Post-Human Rights: il conflitto del genere

Introduzione al dibattito svoltosi a Sherwood Padova il 15/07

22 / 7 / 2014

 Buonasera a tutte e tutti i presenti qui con noi nella foresta di Sherwood. Quest’incontro pubblico, dal titolo“Post-Human Rights: il conflitto del genere”, è stata costruita insieme a varie realtà del mondo dei movimenti sociali. Ci sono qui tra i relatori, attivisti/e arrivati da Napoli, oltre che da tutto il nord-est, e che hanno voluto insieme a noi dare un contributo alla discussione che a breve emergerà e che certamente farà scaturire molteplici interrogativi, ben rappresentando ancora una volta quel nostro immaginario comune del “camminare domandando” che ci caratterizza così profondamente. Quindi innanzitutto ringrazio tutte/i gli/le attivisti/e che hanno fatto un viaggio, breve o lungo (perché in mezzo a noi sono qui anche i compagni e le compagne di Bologna), per far iniziare da qui, da Padova, dalla foresta ribelle di Sherwood, un discorso, un’analisi, delle riflessioni, un filo che ci condurrà ad avere per l’anno politico prossimo uno sguardo sulle questioni di genere condiviso, stimolante e non superficiale, e che ci porterà a tracciare e speriamo comprendere lo scenario sociale, antropologico, politico attuale. Uno scenario appunto che si mostra in tutta la sua complessità, sempre in trasformazione, e che si pone come una sfida per tutti/e noi, per chi lo abita, lo vive, ne è attraversato in maniera ineludibile, per chi rigetta l’idea di esserne assoggettato passivamente, ma invece vuole coglierlo in tutto il suo valore dirompente del differenziale, per chi si pone come soggettività, corpo, realtà ed energia desiderante e critica, al passo con le contingenze del presente eppur sempre aspirante alla costruzione di un’alternativa possibile. Con lucidità e attenzione al “luogo” o ai “luoghi” verso cui ci stiamo dirigendo come umanità, ravvisiamo la necessità comune di prenderci cura delle eccedenze che le continue rotture degli equilibri mai stabili e immutevoli fanno emergere: eccedenze che fortunatamente non rispettano il già dato, sono persistenti e superano le costruzioni normative ben prima e oltre che esista un linguaggio intellegibile per spiegarle e/o piegarle, a seconda degli intenti, eccedenze che si stagliano scomodamente ben oltre apparati e dispositivi che si prodigano precipuamente a sedarle, controllarle e incasellarle, a ridurne il “rischio” inteso come disordine.

Q-Generation, collettivo ed ambito d’intervento politico sulle questioni di genere del CSO Pedro di Padova, ha condotto nell’ultimo anno un percorso sperimentale, attraverso varie iniziative in merito al diritto all’interruzione di gravidanza, contro la violenza sulle donne e l’inadeguatezza della legge antifemminicidio, contro l’omofobia, ecc. Anche all’interno del Festival, per la prima volta, sono stati infatti lanciati degli appuntamenti, incontri e dibattiti che ci hanno accompagnato fin qui, all’incontro di questa sera, in modo da iniziare a delineare un po’ le coordinate del campo in cui vogliamo muoverci.

Ecco, la direzione della bussola di questo viaggio non smette mai di puntare in basso a sinistra, a ricordarci che una delle responsabilità più importanti nonché forza dei movimenti è quella di catturare sapientemente la realtà in mutamento, nel senso di prenderne atto e analizzarla con strumenti sempre nuovi e man mano più raffinati. La teoria di cui abbiamo bisogno è proprio questo: riuscire ad avere una voce che sia all’altezza di una freccia del tempo caratterizzata non dal progressivo esaurimento delle differenze, ma da incessanti interruzioni degli equilibri attraverso cui la vita diventa intrinsecamente espansiva, secondo una legge di complessità crescente. Ma la qualità peculiare che vogliamo avere è tuttavia quella di essere in grado di tradurre riflessioni e analisi in prassi, in pratiche il più possibile incisive sulla realtà… diceva qualcuno “Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”, e avvelendomi di questa famosa citazione marxiana intendo sottolineare l’interdipendenza e l’eguale rilevanza della caratteristica destituente e al contempo costituente dell’azione quotidiana e speriamo quanto più longeva, del movimento cui abbiamo scelto di prendere parte. Intendo dire che costruire una visione comune sul presente significa interrogarsi sulle contraddizioni esistenti e apportare il nostro impegno per risignificare il mondo, per cambiare il segno della trasformazione. Trasformazione già avvenuta: mi riferisco al cambiamento di irreversibile che possiamo definire, in linea col dibattito attuale, “condizione post-umana”. Questa svolta, molto più profonda di altre, ci scardina “in quanto umani”, suscita entusiasmi per le sue potenzialità e d’altro canto paure per le sue aberrazioni, dissolve definitivamente il continuum natura-cultura. Tutti i limiti e i confini hanno subito spostamenti e rimodellamenti, in larga misura a causa degli sviluppi scientifici e tecnologici che ridefiniscono gerarchie di potere, egemonie mondiali, vita, tempi e corpi di ognuno di noi. Ovviamente il capitale-cannibale ha sussunto tutta questa metamorfosi a suo vantaggio e per i suoi interessi, mettendo così a valore persino la più piccola cellula o microrganismo nonché alienando in termini di mercato ogni barlume di autenticità o di scelta libera per quanto concerne perfino gli aspetti più personali, intimi, relazionali, sentimentali, di desiderio di ogni persona. Su questa chiave di lettura che proviamo ad utilizzare, lascio gli approfondimenti agli interventi successivi. Ciò che conta come base per partire è che utilizziamo il Post-Umano come lente per descrivere il presente: non ne siamo sostenitori, ma siamo consapevoli che sia necessario assumere che l’influenza delle biotecnologie modifica la definizione di ciò che si poteva considerare come “Uomo” o come “Donna”, che non esista una visione universalistica accettabile e che quindi occorra cimentarsi nella comprensione di una molteplicità considerata sovversiva e che si trova dentro e fuori ognuno di noi; potenzialmente sovversiva in quanto frutto, effetto, di un divenire e di una frattura: rotto il binarismo di genere, rotto l’assunto dell’eterosessualità come unica categoria di realtà e di riferimento, rotto il determinismo sia della natura o della biologia come destino che addirittura del medesimo ruolo della cultura che scrive e decide sui corpi e sulle nostre essenze senza posa e senza soluzione di alternativa, abbiamo finalmente l’opportunità di guardare con nuovi occhi e con rinvigorito coraggio alle battaglie sempre tutte indissolubilmente interconnesse che ci attendono all’orizzonte. In questo l’ottica sul “Genere”- e l’oltrepassamento del Genere- è una prospettiva che si configura per noi come auspicabile e trasversale.

Sempre considerando indispensabili le condizioni materiali in cui versano e si avvicendano le nostre vite, come attivisti scoviamo i campi di applicazione pratica di quanto diciamo proprio nell’intreccio dei vari ambiti e delle varie lotte che perseguiamo: da quelle ambientali, a quelle per la libertà di movimento dei migranti, da quelle sul reddito e sulle garanzie lavorative a quelle contro il fascismo e il capitalismo, da quelle che riguardano le discriminazioni nel mondo dello sport, a quelle che concernono il diritto all’abitare, ai servizi sanitari, all’istruzione e all’educazione, e così via. Perché non ci sono diritti più importanti di altri, primari e secondari. I diritti sociali, civili ecc. sono tutti legati e solo insieme rendono l’idea di quel concetto infinito, immenso cui non ci stancheremo mai di aspirare in maniera radicale e collettiva che è la libertà.

Possiamo allora pensare a come siamo sollecitati all’interno dei nostri spazi sociali a porci delle domande delicate e difficili e a condividere un’etica delle relazioni sempre aperta alle differenze. Lungi da noi volerci porre in maniera pedagogica o ritenere i nostri spazi delle isole felici: sicuramente vi portiamo all’interno tutte le contraddizioni che provengono ad esempio dalla nostra cultura, sicuramente rompere questi schemi è un lavoro difficile che non si esime da cadute, disorientamenti temporanei ed errori umani (qui ci vuole!)… ma altrettanto di sicuro ci vogliamo interrogare per costruire realmente un’alternativa possibile a ciò che contestiamo. Tornando a questa sera, cercheremo di descrivere sia il dato prettamente territoriale locale delle lotte sia di dedicare particolare attenzione al panorama europeo, alla dimensione geopolitica dell’Euromediterraneo, oggi nostro spazio d’intervento privilegiato per generare o rinforzare reti di mobilitazione e relazione con altre realtà, per creare quella che abbiamo deciso di chiamare la Comune d’Europa qualche settimana fa. Parleremo di corpi che, insofferenti al controllo, agli abusi di potere, ai disciplinamenti, alle violenze, si ribellano e scendono per le strade e nelle piazze a riprendersi questi diritti, a far sentire la propria voce insorgente che rivendica giustizia sociale per tutte e tutti, senza emarginazioni ed esclusioni. Parleremo di conflitto come pratica che insieme alle altre scegliamo di utilizzare perché motore di cambiamento. Non di certo il conflitto può essere visto superficialmente come strascico o specchio di un sistema machista: lottare ha a che fare con una soggettività che si esprime in maniera esuberante al di là del sesso o del genere, è rabbia che sgorga per le ingiustizie, è non essere indifferenti, è difendersi con i propri mezzi, è antagonismo e inimicizia che vengono calibrati sul piano prettamente politico, è osare, è usare il proprio corpo per salvaguardare o conquistare qualcosa di prezioso ed importante. Apro una parentesi: in Italia la disobbedienza civile, quella pratica cosiddetta non violenta per eccellenza, gandhiana, è stata sempre utilizzata solo e soltanto dai movimenti sociali. Quindi non mi dilungo sul termine “violenza” che certamente meriterebbe un capitolo a parte, ma mi premeva puntualizzare. A tal proposito, a riguardo della vera violenza, quella negativa che produce orrori, a nome di tutti noi e di Sherwood voglio rivolgere un fortissimo pensiero alla Palestina e a tutto quello che sta succedendo a Gaza.

Riprendo sui contenuti di quest’incontro: parleremo poi di un diritto mite, e non invasivo, come alternativa ai dispositivi securitari che si concentrano su determinati “rischi”, scelti e selezionati ad hoc contro le fasce di popolazione più in difficoltà come migranti, omosessuali e donne. Senza andare tanto lontano questi dispositivi incidono anche a livello locale con le ordinanze amministrative contro i giovani, i mendicanti, i poveri e che sono veri e propri eccessi di potere giustificati da una falsa esigenza di decoro e sicurezza.

Parleremo di teoria queer, di biopolitica e di cultura delle differenze, parleremo della realtà che ha come sempre superato il diritto e la legge, e del fatto che sia quest’ultima a doversi adattare ai fabbisogni e ai desideri delle persone.

Lascio quindi la parola agli altri compagni e alle altre compagne che interverranno per arricchire il dibattito perché cose da dire ce ne son tante e da fare anche di più.

Grazie.

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