Parigi - I lumi sono spenti

Fine dello Stato e guerra globale nella Parigi di COP21

8 / 12 / 2015

Parigi non è la città blindata che ci si immagina. Nella città simbolo dello stile di vita occidentale, costellata di arte, cultura e business le giornate scorrono placide come la Senna, almeno a prima vista. La presenza del controllo, gendarmi e militari in armi, si manifesta in maniera massiccia solo dopo il tramonto, nei pressi di Place de la République, all'ora dell'aperitivo. Durante ore precedenti il dispositivo di difesa messo in atto dopo gli assalti del 13 novembre è quasi invisibile. Ma tra la mattina, quando attorno a Notre Dame non vi sono che quattro militari in armi a pattugliare mentre la Tour Eiffel appare sguarnita, così come Ministeri e sedi istituzionali, e la sera, quando decine di flic prendono possesso del cuore della città, si svolge un flusso di vita completamente alterato, permeato da una molteplicità di micro-intrusioni nella quotidianità della metropoli. Le stazioni della metropolitana sembrano luoghi di frontiera; nel reticolo di scale e gallerie tutto è immediatamente alterato dalla voce che annuncia chiusure di stazioni o soppressioni di fermate, dal nastro bianco-rosso teso ad impedire l'accesso ad una linea e presidiato da poliziotti, mentre altri gendarmi - tanti - si muovono discreti e veloci, quasi confusi tra la folla.

Lo sforzo di continuare a vivere normalmente contiene in sè la coscienza della fragilità, il racconto del pericolo scampato per un soffio quel venerdì, la possibilità che il 13 novembre possa accadere ancora, nonostante l’état d'urgence.
La sicurezza, o meglio la sensazione di sicurezza che i governi dell'occidente “promettono” da anni, non passa certo per qualche migliaio di flic col fucile. Al contrario la loro presenza e le modalità della loro comparsa - uomini armati che escono con le tenebre - rappresentano esattamente il contrario: il timore, la paura. Forse per questo la rappresentazione della sicurezza passa attraverso l'assenza di un meccanismo macroscopico, fino a far dubitare della sua stessa esistenza. Lo stato d'emergenza, ed i poteri straordinari che consegna ai prefetti, serve a condurre operazioni mirate in quantità, ed in effetti questa è la sola cosa che emerge e viene ostentata: il numero di perquisizioni, arresti e fermi di polizia condotti in tutta la Francia. La percezione di sicurezza che Hollande deve garantire ai francesi viene veicolata dai rapporti statistici delle questure a fine settimana. Contano solo i numeri, come in borsa: l'indice di riferimento deve aumentare.
Ciò che tra la popolazione cresce però è altro. Se il dibattito politico riportato da ogni quotidiano è centrato sull'inesorabilità dell'avanzata del FN, tra la gente si allarga il cerchio della diffidenza. Le banlieues che dieci anni fa esplodevano sono a un passo, ma fuori. Un fuori dove sembra si sia sviluppato un mondo parallelo, dove la lunghezza della barba, il colore dei calzini dichiarano uno stile di vita, un'appartenenza, una visione del mondo e delle relazioni umane che poco hanno a che spartire con il modello proposto ed imposto dal pessimo caffè di Starbucks, tra gli stores delle catene di moda e le preziose boutique. Si legge una tensione che non è demarcabile attorno ad un perimetro dentro/fuori: la forma di vita "diversa", che ci turba, viene da dentro il nostro modello di civilizzazione, nasce attorno alla metropoli e, in fin dei conti, ne costituisce una filigrana.
Parigi in questo tempo è lo stigma dell'assenza di certezza, di sicurezza. Il fall-out degli attentati sta coprendo la discussione attorno al contenimento dei cambiamenti climatici, e lo stato d'emergenza lascia che sia percepita una sola voce, quella delle trattative ufficiali, tappando letteralmente la bocca a chiunque cerchi di prendere parola. Il solo tentativo di persone che intendono manifestare è spazzato via dalla polizia in forze, la cui presenza e violenza nei luoghi della COP21 non va solo messa in relazione con il post-13 novembre: semplicemente,ora agiscono con mano completamente libera, legibus soluti. I flic accerchiano i giornalisti prima dei dimostranti. La censura precede la repressione, che in realtà avviene a priori.
Place de la Bastille è un ordinato crocevia del traffico. Attraversare uno dei luoghi più legati all'affermazione rivoluzionaria del moderno Stato di Diritto sembra irreale, mentre i diritti costituzionali sono sospesi per decreto e risuona ancora l'annuncio di Hollande«possibili violazioni dei diritti fondamentali dell'Uomo e del Cittadino», i cui lumi sono eclissati dalle «ragioni di sicurezza».

Ci sono compagni ed attivisti vari che stanno provando con coraggio ad attuare forme di resistenza quotidiana, umana prima ancora che politica, nonostante i nuovi dispositivi e l’enorme pressione repressiva. Siamo realisti: non si tratta di una moltitudine resistente, e speriamo di venire smentiti il 12 dicembre, giorno in cui ci sarebbe dovuta essere la grande manifestazione “anti-Cop21”. Ma il punto è un altro e la domanda eccede lo stato di salute dei movimenti francesi ed europei in generale. Forse il processo di costruzione del vivere civile attraverso l'affermazione di diritti, attraverso il metodo del diritto positivo è incrinato, rotto definitivamente?
Tre elementi si incrociano, tra i palazzi della COP21 e la Place de la République, divenuta sacrario ai caduti del 13 novembre.
Il primo è la fine dello Stato come garante formale del diritto positivo e soggettivo (materialmente, sappiamo bene che non lo è mai stato). Il dibattito sulla riforma della Costituzione finirà per inglobare i poteri speciali, lo stato d'emergenza sarà costituzionalizzato. Questo processo sarà accelerato, anche  per riprendere la pancia di un Paese che si sta consegnando al FN: Hollande stesso ha richiesto di modificare in questo senso due articoli della carta fondamentale, e la sola possibilità perché le elezioni politiche tra due anni non vedano il trionfo del FN è che i socialisti e l'ex UMP, ora Les Républicaines guidati da Sarkozy si coalizzino.
Il secondo è che la COP21, così come altri vertici tra "i grandi", costituisce di fatto un luogo di produzione di regole. Lungi dall'essere l'ambito di discussione tematico sulle modalità di produzione e sulle fonti energetiche, il lavoro vero che nella conferenza si svolge è il tentativo di regolamentazione delle modalità con cui l'attuale sistema produttivo-finanziario-commerciale si appropria delle risorse della natura, e come queste vengano poi scambiate. Non c'è all'ordine del discorso la sussistenza delle condizioni di possibilità a lungo termine per la vita sul pianeta: l'orizzonte temporale ha il lungo termine del linguaggio della finanza, e dura fino al prossimo incontro.
Il terzo è lo scenario di guerra globale permanente entro cui situare tanto i 130 morti del 13 novembre, quanto i dimenticati kamikaze di Beirut, o le manovre di Putin ed Erdogan. Assumendo il linguaggio della geopolitica, i nuovi assetti regionali in Medio Oriente sono di là da venire: non scordiamo però che da qui vengono o transitano tanto i rifornimenti energetici per tutto il continente europeo, quanto i milioni di migranti che premono alle porte della Fortezza Europa.
Lo Stato moderno, concepito come il regolatore di un mercato chiuso e garante del contratto sociale verso una popolazione statica, appare del tutto svuotato in questo scenario. Il potere legislativo è sostituito da processi di legificazione di standard di scambio stabiliti in segreto ed a livello globale (vedi il TTIP). All’altro lato Charlie Hebdo ed il Bataclan a Parigi, le mattanze contro i neri e - non ultimo - l'assalto armato ad una clinica dove veniva praticato l'aborto negli USA, il controllo disumano delle frontiere europee stanno a significare che è venuta meno la garanzia dell'incolumità per i cittadini dello Stato e nello Stato. In poche parole: il contratto sociale è rotto, se mai sia davvero esistito.
Resta la guerra, ultima arma in mano allo Stato per affermare la propria esistenza. Da 15 anni la guerra al terrorismo si accompagna all'avanzata del neo-liberismo, le cui regole vengono dall'equilibrio delle reti della governance globale: un gorgo senza fine dove lo sviluppo delle forze del capitale deve distruggere lo Stato, che già fu suo mentore. Passeggiare a Parigi oggi fa capire come il dominio del mercato generi sia il terrorista che la guerra per combatterlo.

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