Per una critica del Carbon Trading Dogma

15 / 12 / 2015

Condividiamo un articolo scritto da Emanuele Leonardi (pubblicato per Commonware) ricercatore presso l’Università di Coimbra, autore di numerosi paper sul cambiamento climatico ed i mercati economico-finanziari, nonché curatore dell'ultima edizione del libro di Andé Gorz “Ecologia e libertà”.

L'accordo previsto per venerdì è arrivato sabato, ma un giorno in più d'attesa non ha cambiato la sostanza: la Cop 21 di Parigi è stato l'ennesimo fallimento climatico della Convenzione quadro delle Nazioni Unite (UNFCCC)[1].

Di questa conferenza si è molto parlato in questi giorni, sottolineandone in particolare la dimensione geopolitica: Jason Box e Naomi Klein, per esempio, hanno mostrato il legame tra riscaldamento globale e guerra[2]. Su un piano diverso, abbiamo visto negoziatori del Nord Globale denunciare l'ostruzionismo di Cina e India[3], i cui rappresentanti hanno replicato facendo notare la ritrosia statunitense a prendere sul serio la propria responsabilità storica rispetto al cambiamento climatico[4]. Infine, alcuni analisti si sono concentrati sul tema cruciale del debito ecologico[5].

Meno discussa, eppure ugualmente importante, è la questione della governance climatica attraverso il carbon trading (cioè la creazioni di mercati ad hocin cui scambiare merci-carbonio). L'esclusivo riferimento a questa opzione politica è connessa con ciò che propongo di definire carbon trading dogma, cioè l'assunto che, sebbene la crisi climatica si configuri come un fallimento del mercato (che in passato non ha saputo contabilizzare adeguatamente l'elemento ambientale), essa possa nondimeno essere efficacemente affrontata solo sulla base di un'ulteriore mercatizzazione[6]. Nuovi mercati dedicati implicano nuove merci che, a loro volta, producono una nuova modalità di accumulazione originaria. In questo senso il presente ragionamento è in linea con l'ottima analisi del feticismo del carbonio condotta da Steffen Böhm[7].

Ora, al di là di una certa inconsistenza logica (come può una dose maggiore della causa di un problema essere d'aiuto nella risoluzione di quello stesso problema?), la connessione tra redditività monetaria e riduzione delle emissioni è comunemente accettata nel sistema delle Cop. Due esempi sono sufficienti: in un recente articolo per New Republic – tradotto in italiano da Internazionale – Jeffrey Ball sostiene che “gli affaristi si stanno mettendo in testa alla battaglia contro il riscaldamento globale. Che lo facciano a fini di lucro è indifferente per il pianeta, anzi: è un vantaggio”. Infatti questi operatori finanziari – il riferimento è in particolare al settore assicurativo – “hanno cominciato a chiedere interventi più drastici sul clima nella convinzione di poter accrescere i propri profitti”[8]. Più smaccate ancora le parole del Segretario di Stato americano John Kerry: “Qui a Parigi stiamo inviando ai mercati un messaggio straordinario – cioè che 186 paesi sono impegnati nella lotta ai cambiamenti climatici. Questo aiuterà il settore privato ad investire in essa, perché ora è chiaro che esiste un futuro lungo questo cammino di sostenibilità”[9].

È interessante notare come nel discorso di Kerry il mercato funzioni – anche in riferimento alla questione ecologica – come luogo di veridizione, secondo la formula suggerita da Michel Foucault nei suoi corsi sulla biopolitica dei tardi anni Settanta. Nel contesto climatico il mercato come regime di verità produce un'equazione dogmatica – tanto indiscutibile quanto empiricamente fragile – che riformulando l'analisi condotta da Larry Lohmann[10]possiamo definire così:

stabilità climatica = riduzione delle emissioni di CO2 = carbon trading = crescita economica sostenibile

La forza di questo dogma è dimostrata non solo nell'insistenza con cui le politiche climatiche si innestano sui mercati-carbonio a dispetto dei loro effetti irrilevanti – se non dannosi – dal punto di vista ecologico[11], ma anche dalla sempre maggiore difficoltà incontrata dagli operatori di mercato nel giustificare le retoriche dell'economia verde o della crescita sostenibile[12]. La natura circolare del carbon trading dogma rende impensabile ogni alternativa: come ogni credenza religiosa, la conferma della verità delle proposizioni è già contenuta nell'assunto di fondo: dal momento che i mercati definiscono il campo delle politiche efficaci, il cambiamento climatico può essere contenuto soltanto nella misura in cui sia possibile trarre profitto da tale contenimento. 'Stabilità climatica = creazione di plusvalore' si pone come verità auto-evidente.

In questo contesto credo sia importante sottolineare due aspetti: a) affinché il carbon trading dogma funzioni occorre che sia operativa una visione del rapporto tra natura e valore in cui la prima sia funzionale al secondo; b) il fallimento produttivo che caratterizza i mercati-carbonio – cioè la tensione costitutiva tra i (supposti) fini ambientali e gli (effettivi) mezzi monetari – è la chiave per comprendere perché si continui a puntare su di essi nonostante l'evidente irrilevanza ecologica.

L’ambiente come questione politica

Per quanto riguarda il primo punto può essere utile ricordare che l'ambiente come questione politica fa il suo ingresso nel dibattito pubblico tra gli anni Sessanta e Settanta sulla spinta dell'antagonismo praticato dai movimenti ecologisti. In altre parole, in un primo momento il capitale 'vede' nelle tematiche ambientali un blocco del processo di valorizzazione, un costo aggiuntivo sul bilancio delle imprese, ovvero una crisi di riproduzione – per riprendere l'efficace espressione di André Gorz[13]. La natura – tradizionalmente concepita come infinita e gratuita fornitrice di materie prime (a monte del processo economico) e/o come altrettanto infinita e gratuita discarica (a valle) – diviene improvvisamente una risorsa scarsa.

Il controverso concetto di sviluppo sostenibile emerge negli anni Ottanta precisamente per gestire a livello politico una tale, inaspettata scarsità. La sua scommessa cruciale, infatti, è che redditività monetaria e preservazione ambientale possano procedere assieme. In modo più radicale, la retorica dellagreen economy rappresenta a partire dagli anni Novanta il tentativo capitalistico di superare la crisi di riproduzione attraverso l'assunzione del limite ecologico come nuovo terreno di accumulazione e valorizzazione. Non solo crescita e ambientalismo sarebbero compatibili: il primo si porrebbe addirittura come driver fondamentale della seconda. Per cogliere questo passaggio dalla natura come limite alla valorizzazione alla natura come forza motrice della valorizzazione è sufficiente considerare la traiettoria storica della politica ambientale europea: mentre il primo Piano d'Azione Ambientale (1973-1977) si basava su un approccio command and control – cioè organizzato attorno all'individuazione di standard minimi e sanzioni in caso di sforamento – il cui scopo era quello di prevenire i danni ambientali che necessariamente si accompagnavano ai processi industriali, i piani successivi – in particolare dal quarto (1987-1992) in poi – si rifanno ad un approccio preventivo finalizzato alla diretta integrazione degli obiettivi ecologici alla produzione industriale stessa attraverso un complesso sistemi di incentivi e sgravi fiscali. Insomma: da male necessario il danno ambientale si trasforma progressivamente in profittevole opportunità di business.

Ora, né la green economy né l'approccio preventivo hanno arrestato la moltiplicazione delle criticità ambientali o l'aumento delle emissioni di gas serra[14]. Ciononostante essi continuano a rappresentare lo sfondo discorsivo a partire dal quale è possibile comprendere (e criticare) il carbon trading dogma.

I paradossi del carbon trading

Per introdurre il secondo punto è necessario definire i mercati-carbonio in termini leggermente più tecnici. Il punto di partenza è il Protocollo di Kyoto (PK), firmato nel 1997 durante la Cop 3: si tratta del primo accordo sul clima legalmente vincolante e prevede che i 37 paesi che compongono l'Annex I (cioè le nazioni 'sviluppate') riducano le proprie emissioni in media del 5.2 % nel periodo 2008-2012 rispetto al 1990. Agli altri Paesi (cioè le nazioni 'in via di sviluppo' raccolte nell'Annex II) si chiedevano solo impegni generici, non vincolanti. Sebbene il PK ambisse a ridurre le emissioni attraverso una molteplicità di approcci, è certo che l'innovazione principale che ha apportato alla politica climatica sia il carbon trading, cioè l'idea che la creazione e lo scambio di merci-carbonio (permessi e crediti di emissione) sia la soluzione più efficiente al riscaldamento globale. Infatti, soprattutto a causa della pressione politica esercitata dalla delegazione statunitense[15] – guidata dall'allora Vice-Presidente Al Gore – le parti si accordarono per strutturare sia la concezione che l'implementazione del PK attorno a tre strumenti di mercato – definiti meccanismi flessibili: i) lo scambio di emissioni [Emissions Trading], cioè un sistema cap-and-trade in cui le autorità pubbliche stabiliscono un tetto alle emissioni e le compagnie private scambiano i risultanti permessi/crediti; ii) l'implementazione congiunta [Joint Implementation], cioè un sistema regolativo per gli scambi tra Paesi 'sviluppati'; iii) il meccanismo di sviluppo pulito [Clean Development Mechanism], la cui funzione è quella di includere indirettamente i Paesi 'in via di sviluppo' nei mercati-carbonio globali. L'assunto economico di fondo è che lo scambio di permessi/crediti su mercati dedicati implichi simultaneamente la riduzione del costo aggregato del raggiungimento degli obiettivi, l'applicazione dei dettami dello sviluppo sostenibile nei Paesi non-industrializzati e la creazione di opportunità di crescita per il green business.

Come anticipato, nessuno di questi desiderabili effetti si è materializzato dopo dieci anni di piena implementazione (il PK è stato ratificato nel 2005). È dunque legittimo porsi la seguente domanda: per quale motivo i decisori politici continuano a supportare i mercati-carbonio dal momento che l'evidenza empirica mostra che non funzionano? Per rispondere dobbiamo in primo luogo notare che il tipo particolare di fallimento cui questi mercati si prestano dà luogo ad un curioso paradosso: dal punto di vista ambientale (quello cioè che ha dato origine al carbon trading) si può tranquillamente affermare che i mercati delle emissioni di gas climalteranti siano inutili quando non dannosi[16]. Essi, banalmente, o non raggiungono gli obiettivi prefissati, o addirittura rendono tale raggiungimento impossibile[17]. Al contempo, dal punto di vista economico, tali mercati rappresentano una miniera d'oro per gli operatori finanziari. Come segnalato da Larry Lohmann, vale per questi mercati il rilievo avanzato da Foucault nei riguardi del sistema penitenziario francese nel corso dell'età classica, cioè che essi siano stati costantemente presentati come rimedio di loro stessi, quasi a dire che il loro fallimento debba considerarsi come elemento costitutivo del proprio dispiegamento[18]. In secondo luogo, emerge un evidente corto-circuito tra il (supposto) fine ecologico e gli (effettivi) mezzi economici dei mercati delle emissioni. Infatti, sebbene nessun miglioramento ambientale sia stato ottenuto grazie al carbon trading, un'enorme quantità di ricchezza è stata tuttavia creata e di norma trasferita ad imprese cosiddette fossil-intensive (ad esempio l'industria petrolifera) attraverso un meccanismo che possiamo definire rendita climatica. Qui si misura l'estrema cogenza del carbon trading dogma: per quanto la sua irrilevanza sia stata provata innumerevoli volte a livello pratico-empirico, il presupposto di un'armonica compatibilità tra stabilità climatica e crescita economica continua a guidare l'azione tanto dei legislatori quanto degli operatori di mercato.

Capitalismo e giustizia climatica

La Cop 21 è fallita anche per questo: nessuno in quel consesso aveva intenzione di mettere in questione gli elementi di fondo di ciò che è stato definitocapitalismo climatico[19]. Ne consegue che l'unica reale soluzione alla crisi climatica sia da ricercare nei movimenti globali di giustizia climatica. Come sostiene Steffen Böhm[20]: “La giustizia climatica non entra in gioco dopo aver accettato le regole del capitalismo climatico. Un reale clima giusto può emergere solo nel momento in cui si accetta di mettere a critica la logica fondamentale del feticismo del carbonio, cioè la logica di un mercato che tenta di mercificare e finanziarizzare la natura”.

A dispetto delle dichiarazioni magniloquenti dei Fabius e degli Hollande, dunque, non troveremo nessun passo avanti nell'Accordo di Parigi[21]. Piuttosto, sarà il caso di tornare ad uno degli obiettivi storici dell'ecologia politica: quello di liberare l'immaginazione politica dallo status quo.


 Tratto da:

Commonware

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