costruire meglio un futuro diverso per se’ e per il pianeta, rappresentando tanto in risorse condivise e nuovi abitanti, ha continuato, invece, ad accompagnarsi come in una necessaria litania a parole come liberalizzazione commerciale, accelerazione degli scambi, iperproduzione e consumo dissipativo? L’origine popolare di queste esperienze, la mancanza di potere istituito al loro interno e la marginalità rispetto ai tavoli in cui “si fanno le politiche vere”, la solidarietà spesso abbracciata al loro interno più per necessità che per convinzione, come frutto della crisi dell’Impresa formale o come progetto nato “in vitro” da organizzazioni di promozione o anche da politiche e finanziamenti governativi, ci rende fragili, cancellabili, e soprattutto ininfluenti ai fini della gestione politica generale. Questo l’Europa del Trattato Transatlantico di liberalizzazione degli scambi e degli investimenti con gli Usa, un tavolo per due che fa le regole per tutti, la Governance serrata della deregulation politica autoritaria e selvaggia che schiaccia l’occhio ai grandi interessi corporativi, lo insegna al mondo come paradigma senza ritorno.

Ma per chi, come le nostre realtà autenticamente solidali, guarda ostinatamente, con forzata speranza, a un cambiamento necessario per tutti, non può arrendersi all’evidenza. E’ il momento di una lotta che non è più solo pratica ma politica. Uno sforzo di sintesi e di modello fuori dalle nicchie di mercato, pur solide, che le pratiche più diffuse come l’equosolidale o il biologico hanno prodotto intorno a se’. Un’autorganizzazione che guarda ai palazzi e non più solo agli orti, ai laboratori, ai mercati. Un nuovo modello di autodeterminazione politica che faccia di quelle piazze, di quei mercati, della loro debolezza, una nuova forza organizzata ed autonoma. Ma soprattutto uno spazio per studiare, capire e condividere. Per capire che le politiche che non facciamo, le subiremo. Cominciamo dall’Oltreconomia Festival, per arrivare almeno a Roma, ma magari anche a Bruxelles.

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