Per un altro genere di educazione: due giorni di mobilitazione contro gli stati generali della natalità

Dalla contestazione verso la Ministra Roccella alle cariche del corteo che si stava dirigendo verso l’Auditorium della Conciliazione.

11 / 5 / 2024

“Esserci, più figli, più futuro” è lo slogan con cui il Ministro dell’Istruzione e del Merito Valditara - a nome della Fondazione per la Natalità - ha invitato studentesse e studenti di tutta Italia alla “partecipazione attiva” agli Stati Generali Della Natalità 2024 che si sono tenuti l’8 e il 9 maggio a Roma.

Ormai giunti alla quarta edizione, gli Stati Generali della Natalità sono un evento che, nonostante non faccia riferimento a un preciso partito politico, rispecchia una linea politica tanto cara al governo Meloni e alla destra in generale: fare figli il bene della patria, per il mantenimento dello stato nazione. 

Nella descrizione della due giorni di convegni possiamo leggere “Un figlio è una gioia, ma è anche un bene comune, capitale umano, sociale e lavorativo”, facendo passare la maternità come unico obiettivo di vita auspicabile per garantire la riproduzione del capitale umano e della forza lavoro necessaria al mantenimento del sistema capitalistico in cui siamo immerse.

I figli d’interesse però sono soltanto quelli di famiglie italiane, bianche e cis-etero. 

Nemmeno sono state nominate le famiglie arcobaleno che in Italia non hanno alcun riconoscimento, ma anzi sono sotto costante attacco, nell’ultimo anno a causa della celebre circolare Piantedosi inviata a tutti i prefetti d’Italia che impedisce la trascrizione del cognome della madre non biologica negli atti di nascita dei bambini con due mamme.

Nessun riferimento nemmeno alle migliaia di bambini morti in mare provando a raggiungere l’Italia o alle famiglie non italiane e non bianche che ogni giorno vivono sulla loro pelle un razzismo sistematico che parte dalle istituzioni stesse.

Nel contesto di continua violenza a cui siamo esposte questa conferenza non fa altro che alimentare l’idea che il corpo delle donne sia un mero oggetto da usare e sfruttare, per questo le studentesse dell’assemblea Aracne e dei vari collettivi studenteschi italiani per “Un’altro genere di educazione” hanno deciso di coordinarsi a Roma per porre in luce la problematicità di questo evento.

La discussione della prima mattina, tenutasi nell’Auditorium della Conciliazione, ha visto tra le prime ospiti la Ministra per la Famiglia, per la Natalità e per le Pari Opportunità Roccella.

Quando la Ministra ha iniziato a parlare è iniziata la contestazione, richiamando l’attenzione con fischietti e scuotendo le loro chiavi, esibendo dei fogli con su scritto “Sul mio corpo decido io». 

Uno studente è stato fatto salire sul palco per spiegare i motivi di questa manifestazione, nonostante sia stato interrotto più volte: «Se le parole d'ordine dei cortei quest'anno sono state educazione sessuo-affettiva e al consenso a carattere transfemminista, l'unico responso ricevuto sembra essere: "per voi, su di voi, scegliamo noi"».

«Ragazzi, ma noi siamo d’accordo, ma nessuno ha detto che qualcun altro decide sul corpo delle donne, proprio nessuno» questa la risposta della Roccella, la stessa Ministra che poco meno di un mese fa ha affermato, a margine di un convegno di Farmindustria sulla natalità, che “in Italia è più difficile trovare un ospedale dove andare a partorire piuttosto che uno dove andare ad abortire”, quando attualmente in Italia il 63,4% dei ginecologi sono obiettori di coscienza, senza contare che ogni 100.000 donne sono presenti solo 3,3 punti nascita e solo 2,8 strutture che effettuano IVG. In altre occasioni ha affermato invece che “L’aborto, purtroppo, è un diritto delle donne”.

Dopo pochi minuti la Ministra ha deciso di lasciare il palco, gridando poi alla censura. «Censura è quando dall'alto il potere parla, se dal basso noi giovani parliamo si tratta di contestazione! La ministra Roccella era consapevole di non poter contraddire in alcun modo le nostre affermazioni, per questo ha deciso di andarsene, per poter puntare sull'empatia e usare una retorica vittimistica» questa la risposta delle manifestanti rispetto all’accusa.

Conclusasi la contestazione, all’uscita dell’auditorium, uno schieramento di celere ha bloccato il gruppo di manifestanti, sciogliendosi solo nel momento in cui hanno accettato di consegnare i propri documenti d’identità.

Verso sera la facoltà di Scienze Politiche della Sapienza è stata occupata in occasione di queste giornate di contestazione e mobilitazione.

Il giorno seguente - venerdì 10 maggio - dopo aver lasciato la facoltà occupata, le studentesse si sono dirette verso Piazza degli Eroi per dare vita, dietro lo striscione “Per un altro Genere di Educazione”, ad un corteo che ha attraversato le strade di Roma a suon di cori transfemministi e interventi: «Vogliamo un'educazione sessuo-affettiva e al consenso che sia curriculare, costante e completa, che parli di corpi non conformi, relazioni queer, genere, che ci insegni a relazionarci tra di noi e con noi stesse, e che riesca a trattare queste tematiche in maniera esaustiva e critica, sradicando lo stigma che ancora oggi le avvolge!» questa la linea che ha caratterizzato tutte le rivendicazioni fatte durante la manifestazione. 

Rivendicazioni che non trovano spazio nelle nostre scuole, visto il piano “Educare alle relazioni” del Ministro Valditara, un progetto che prevede 30 ore di discussione extracurricolari, facoltative, con necessaria autorizzazione dei genitori e moderate da figure non ancora definite. Un piano proposto sotto la pressione di mesi di mobilitazioni ma che ancora non parte dalle esigenze espresse delle giovani.

Arrivate in Via Leone IV le studentesse, con in mano solo lo striscione, si sono scontrate con la polizia che, volendo impedire al corteo di deviare il percorso prestabilito, le ha caricate con scudi e manganelli: tre persone sono state gravemente ferite e uno studente di sedici anni è stato arrestato, portato e trattenuto in questura per ore.

«Noi giovani veniamo censurate dal governo e dalle forze dell’ordine a cadenza giornaliera, a suon di manganelli e denunce, lo vediamo da anni e lo abbiamo visto oggi, ancora una volta i metodi adottati dalla polizia per sopprimere ogni tipo di dissenso non si smentiscono, questa è censura vera.» Queste le parole delle studentesse dopo le cariche, in riferimento all’accusa di censura da parte della Roccella il giorno precedente.

Il corteo si è fermato nella via: «Aspettiamo che le ambulanze portino via tutte le persone ferite, non lasciamo indietro nessuno!» per poi ripartire e finendo la manifestazione in Piazza Cavour, «Dirigiamoci verso la Questura, andiamo a riprendere il nostro compagno!». 

Il corteo si è quindi diretto alla Questura, trasformandosi così in un presidio rimasto sotto all’edificio fino al rilascio del compagno, avvenuto quattro ore dopo l’arresto.

Nel frattempo dall’Auditorium hanno avuto grande risonanza le parole di Papa Francesco: «In questo momento gli investimenti che danno più reddito sono la fabbrica di armi e gli anticoncezionali. Le une distruggono la vita, gli altri impediscono la vita» mettendo a paragone un business che specula sulle guerre e sulla morte con il diritto ad autodeterminarsi e alla salute sessuale. Mentre in una sala si parla di natalità e “diritto alla vita” dall’altra parte del Mediterraneo è in corso un vero e proprio genocidio, in Palestina i bambini morti sotto le bombe israeliane sono oltre 15.000 in otto mesi di guerra. Un massacro sostenuto politicamente ed economicamente anche dall’Italia.

La contestazione del 9 e la manifestazione del 10 sono parte di un ciclo di mobilitazioni per una scuola transfemminista che da qualche anno, ma soprattutto dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin, stanno riempiendo di studenti e studentesse le strade e le piazze d'Italia.

Stiamo assistendo ad uno smuoversi della consapevolezza collettiva riguardo certe tematiche, che va ad inserirsi e al contempo a generare uno scenario in cui nelle nostre città vediamo un crescente desiderio di manifestare per un altro genere di educazione. In un momento in cui, dalle scuole alle università, crescono le mobilitazioni contro la guerra, come si sta vedendo con le acampade universitarie in tutto il mondo, si intersecano le azioni in solidarietà alla popolazione palestinese con rivendicazioni di giustizia sociale, diritti umani e libertà di autodeterminazione dei propri corpi e delle proprie soggettività.