Più facile colpire il cuore d'Europa che entrare a Kobane

13 / 1 / 2015

Lo sforzo nel ricomporre la "psicosi" collettiva ha apparentemente dato risultati in appena quattro giorni.

Gli articoli, gli speciali, gli approfondimenti, le interviste, i commenti politici susseguitisi, sicuramente sui media main stream italiani, si sono operati nel costruire mediaticamente un'orgogliosa sensazione di sicurezza dovuta alla ripresa di quel controllo traumaticamente perso il 7G. Nel mentre si dispiegava un apparato militare e securitario nelle strade della capitale francese e attorno ai cosiddetti “obiettivi sensibili”.

La composizione eterogenea della piazza parigina che ha reagito allo shock portando con sé i valori della tolleranza, della democrazia e della libertà, ha sicuramente determinato il confinamento del Front National e la scelta della composizione del “cordone” alla testa del corteo (un esempio tra tutti la compresenza di Abu Mazen e Netanyahu) anche se la stampa ha operato un'operazione di silenziamento dei due milioni di persone a favore dei 50 Grandi.

Sarebbe pero' veramente ingenuo pensare che la politica ed i governanti europei siano stati scossi, traumatizzati, gettati nel caos dall'attentato come evento, e la scelta del tipo di risposta politica da mettere in campo lo dimostra chiaramente, anche se non è esente da contraddizioni.

L'immagine del “cordone” dei Capi di Stato è utilizzata a dimostrazione di un'Europa Politica che si dà come realtà, che unita combatte contro il fondamentalismo e si compatta. Una progettualità politica che nei fatti non si è ancora data. Di contro a questa “fotografia simbolo”, infatti, si legge il riproporsi di ipotesi di chiusura dei confini attraverso la sospensione di Shengen.

Sotto la bandiera nazionale, elevata ad idolo, ecco che patria, unità ed identità nazionale tornano ad assumere la funzione di colonne e pilastri ideologici per la costruzione di una società nazionale omogenea, e le figure di Hollande e della Merkel, scalzate nel gradimento da parte di una destra reazionaria e xenofoba (che nel caso francese era arrivata al 30%), si riprendono il protagonismo assoluto della scena pubblica. Così Marine le Pen viene “relegata” nel sud della Francia mentre il Premier francese è “al centro del mondo”. Così la Merkel dichiara, di fronte alle manifestazioni di Pegida, che “Islam è parte della Germania”.

Questo dato parla di un rafforzamento diretto proprio della leadership politica immortalata all'Eliseo, che insieme all'unità nazionale giustifica una militarizzazione massiccia ed immediata di Parigi e di altre capitali europee ai fini di controllo e sicurezza, mentre si guarda bene dal dare risposte nel merito della realtà di disuguaglianza sociale ed economica che l'Europa stessa vive quotidianamente.

Il primo segno di questa tensione si palesa nella ricerca artificiosa di un nemico che abbia forma compatibile al riconoscimento entro "confini" nazionali, a salvataggio di una politica estera fino ad ora fallimentare. L'elemento religioso amplifica ed accelera l'attribuzione nell'immaginario collettivo di un' identità omogenea, e nella stessa direzione si muove l'allusiva definizione foreign fighters che altro non significa che "di un altro stato", da combattere e sconfiggere anche sul piano fisico (tanto quanto gli attentatori al Charlie Hebdo).

Un altro segnale deve far scattare dei campanelli d'allarme: quello che, con grande sfoggio, è stato uno dei protagonisti della marcia contro il terrore, l'apparato poliziesco. Ampio risalto in questa fase post traumatica viene dato alla ripresa completa del controllo, falso garante di sicurezza nazionale. Questo è avvenuto attraverso un'evidente dimostrazione muscolare e con la sponsorizzazione mediatica pronta a mostrare il consenso dei rincuorati manifestanti alle forze di polizia (vi ricordate l'immagine della ragazza afroamericana che abbracciava il poliziotto dopo le rivolte di Ferguson?).

Inquietante il parallelo tra le date affiancate da alcuni media questi giorni: 11 settembre - 7 gennaio e relativi "eroi": vigili del fuoco - forze speciali. Seppure in entrambi i casi la gestione, dall'evento traumatico all'accrescimento-accentramento del potere, è pienamente politica, le teste di cuoio a differenza dei pompieri afferiscono alle forze armate detentrici del monopolio militare in quanto istituzione slegata da forme di controllo diretto da parte della società civile.

Il rischio è quello di una svolta fortemente autoritaria che trovi la stessa resistenza di una lama calda che affonda in un panetto di burro. E di quella libertà di stampa, di manifestazione, di espressione che mobilita in queste ore milioni di persone, si ergeranno garanti gli stessi ad averne il potere di limitazione,normazione, controllo e repressione.

Quel che sembra mancare totalmente nel dibattito è quale possa essere una risposta altra rispetto al modello securitario proposto.

Come vent'anni fa la forza rivoluzionaria del movimento zapatista è stata in grado di contagiare in termini di immaginario e innovazione politica movimenti e comunità di tutto il mondo, così oggi si può e si deve riconoscere una straordinaria esperienza di amministrazione politica non-statuale che arriva inaspettatamente dal cuore del Medio Oriente, dalla regione curda a cavallo tra Turchia, Siria e Iraq: la "Carta del Rojava". Un faro per chi voglia cercare un punto di riferimento che abbia come pilastri centrali l'ecologia, il femminismo, la convivenza inter-religiosa e inter-culturale.

La città di Kobane appare come uno scoglio solitario che ha infranto la sanguinaria avanzata di chi ne ha sottovalutato la capacità di resistenza organizzata, magari puntando sul suo isolamento di cui il governo turco si è reso responsabile.

I fascisti dell'Isis hanno subìto ad oggi la più cocente battuta d'arresto nella città divenuta il simbolo della resistenza di un popolo di donne e di uomini. Ed è proprio a Kobane che la capacità di ricerca e sperimentazione che il popolo curdo porta avanti da oltre due anni si è manifestata in tutta la sua chiarezza.

Le tesi alla base del modello di autogoverno che prevede l'applicazione di processi decisionali democratici dal livello locale a quello globale, nell'ambito di un processo politico continuo, sono contenute nel testo di Abdullah Öcalan, Confederalismo Democratico.

A partire dalla ricerca di una soluzione alla questione curda che portasse al riconoscimento della loro esistenza in in un territorio percorso dai confini di quattro differenti stati  «il confederalismo democratico può essere descritto come una sorta di autogoverno in contrasto con l'amministrazione da parte dello stato-nazione. Tuttavia in determinate circostanze é possibile la coesistenza pacifica fino a quando lo stato-nazione non interferisce con le questioni centrali dell'autogoverno. Ogni intervento del genere richiederebbe l'autodifesa della società civile».

Nel decostruire e risignificare termini come federalismo ed autogoverno Öcalan affronta il tema della partecipazione e della diversità dello scenario politico, avanzando una proposta organizzativa in cui il bilanciamento tra elementi di orizzontalità e verticalità descrive un processo il cui movimento, a partire dal livello locale, raggiunge quello regionale e centrale, tornando poi, in ultima istanza, al locale arricchito dal processo stesso.

Nel riconoscere la struttura eterogenea della società, il confederalismo democratico stressa l'incompatibilità con qualsiasi forma di centralismo mentre «si basa sull'esperienza storica della società e sul suo retaggio collettivo».

Affrontando il tema "Etica e Consapevolezza Politica", alla società indebolita e priva di difese, prodotto degli stati-nazione, si contrappone la visione  «..» della "modernità democratica" «..». Attraverso la consapevolezza politica, un processo di democratizzazione e la salvaguardia delle capacità decisionali è possibile costruire la capacità di autodifesa di una società in risposta al militarismo. Le Ypg e Ypj, formazioni combattenti, sono a tutti gli effetti forze armate, ma sono sotto il controllo diretto delle istituzioni democratiche e con il compito di difendere la libera volontà della società da interventi interni ed esterni. Anche «la composizione della leadership militare deve essere definita in termini e parti uguali sia dalle istituzioni politiche che dai raggruppamenti confederati».

Per questo se non si capisce fino in fondo la straordinaria proposta politica che rappresenta la Carta del Rojava, unica esperienza in grado di contrastare per 119 giorni l'avanzata dell'Isis, non capiremo mai perché sia più facile colpire il cuore d'Europa che entrare a Kobane.

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