Il Caso di Villa Hériot a Venezia.

Per un diritto alla citta' globale

Il capitalismo estrattivo tra omologazione e unicità dello spazio urbano.

18 / 12 / 2014

Sulla mappa del nuovo malaffare nazionale, tra la Milano degli appalti per l'Expo e la Roma del Nero Carminati, ci sta il Veneto del sistema Mose, della Concessione Unica al Consorzio Venezia Nuova che, come spesso abbiamo sostenuto, ha costituito la base giuridica, perfettamente legale, per la diffusione della metastasi corruttiva. Non dunque una degenerazione del sistema, ma un sistema a misura di degenerazione. Allo stesso modo, l'alienazione di “pezzi” della città lagunare, dagli edifici di pregio alle isole, la svendita del patrimonio pubblico, non può essere descritta nei termini di una semplice involuzione della politica, giacché il dispositivo di governance, dai “piani alti” della Troika, fino alle amministrazioni comunali, è oggi coerentemente dispiegato per rispondere all'urgenza dell'attuazione delle politiche dell'austerità. Certo, ad ogni livello non mancano le resistenze, come non sono mancate a Venezia, ma dobbiamo ammetterlo, non sono state sufficienti ad invertire la rotta. E se è legittimo non cedere alla demagogia, separando le “mele marce” dalle “persone per bene”, senza l'affermazione di movimenti di massa in grado di imporre un cambiamento epocale non possiamo farci illusioni.

Possiamo però, almeno per quanto riguarda le città, almeno per quanto riguarda Venezia, rilevare un dato un positivo. Se la morsa dell'austerity e la dittatura del bilancio smembrano (assieme alle corruttele) il tessuto urbano, storico, economico e sociale, la vitalità delle pratiche per il “diritto alla città” ci restituisce un terreno d'azione praticabile. Vita, contro la retorica della Venezia che muore, un bios politico che coglie la provocazione dell'ultimo titolo di Salvatore Settis, “Se Venezia muore” e (pur abbracciando i temi della denuncia) la respinge al mittente.

Mi riferisco, in particolare, al recente caso della prevista alienazione del complesso di Villa Heriot, due edifici, una dependance e un grande giardino lasciati dagli industriali francesi Heriot al Comune di Venezia nel 1947 (con esplicita richiesta del vincolo ad uso pubblico). Oggi questo complesso ospita un'Università Internazionale dell'Arte, l'Istituto Veneziano per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea e la palestra di una scuola materna (frequentatissima da oltre sessanta bambini). Ma né le volontà della vedova Heriot né le attività interne hanno fermato il commissario Zappalorto (Venezia avrà nuovamente un sindaco eletto a partire dal maggio prossimo) che si è pronunciato per l'alienazione, rimanendo così fedele alla sua missione di far quadrare i conti, cioè di tagliare i servizi e di liquidare i beni pubblici. Ma questa volta la città ha risposto e la campagna si è messa in moto. Alle due sedute consiliari in cui si è discussa la vendita della villa sono accorse centinaia di persone per manifestare la propria contrarietà. Domenica scorsa il Comitato Villa Heriot Bene Comune ha organizzato un open day per fare conoscere a tutti le attività in corso; un successo enorme, una giornata riuscita e attraversata. C'erano le famiglie, i bambini, gli anziani, gli spazi sociali, assieme a centinaia di altri e agli studenti della campagna “Invendibili”. Quelli che l'anno scorso sono riusciti nell'ardua impresa di salvare tre palazzi storici dell'Università di Ca'Foscari da una permuta sciagurata. E' qui, dall'interno di questi processi contro le privatizzazioni, che qualcosa può emergere come bene comune. E' qui che si attua uno scarto, la trasformazione di Villa Heriot da luogo pubblico a patrimonio comune. Qui si manifesta la città che non muore, quella che non ha perso la memoria di sé e che la può usare per guardare oltre.

E però dobbiamo dire con chiarezza che è solo dentro queste contraddizioni che, se proprio non si può farne a meno, è possibile etichettare una città come viva o morta. Poichè queste contraddizioni sono oggi strutturali dello spazio metropolitano, cioè definiscono in negativo cos'è e cosa non è città (come l'esclusione dei metechi definiva la polis e lo sfruttamento di fabbrica definiva la metropoli industriale), al di là delle dimensioni e del numero di abitanti. Dobbiamo quindi agire con attenzione. Dobbiamo fare sì che le nostre mobilitazioni non assumano un tono nostalgico, non cedano al desiderio di un passato idealizzato, di un tempo che non può tornare. Non intendo qui riproporre la semplicistica polemica tra passatismo e presentismo, tra conservazione ed innovazione, ma tutti noi che “facciamo” il diritto alla città, dovremmo sapere che servono strumenti in grado di fare valere questo diritto in uno spazio urbano segnato, nel bene e nel male, dalla globalizzazione. Un diritto alla città globale dunque, poiché Venezia è tale. Lo è perché è simbolo nel mondo, perché venne citata addirittura come modello per la Manhattan delle origini, perché “vanta” decine di imitazioni ora divenute simulacro e perché è (a sua volta) attraversata da piccole città galleggianti (ovvero mastodontiche navi) di proprietà di grandi multinazionali. Ma il punto non è, come sostiene Settis, che l'unicità di Venezia risulta insopportabile alla modernità che vorrebbe ridurla ad omogeneità, la sua peculiarità è invece vittima di un amore violento e rischia di soffocare nell'abbraccio vampiresco del capitale (nostrano e globale). Se la battaglia per la difesa della città storica di Venezia è, simbolicamente, la battaglia per la salvaguardia di tutte le città storiche, allora questa lotta non può che passare per un'evoluzione. Lo schema del locale contro il globale non regge, non solo perché Venezia è, volente o nolente, un luogo dentro la mondializzazione, ma perché gli appetiti della speculazione nostrana, della corruzione “in teccia”, squalificano ogni illusione di una presunta purezza indigena.

Ci piaccia o no, vagheggiare del ritorno alla polis e all'agorà, è un esercizio inutile, quando non pericoloso. Oggi, non dimentichiamolo, il ritorno ad una città omogenea sul piano etnico e religioso si addice soprattutto ai vari populismi europei.

L'omologazione del tessuto urbano, la sua riduzione alla funzione di riproduzione della forza lavoro era un processo già provocatoriamente descritto negli anni 70 da Archizoom. Con eleganza minimalista, la città veniva rappresentata “senza qualità”: geometrie di quadrati neri su fondo bianco, sezioni dominate da una ritmica modulare ripetuta ovunque e all'infinito, pattern di punti in stile quasi optical. Non che oggi l'omologazione non rappresenti un problema, chiamiamola con termini datati come città-territorio o con termini più recenti, adattati alla mondializzazione, come Junk-space o Bigness. E' però vero che laddove l'omologazione è (fortunatamente) difficoltosa, il capitale agisce da parassita dell'unicità, dei tratti peculiari di un luogo. Venezia è un esempio chiaro di questa dinamica, non è un caso che tendano a naufragare progetti trash come il grattacielo Palais Lumiere, “offerto” da Pierre Cardin, o la parodistica riproposizione di Coney Island (quella sì vero banco di prova ingegneristico e immaginativo del Manhattanismo), “Veniceland” parco a tema presentato da un colosso veneto delle giostre. Quando si vuole provare ad estrarre valore dall'unicità entrano in gioco la rendita di monopolio e il branding, causando danni a volte gravi quanto le più volgari politiche di uniformazione urbana.

Allora attrezziamoci, perché abbiamo bisogno di immaginazione politica per rendere efficace il diritto alla città. In questo senso, forse, può soccorrerci ed ispirarci l'eclettismo architettonico di Villa Heriot, il giardino che emerge dalla laguna, l'atmosfera ariosa e onirica dei suoi spazi, l'inaspettata ma efficace incoerenza degli interni che strizzano l'occhio all'estremo oriente, pur costruendo una sorprendente continuità psicogeografica con la città. Il tutto partorito della mente di Raffaele Mainella, un meridionale, veneziano d'adozione e grande viaggiatore già a fine Ottocento, un cittadino del mondo in una città di cittadini del mondo.

Marco Baravalle - SaLE docks (Venezia)

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