Politics Ontology Ecology (29-30 novembre Pisa)

28 / 11 / 2018

Si svolgerà il 29 e il 30 novembre 2018 a Pisa, presso l’auditorium del Centro Le Benedettine, in piazza San Paolo a Ripa d’Arno 1, la seconda edizione del seminario Politics Ontology Ecology. Durante i due giorni del seminario si incontreranno varie anime dell’ecologia politica italiana per discutere sui mutamenti in atto e riflettere sulle possibili proposte che emergono dal dibattito. Politics Ontology Ecology è diventato infatti, nei suoi due anni di vita, un luogo di confronto tra attivisti, esponenti di movimenti e studiosi di varia estrazione, un luogo in cui ci si confronta anche su ciò che emerge dai conflitti sociali e dalle contraddizioni proprie della crisi ecologica.

 

Il tema di quest’anno sarà Ripensare il limite, i partecipanti, sono stati invitati a riflettere, a partire da una traccia tematica redatta da Luigi Pellizzoni, che di seguito riportiamo, sul significato e la presenza del limite ecologico e delle sue declinazioni nella struttura sociale, sul significato che assume nella divisione del lavoro e nelle forme del potere. Una scelta dettata anche dalla centralità assunta dalla questione del limite negli ultimi decenni e dal modo in cui si è riproposta negli ultimi anni anche nel dibattito politico globale.

 

Il seminario si articolerà su  tre presentazioni principali, seguite da sessioni di discussione in cui i partecipanti potranno sviluppare i temi dibattuti anche in relazione ai propri lavori.

 

Interverranno:

Alfredo Agustoni, Adam Arvidsson, Viviana Asara, Maura Benegiamo, Stefania Barca, Niccolò Bertuzzi, Mauro Bonaiuti, Elena Bougleux, Nadia Breda, Laura Centemeri, Liliana Cori, Alice Dal Gobbo, Marco Deriu, Andrea Ghelfi, Robert Gianni, Manlio Iofrida, Emanuele Leonardi, Silvia Lelli, Tommaso Luzzati, Alvise Mattozzi, Fabio Mengali, Dario Minervini, Antonella Nappi, Dario Padovan, Sonia Paone, Luigi Pellizzoni, Agostino Petrillo, Katia Poneti, Roberto Raffaetà, Onofrio Romano, Ivano Scotti, Salvo Torre, Francesco Zanotelli.

 

Sarà possibile seguire l’evento anche in diretta streaming dal sito www.poeweb.eu

 

Perché il seminario

Il primo seminario POE-Politica Ontologia Ecologia si è svolto a Pisa nell’ottobre 2017. Obiettivo era mettere a confronto studiosi di diversa estrazione disciplinare nell’ambito delle scienze sociali e umane, attivi in un ambito di ricerca identificato dall’intersezione di questi tre concetti.

L’intuizione da cui si è partiti è che è in questo terreno che vanno prioritariamente indagate cause, implicazioni ed esiti possibili della profonda crisi sociale e ecologica in cui versa la società tardo-moderna, o tardo-capitalista. Se il nesso tra ecologia e politica identifica un ambito di indagine variegato ma anche consolidato e ben riconoscibile per un comune riferimento alla critica marxista, l’irruzione dell’ontologia come tema cruciale del conflitto sociale – piuttosto che mera speculazione sui fondamenti del reale o del politico – costituisce una sfida che occorre raccogliere per comprendere le trasformazioni in corso. Si tratta, in questo senso, di andare oltre alla critica all’antropocentrismo e al paradigma dell’eccezionalismo umano avanzata dal pensiero ecologista, nella consapevolezza che crisi ecologica, crisi del capitalismo globale e mutamenti nello statuto del reale si co-determinano in un viluppo che occorre cercare di dipanare.

Tratto distintivo della fase della modernità avviatasi negli anni ’70 non è tanto la revoca in discussione degli assunti ontologici dualisti che la modernità ha affermato e su cui ha costruito le sue istituzioni, quanto che tale revoca è diventata un terreno di scontro politico, posta in gioco sottesa alle lotte contro dominio e sfruttamento del lavoro umano e non-umano. Se il postmodernismo costituisce l’ultima propaggine dell’ontologia tradizionale, riproposta in forma rovesciata, è l’emergere prepotente di ontologie non-dualiste a caratterizzare gli anni più recenti in una varietà di declinazioni (Actor-network theory, studi post-coloniali, teorie femministe, nuovi materialismi ecc.).

Nell’affrontare la questione, tuttavia, non ci si può muovere su un piano di pura storia delle idee. Occorre sondare la reciproca costituzione di concetti e organizzazione sociale, visioni del mondo e rapporti di dominio, teoria e prassi. Solo considerando, per esempio, il nesso tra teorie della complessità e paradigma neoliberale (Walker e Cooper 2011), affermazione identitaria e depoliticizzazione (Fraser 2013), “terza rivoluzione industriale” (biotech e ICT) e oltrepassamento della divisione tra materia e linguaggio (Thacker 2007), algoritmi securitari e dissolvimento dello iato tra conoscenza e realtà (Amoore 2009), contestazione politica e contestazione ontologica nelle mobilitazioni del sud e del nord globale (Escobar 2010), celebrazione del post-umano (Braidotti 2013) e accelerazione dei processi di valorizzazione, cambiamento climatico e finanziarizzazione (Cooper 2010), “fine della natura” (Arias-Maldonado 2013) e sussunzione diretta della riproduzione, si può sperare di iniziare a comprendere cosa sta avvenendo e cercare indicazioni utili sul da farsi, nella consapevolezza che non è più istituibile alcun nesso immediato tra dualismo e dominio e non-dualismo e emancipazione, e che le stesse istanze della critica sono internamente divise sul modo in cui la crisi va ontologicamente configurata.


Il tema del seminario 2018

Il seminario del 2017 puntava a creare una prima occasione di incontro tra studiosi italiani e a fare il punto sui lavori in corso. Ne è uscito un quadro ricco e vivace, che già i titoli degli interventi lasciavano presagire ma che la discussione ha confermato al di là delle aspettative. Per la seconda edizione si è deciso di focalizzare l’attenzione su un tema specifico. La scelta è caduta su quello del limite, la cui centralità nella dinamica della modernità capitalista si è riaffermata negli ultimi anni.

Si può parlare di “limite”, al singolare, nella misura in cui tutte le questioni legate alla disponibilità e accessibilità individuale e collettiva di risorse materiali e immateriali si lasciano ricondurre alla domanda circa la possibilità di un’espansione infinita di aspirazioni e realizzazioni. Domanda solo apparentemente assurda, dato che alla limitazione estensionale dei confini planetari (lasciando da parte improbabili colonizzazioni di altri mondi) si contrappone un’intensificazione accelerata dell’estrazione di energia e valore. Domanda, dunque, alla quale l’organizzazione sociale capitalista ha dato e continua a dare risposta affermativa.

La questione del limite alla “crescita” si è profilata nelle prime fasi dell’industrializzazione, con i Fisiocratici, sviluppandosi nelle riflessioni di Malthus e in certa misura in quelle marxiane sull’industrializzazione dell’agricoltura. Non che prima ci si percepisse come liberi da limiti. Al contrario, la limitatezza dell’agire umano rispetto alle forze naturali e sovrannaturali era data per scontata. E’ dunque l’idea di assenza di limiti, implicita nel concetto moderno di soggetto e del suo ambito d’azione e fatta propria dalla nozione di capitale come accumulazione infinita, a dare un senso all’interrogazione circa l’esistenza di barriere insuperabili e feed-back negativi.

La questione del limite ha conosciuto una lunga fase di oblio avviatasi con la seconda industrializzazione, basata su carbone e petrolio, e eminentemente rappresentata dall’economia neoclassica. E’ riapparsa in concomitanza con le crisi energetiche, la stagflazione e i tumulti sociali che hanno segnato la fine dei “Trenta Gloriosi”, trovando una declinazione, fra l’altro, nel rapporto del MIT, i lavori di Georgescu-Roegen e The Population Bomb di Paul Ehrlich. E’ nuovamente scivolata in secondo piano con la transizione post-fordista, la “terza rivoluzione” industriale e la narrazione dello sviluppo sostenibile, o modernizzazione ecologica. E’ infine ricomparsa nel nuovo millennio, tematizzata in termini di minacce ambientali globali e alimentata dalla crisi economica iniziata nel 2007.

La questione del limite sembra dunque emergere periodicamente, in relazione alle fasi di crisi e trasformazione del capitalismo. Secondo alcuni, come Jason Moore (2015) (e Marx prima di lui), il capitalismo “lavora” per definizione sul limite, tracciandolo nel continuum socio-ecologico per oltrepassarlo e spostarlo in avanti nel corso dei processi di estrazione di valore. Tuttavia, non solo la questione si è di volta in volta proposta in modo diverso – se Malthus guarda in direzione dei “taps” e il MIT considera sia i “taps” che i “sinks”, il cambiamento climatico focalizza l’attenzione su questi ultimi, la capacità di carico dell’ecosistema (qualcosa di analogo sta avvenendo per gli odierni fenomeni migratori) – ma essa oggi presenta una inedita commistione di drammaticità e immobilismo. Da un lato, sempre secondo Moore, il capitalismo sarebbe giunto alla fine del gioco dell’esternalizzazione inclusiva del mondo biofisico, in quanto è finita la “cheap nature” da appropriare, e autori come Joseph Tainter (2006) e Mauro Bonaiuti (2017) suggeriscono che la crisi dell’economia globale sia assai più che congiunturale. Dall’altro l’idea di “planetary boundaries” (Rockström et al. 2009) e di Antropocene lasciano intendere che l’umanità genericamente intesa possa ancora una volta sfangarla, lasciando intatti i rapporti sociali e socio-materiali esistenti, anzi sempre più pervasivamente capitalistici, una volta definito lo “spazio operativo sicuro” entro cui operare tramite un’intensificazione continua dell’innovazione tecnica; intensificazione il cui risvolto sociale è l’accettazione di uno sperimentalismo e una precarizzazione infinita. Per non parlare di come l’apocalittica della catastrofe ambientale abbia mutato ruolo, non più a supporto di ragioni per un cambiamento radicale, come nella tradizione ecologista, ma della riproduzione indefinita dello status quo (Swyngedouw 2010; Pellizzoni, submitted).


Sulla questione del limite c’è insomma molto da riflettere. Perfino i teorici della decrescita, spesso accusati di neo-Malthusanismo, richiamano i limiti fisici del pianeta come assunto di partenza per poi rivolgersi al problema della scarsità socialmente indotta, dietro cui si celerebbe l’abbondanza e la possibilità di uno spreco socialmente creativo anziché distruttivo (Kallis 2018). E perfino nelle elaborazioni sui beni comuni si trova celebrata la potenza del sociale (Pellizzoni 2018). Quanto alla sinistra, o ciò che ne resta, essa appare in parte cospicua affascinata ancora dal prometeismo della tecnica (Srnicek e Williams 2015) o dalla potenza vitale e inafferrabile del general intellect (Hardt e Negri 2004; Virno 2001) o della natura stessa (Nelson 2014; Nelson e Braun 2017). Nelle questioni concrete il sacrificio della salute e dell’ambiente in cambio di lavoro sembra poi tuttora largamente dato per inevitabile anche da chi critica lo sfruttamento capitalista.

Per converso, emergono prospettive di grande interesse – da quelle ecofemministe (Salleh 2010) a quelle post-coloniali (Escobar 2010), dal pluralismo delle voci della decrescita (D’Alisa et al. 2015) alle elaborazioni in corso da parte di una nuova generazione di studiosi marxisti (p. es. Barca 2017; Leonardi 2017; Torre 2018) – nella misura in cui esse pongono al centro del problema proprio il rapporto tra lavoro produttivo e riproduttivo, scarsità indotta e limiti oggettivi, relazioni sociali e relazioni socio-materiali, e la possibilità di altri modi di abitare il mondo, non necessariamente “contro” ma anche “con” la tecnica (una tecnica, però, da ripensare, nella misura in cui, per dirla in termini marxiani, le forze della produzione incorporano nel proprio stesso disegno i rapporti di produzione e non possono quindi essere semplicemente riutilizzate ad altri fini). Una problematizzazione che non è solo accademica, se è vero che le mobilitazioni emergenti si segnalano per una politica “prefigurativa” (Yates 2015) in cui la risposta a un capitalismo fuori controllo e egualmente distruttivo del mondo umano e non umano è spesso cercata nella realizzazione di nuove relazioni sociali e socio-materiali (corpi, luoghi, cose, mondo animale e vegetale) (Schlosberg e Coles 2016; Centemeri 2018; Asara 2016).

La scelta del tema del limite come argomento del seminario 2018 sembra quindi opportuna, e dalla riflessione che precede emergono domande di fondo, quali le seguenti:

Perché il tema del limite sta tornando alla ribalta proprio ora, e in queste forme? Che c’è di analogo o diverso rispetto al passato?

Come viene tematizzato il limite nel dibattito interno alle diverse scienze sociali e umane e a livello di sfera pubblica? Quali sono le prospettive più promettenti?

Che relazione c’è tra le nozioni di limite, scarsità, soglia, confine, barriera, e quali implicazioni ha in prospettiva emancipativa una nozione “sociale” piuttosto che “naturale” del limite?

Che relazione c’è tra tematizzazione del limite e nuovi movimenti “prefigurativi”?

Quale contributo al dibattito può dare la prospettiva POE? In particolare, quali sono le implicazioni del diffondersi di orientamenti non-dualisti rispetto alla tematizzazione del limite e della critica all’ordine esistente? Si dovrebbe, come alcuni suggeriscono (Hornborg 2014), tornare a visioni più tradizionali del rapporto tra agente umano e mondo biofisico, oppure, come altri propongono (Toscano 2018), superare la contrapposizione tra dualismo e non-dualismo?

Che rapporto c’è, più in generale, tra tematizzazione del limite e perpetuazione o superamento del capitalismo? Quale configurazione e ruolo può avere il limite per l’immaginazione e la realizzazione di una società post-capitalista?

La struttura del seminario

Il seminario si articolerà su due o tre presentazioni principali, seguite da ampia discussione in cui i partecipanti potranno sviluppare i temi dibattuti anche in relazione ai propri lavori. Mauro Bonaiuti


(Università di Torino) e Stefania Barca (Università di Coimbra) hanno già dato la loro disponibilità al riguardo. Un long abstract della loro presentazione sarà fatto circolare anticipatamente.

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