Passa la Riforma Gelmini, Maroni criminalizza gli studenti, a gennaio si riparte.

24 / 12 / 2010

La riforma Gelmini è legge. Dopo la terza riunione della Conferenza dei capigruppo al Senato nella giornata di mercoledì 22, il Partito Democratico, seguito da Italia dei valori, ha rinunciato all'ostruzionismo ed ha reso possibile l'approvazione definitiva della legge entro Natale. 

La concessione di maggiori tempi per illustrare i propri emendamenti è bastata al PD per battere in ritirata, dopo avere denunciato che i lavori parlamentari erano inficiati da gravi illegittimità e che, anche a seguito delle scandalose votazioni del 22 dicembre, sotto la vicepresidenza della leghista Mauro, sarebbe stato doveroso un rinvio della legge alla Camera dei Deputati.

Come già avvenuto in passato, il PD ha giocato ancora una volta un ruolo di opposizione a geometria variabile, consentendo nei fatti l'avanzamento dell'esame del provvedimento, dopo avere condiviso intere parti del DDL Gelmini,soprattutto per quanto concerne la governance e la cd. “valutazione”. Ed anche in questi ultimi concitati giorni, sull'art.20 del provvedimento, proprio in materia di valutazione, non è mancato un voto bipartizan.

Ma al PD non è stato riconosciuto neppure l'”onore delle armi” e l'intervento conclusivo della capogruppo Finocchiaro prima del voto finale, malgrado le numerose scelte di “responsabilità” nella battaglia procedurale, veniva interrotto da insulti da parte delle destre al punto che la senatrice non riusciva neppure a concludere il suo discorso. I violenti si trovano ormai dentro il parlamento, dove dagli insulti si passa anche allo scontro fisico non meno spesso che nelle scuole e nelle università.

Ha ragione Saviano, le parole possono essere peggio delle pietre. Le aule di Camera e Senato esprimono ormai una carica di violenza che non si riscontra in nessun parlamento di un paese democratico. E poi qualcuno osa pure dare lezioni di comportamento ai ragazzi che protestano. I pressanti appelli alla “coesione sociale” e quindi l'intervento diretto di Napolitano che, prima, ha bloccato per un mese il voto sulla sfiducia al governo, e poi si è prestato ad una trattativa senza sbocchi con gli studenti, nelle stesse ore nelle quali il Senato metteva la pietra tombale sulle speranze di difesa dell'università pubblica, hanno contribuito ad agevolare la ricomposizione di maggioranza ed opposizione sulle procedure da adottare all'interno dei palazzi, condizione per la sollecita approvazione della riforma Gelmini.

E non sembra certo prevedibile, adesso, che il Presidente della Repubblica, malgrado i palesi profili di incostituzionalità e di contraddittorietà della legge, eserciti il suo potere di rinvio alle Camere. Quando i giochi sono apparsi fatti sono esplose la rabbia e l'ironia degli studenti. 

La sordità dell'intero mondo politico ed il buonismo di maniera lanciato dalla grande stampa, alimentato anche dalle dichiarazioni di Saviano, e dalla campagna mediatica sul ruolo di “interlocuzione” della Presidenza della Repubblica, hanno fatto esplodere gravissime contraddizioni all'interno del movimento studentesco, offrendo ad alcuni gruppi minoritari l'occasione per coinvolgere negli scontri studenti che non erano mai riusciti a trovare ascolto  all'interno dei canali istituzionali.

Mentre a Roma, dopo il 14 dicembre, il movimento si era difeso dai tentativi di criminalizzazione ed  aveva mantenuto una sua compattezza, diversificando le forme ed i tempi delle proteste, a Palermo la logica identitaria dello scontro a tutti i costi, ed una ridda di giudizi sommari che sono stati pretesto per ulteriori strumentalizzazioni, hanno prodotto divisioni che non sarà facile ricomporre. Sono rimasti esposti alla reazione violenta delle forze di polizia, ed alle possibili conseguenze giudiziarie, ragazzi e ragazze che intendevano soltanto protestare con tutta la determinazione possibile, ma senza armi improprie, contro la cancellazione delle loro prospettive di futuro, una catastrofe sociale che passa anche attraverso la cd. riforma dell'università ed il federalismo. Quello che successo a Palermo non si può liquidare con assoluzioni o con condanne sommarie, ma richiede a tutti un serio esame di coscienza, perché interroga sulle ragioni e sulle responsabilità di un livello così elevato di scontro.

Il ministro Maroni, seguito dai principali organi di informazione, ha colto l'occasione dei disordini che si sono verificati a Palermo mercoledì 22 dicembre, ben poca cosa rispetto a quelli del 14 scorso a Roma, per rilanciare l'ennesima campagna di criminalizzazione e di divisione del movimento studentesco come se, prima ancora di estendere il DASPO alle manifestazioni politiche, fossero già cancellati la presunzione di innocenza e la natura personale (e non collettiva) della sanzione penale, principi costituzionali a difesa dello stato di diritto. Si è attribuita così ad un intera parte del movimento studentesco palermitano la responsabilità di fatti, per quanto gravi, comunque riconducibili, semmai, alla condotta di singoli manifestanti.

Secondo l'art.27 della Costituzione “la responsabilità penale è personale” ed i presupposti di un eventuale concorso o di un reato associativo vanno provati e non possono essere dati come fatti scontati. E su questo decide la magistratura, non certo il ministro dell'interno.Prima di accusare gli studenti palermitani di “assalire” i simboli dell'antimafia, come la Questura, il ministro farebbe forse meglio a liberare il Parlamento di tutti gli “onorevoli” condannati con sentenza passata in giudicato o sotto processo per fatti ben più gravi di quei gesti isolati che si sono verificati a Palermo.

Gli studenti palermitani, compresi quelli che hanno partecipato alle manifestazioni del 22 dicembre, sono stati presenti quando si è trattato di sostenere il contrasto della presenza mafiosa ancora così diffusa nel nostro territorio, malgrado gli eclatanti successi annunciati dal governo.

E i loro genitori ricordano ancora molto bene quando, dopo le stragi Falcone e Borsellino, che erano costate la vita a numerosi agenti di scorta, si stringevano attorno ai magistrati e percorrevano le vie della città con le mani poggiate sulle macchine della polizia, in segno di solidarietà e di condivisione, mentre il ministro Maroni, ancora nel 1996, dichiarava alla BBC di essere il leader delle camice verdi padane, la cui attività è oggi al vaglio della magistratura.

Se i tentativi di criminalizzazione degli studenti andranno a segno, questo dipenderà anche dalla scarsa presenza di professori e ricercatori. Per i docenti universitari, in lotta da anni contro i progetti di privatizzazione delle università, per difendere l'autonomia universitaria, per restituire qualità e risultati all'università pubblica, con l'approvazione definitiva del DDL Gelmini si profila il rischio di una grave sconfitta, anche a causa dello scarso impegno  che molti hanno dimostrato in quest'ultimo periodo, quasi come se il problema principale fosse per ciascuno difendere il proprio piccolo ( o grande) spazio personale. Il ministro Gelmini ha annunciato con toni trionfali che si è ad un passo dal riportare le università italiane alla situazione precedente il '68, con il ripristino della piramide accademica e con la riaffermazione della logica del precariato e della cooptazione personale. Altro che lotta ai baroni, che da questa legge ricevono poteri ancora maggiori.

L'università si avvia a diventare sempre di più “cosa loro”, un grande affare per i potentati privati e per i partiti che ne raccolgono i “desiderata”. Perché di questo si tratta e non di altro, soprattutto per effetto della riforma dei concorsi che, malgrado le liste di idoneità nazionale, mantiene sempre in mano delle baronie locali i poteri di chiamata e di produzione dei posti di professore ed il reclutamento dei ricercatori, ormai a termine. Questa apparente vittoria del governo non pacificherà affatto le università, e non rimanderà i giovani a casa a studiare, come qualcuno auspica.

Anche se la Gelmini ha già pronti i decreti delegati, che annuncia addirittura per le prossime settimane, i percorsi per l'attuazione della legge di delega appaiono assai accidentati, sia per la mancanza di risorse, che non possono essere reperite ricorrendo ai consueti giochi di prestigio ai quali questo governo ci ha pure abituato, sia soprattutto per la ferma opposizione, ai limiti dell'ostruzionismo, ma non per un solo giorno, che tutte le componenti universitarie praticheranno per impedire che la “riforma” universitaria vada a regime. L'appuntamento per tutti è per i primi giorni di gennaio, anche perché, malgrado la riforma, molte facoltà non potranno definire in tempo l'offerta formativa e numerosi corsi continueranno a restare sguarniti. Il confronto e la solidarietà tra studenti medi ed universitari dovranno costituire pratiche quotidiane per dare vigore al contrasto di tutte le fasi attuative della riforma.

Una riforma che pregiudica le speranze di futuro di tutti i giovani, sia quelli che sono già all'interno dell'università, sia di quelli che contano ancora di poterci entrare. Una speranza che per molti potrebbe rivelarsi vana, e questo spiega la rabbia che si è espressa in questi giorni.La partita più importante si giocherà ancora una volta fuori dalle università. Occorrerà connettere tra loro tutte le vertenze aperte nel paese per difendere i principi di solidarietà, i diritti dei lavoratori e lo stato sociale, affermati nella costituzione, proprio come gli studenti hanno ricominciato a fare con determinazione sempre crescente. 

Chi oggi, all'interno del Parlamento, si è espresso, direttamente o con una opposizione a corrente alternata, in favore della legge Gelmini-Tremonti, porterà per sempre la colpa storica e la responsabilità politica di avere tradito le attese di  intere generazioni. Forse qualcuno nel PD questo lo ha capito, quando il potere degli editorialisti di riferimento aveva già eroso tutti i margini per uno scontro autentico sul merito della riforma.  E non è rimasto che invocare la carenza di fondi, come se le coordinate culturali del disegno restauratore, ed i pesanti effetti collaterali, sul piano della restrizione del diritto allo studio, fossero accettabili.

A tutti gli altri, a quelli che vogliono contrastare sul serio il disegno restauratore della Gelmini e del governo, tocca il compito di disinnescare la mina sociale costituita dalla criminalizzazione dei movimenti autorganizzati, praticando nuove forme di rappresentanza politica ed individuando altri soggetti politici che diano sbocco ad una ansia di cambiamento sempre più diffusa, dentro e fuori le università.  

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