Pastori, lupi e pecorelle

In risposta a Repubblica e a Carlo Galli

2 / 3 / 2012

Da non crederci. Un ceto politico-mediatico che non faceva una piega al turpiloquio a freddo di Sgarbi e alla gesticolazione oscena di Bossi, che annovera tra le sue fila Cretinetti Sallusti, adesso si indigna per le pecorelle, anche quando tali gentili animali sfasciano le vetrine dei bar e le teste dei manifestanti, inquietanti eredi delle squadrette carcerarie e dei massacratori della scuola Diaz. In prima fila, con timide smagliature, «Repubblica», il partito preso del TINA (there is no alternative), per cui hobbesianamente pacta sunt servanda, anche quando le conseguenze si rivelano disastrose in termini finanziari e ambientali, e alla legge bisogna sempre obbedire, come diceva il sedicente kantiano Eichmann.

A nobilitare le argomentazioni un po’ corrive dei giornalisti embedded si è fatto ricorso per due volte a uno studioso serio e cui molto dobbiamo sul piano scientifico, Carlo Galli. Al suo primo intervento ha con efficacia, mi sembra, replicato Ugo Mattei, e sul secondo vorrei fare qualche modesta considerazione anch’io. Galli identifica la variegata composizione della resistenza valsusina con un unico soggetto e un’unica modalità. Il soggetto concreto sono gli anarco-insurrezionalisti (anche se tale terminologia poliziesca non è qui usata), la modalità è quella dell’antagonismo, più precisamente un antagonismo che non ha una strategia rivoluzionaria, bensì è «fuga secessione resistenza passiva disobbedienza non collaborazione» L´antagonismo non è il vecchio estremismo, che era statico e collocato all’interno di uno schema lineare e subalterno della politica. «Al contrario, c´è nella nozione di antagonismo una concezione agonale della politica; e c´è una idea di movimento [...] non c´è più l´Uno: c´è il Due. Il potere non è più libero di definire sovranamente i propri avversari; questi prendono la parola, lo chiamano a gran voce, lo provocano. Il potere ha finalmente trovato un soggetto che non si assoggetta, che lo sfida. Un Altro, insomma». Tutto legittimo, anzi elemento della democrazia che è “conflitto regolato”, che rende produttivi gli antagonismi. Però e ahimé, questo antagonismo è del genere “non dialettico”, non vuole spartire lo spazio del conflitto con il potere democratico, non si lascia inserire nel Sistema, anche se non sempre (Galli resta serio anche quando e malgrado scriva su «Repubblica») entra nella logica schmittiana amico/nemico. Anzi, non ha la forza (e qui avrei aggiunto: neppure la voglia) di prendere il potere con una rivoluzione. La sua è una strategia di secessione, di potere destituente, addirittura di jüngeriano “passaggio al bosco”. Beh, forse qui si esagera: il Waldgang è piacevole nei boschi della Valsusa, ma ha un carattere collettivo e cooperante ben lontano dalla logica elitaria e quasi autistica del Ribelle e dell’Anarca. Analogia per analogia, verrebbe piuttosto da pensare al partigiano ctonio schmittiano, per il rapporto con il territorio, con i fiumi, le vigne, le montagne della Valle. Galli capisce bene che questi atteggiamenti, sbrigativamente ridotti alle due varianti anarchica ed ecologista-radicale (tacciamo dell’evocazione di Céline e Pound e dell’inopinata inserzione di Marcuse), dilagano «quanto più lo spazio politico appare conformista, o inospitale, o paludoso». La critica diventa allora non più quella giornalettistica della violenza o della resistenza arcaica al progresso, ma dell’impoliticità, del farsi ombra piuttosto che negazione del potere.

Mi permetto due critiche. La prima, che Galli assume una composizione arbitraria sia dello schieramento No-Tav sia, più in generale, dell’antagonismo sociale in senso lato in Italia, schiacciandola sulla componente che antagonista si definisce, ma rappresenta solo una delle voci di quel coro. Nel movimento nel suo complesso e nell’esperienza valsusina predomina un discorso propositivo, una strategia ancora imperfetta (lo sappiamo) dei beni comuni, una pretesa costituente che magari è sfrontata rispetto alle forze e alla chiarezza degli obbiettivi e dei passaggi, ma si pone realmente il problema di uscire dalla crisi della rappresentanza e dal fango della II Repubblica per una via diversa dalla dittatura della finanza e dalla pratica suicida dell’austerità. Un suicidio della democrazia, un suicidio dell’economia. Commissariamento politico e recessione. Qualcuno –tecnico o politico– sta offrendo una prospettiva, su scala nazionale ed europea, alla crisi e alla disoccupazione di massa? Latita, anzi, un Obama europeo. Non farò il torto di ricordare a Galli i Discorsi machiavelliani sulla produttività istituzionale dei tumulti romani repubblicani, ma –in tutta franchezza– esiste qualcosa di più democratico e propositivo nei mesi recenti che non sia l’esperienza referendaria vincente sull’acqua e sulle centrali atomiche? E non ci si ricorda come gli argomenti usati prima dei referendum e dopo per svuotarne gli esiti siano esattamente quelli che oggi vengono fatti valere a favore della Tav: il mercato, l’Europa, il progresso, i nostri vicini comunque fanno così, non si può avere una logica localista e NIMBY (not in my back yard, non nel mio cortile), ecc. E i movimenti non hanno giocato proprio nessun ruolo a Milano, Napoli, Genova, nell’interferire produttivamente in cambiamenti istituzionali e programmatici? O si trattava di momenti “destituenti”, aristocratici o infantili che fossero? Non è nuovo, anche se problematico, il tentativo di mantenere la pluralità della composizione alternativa e il rifiuto di definirsi mediante l’individuazione esorcistica di un nemico? Nello scandire il potere dentro l’esercizio della potenza moltitudinaria? –qualcosa di costituente, non di destituente. Come non vedere, dopo il carnevale berlusconiano e la quaresima monti-passeriana –due varianti dell’emergenza permanente in cui si è dissolto lo stato d’eccezione sovrano di Carl Schmitt– che l’unica resistenza e possibilità di cambiamento viene dalle battaglie Fiom e da movimenti del genere Onda, acqua o No-Tav? E che il vero problema è, caso mai, che siano ancora troppo disaggregati e discontinui? O forse riescono più affidabili le altre soluzioni che girano sul mercato –il riformismo a vocazione maggioritaria di Veltroni, i ben foraggiati spettri tipo An o Margherita ed eredi, le primarie di partito, coalizione o cosca, gli esecutivi di prefetti, banchieri, bocconiani, manager, una versione governamentale della defunta Fabbrica Italia di Marchionne? Ma tralasciamo di infierire...

La seconda critica investe invece la definizione di potere democratico come l’opposto simmetrico di quel troppo vago antagonismo. Ci troviamo infatti di fronte non a una generica situazione “paludosa” –per quanto i miasmi ci costringano a turarci il naso– ma a una degenerazione profonda del sistema e a una crisi radicale della rappresentanza. Per essere più concreti: al collasso dello Stato dei partiti che, su base keynesiana e fordista, è stata la costituzione reale nell’Europa del dopoguerra. Per quanto qualcuno (D’Alema, per non andare lontani) difenda una visione tradizionale della sovranità e del potere, pretendendo per il partito attualmente di minoranza l’accesso allo Stato, inteso come forza, monopolio della violenza e della produzione giuridica, si tratta in tutta evidenza di una concezione attardata e patetica, già dissolta nel populismo personalizzato della democrazia del pubblico (neppure quella di Bernard Manin, ma la sua sconcia parodia berlusconiana) e poi finita nel tritacarne della governance tecnocratica di Monti & C. A chi la ritenesse una parentesi e immaginasse a breve scadenza una ripresa, magari ripulita e rivitalizzata, delle vecchie dinamiche (ma già esistono sospette Opa su una grosse Koalition), vorremmo soltanto ricordare una battuta agghiacciante di Monti: questa non è una riforma del mercato del lavoro, ma una riforma della mente. Il pensiero unico è il corollario di una governance autoritaria: che la natura (il mercato) sia irresistibile e inconfutabile e la politica debba adattarsi lo dicevano già i fisiocratici, fautori del dispotismo illuminato e ammiratori spregiudicati della Cina confuciana. Non c’era bisogno del new realism epistemologico e delle letterine Bce. Poi però occorre impartire delle lezioni simboliche e materiali, colpire per educare. Non è sintomatico che i nuovi e pastorali Custodi delle Leggi ne agitino due: l’art. 18 e la Tav?

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