Per Luana e tutte le lavoratrici. Ci vogliamo vive, libere e autodeterminate

Un contributo di Non Una di Meno Treviso sulla vicenda di Luana D’Orazio.

12 / 5 / 2021

Luana D’Orazio è morta il 3 maggio scorso, uccisa dal macchinario tessile che stava manovrando durante il suo turno di lavoro, mentre proprio due giorni prima si celebrava la festa dei lavoratori per ricordare le loro conquiste sindacali. In molti ne hanno parlato e vogliamo farlo anche noi. 

Vogliamo parlare del suo corpo, non per sottolineare quanto fosse bella, ma per ribadire come il sistema produttivo si appropri sempre (certo, spesso in modi non così atroci) dei nostri corpi, altrimenti liberi e autodeterminati.

Vogliamo parlare del suo essere giovane, non per fare del pietismo ipocrita e strappalacrime, ma per sottolineare che l’inesperienza dei lavoratori e delle lavoratrici non rappresenta né una loro colpa né una giustificazione di una presunta “tragica fatalità”, ma impone invece precisi obblighi per il datore di lavoro di garantire un’adeguata formazione.

Vogliamo parlare del suo essere madre, non per fare della retorica strumentale sulla sacralità della maternità, ma per ricordare che le lavoratrici, quando escono dalla fabbrica o dall’ufficio, sono quasi sempre costrette a sobbarcarsi anche tutto il lavoro di cura - non retribuito - in favore di figlx e familiari.

Tutti questi aspetti della sua vita non sono ingredienti di un melò, come i giornali li hanno vergognosamente trattati: sono invece questioni politiche che riguardano Luana ma al contempo la trascendono, e che devono essere lette in una prospettiva collettiva e di sistema.

È infatti un portato sistemico del capitalismo quello di privilegiare l’efficienza produttiva a scapito della salute e della stessa vita delle lavoratrici e dex lavoratorx: la formazione antinfortunistica è spesso carente o svolta solo pro forma, i dispositivi di sicurezza spesso vengono rimossi per accelerare il ritmo di produzione, la vigilanza spesso è insufficiente. Secondo i dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro il 79% delle aziende non è in regola con le normative sulla sicurezza. Gli incidenti sul lavoro non sono quindi eventi imprevedibili ma implicano precise responsabilità datoriali.

Nel 2020 si sono segnalati 1270 decessi sul lavoro: una media di quasi 4 morti al giorno, con un aumento del 16,6% rispetto al 2019. Inoltre, nei primi tre mesi del 2021 si sono contati 185 decessi, l’11,4% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. A questi numeri vanno poi aggiunte tutte le morti sul lavoro nero, di cui non esistono dati precisi. Dal canto suo, il PNRR si prodiga a salvaguardare le imprese, mentre manca qualsiasi incentivo alla tutela della salute dei lavoratori.

Su questa situazione, di eccezionale gravità, s’innesta l’oppressione specifica delle donne che lavorano, quasi sempre sottopagate, precarie, costrette a barcamenarsi fra ricerca di un sostentamento economico e la cura della famiglia, messe nella condizione di scegliere fra l’uno e l’altro (non dimentichiamo la lotta delle lavoratrici Yoox), marginalizzate a causa della loro provenienza (le lavoratrici migranti), della loro identità di genere (le lavoratrici trans), del contenuto della loro prestazione lavorativa (le sex workers).

Come femministe vediamo come questi piani si intreccino e non possiamo tollerare la falsa dicotomia fra lavoro e salute, fra lavoro e cura: è meramente la struttura capitalista e patriarcale determinare questa inconciliabilità.

Pretendiamo un ripensamento radicale del sistema produttivo che tuteli in via prioritaria la salute e la vita, perché nessuna lavoratrice debba essere costretta a lavorare in condizioni pericolose o muoia mai più sul posto di lavoro.

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