Post-Repubblica. Pt. 1 Dalla nascita alla dissoluzione della Repubblica

Un approfondimento in tre parti sulla "fine della Repubblica" in Italia

8 / 11 / 2022

La Repubblica italiana non è più.

Non dico «è morta» perché non si è trattato di un trapasso improvviso, di un processo dovuto a qualcosa che è accaduto. Non è che adesso sono arrivati i fascisti cattivoni e quindi la Repubblica è morta. Piuttosto i fascisti sono arrivati perché la Repubblica si è dissolta, perché si sono dissolte le forze politiche e sociali che ne erano alla base.

Avete presente quando Luke Skywolker si dissolve alla fine dell'episodio VIII di Star Wars? Ecco è andata circa così. Con la differenza che la dissoluzione dell'ultimo maestro Jedi è un momento epico, parte di un'eroica lotta contro il male; invece quella delle forze politiche e sociali alla base della Repubblica italiana è un momento grottesco, è il risultato di un adattarsi al male. Quelle forze si sono dissolte nel loro tentativo di mettersi al servizio di quella forma contemporanea del male che sono i meccanismi di governance del neoliberismo.

«Piango la patria mia, che mi fu tolta, e il modo ancor m’offende».

Ugo Foscolo, Ultime lettere di Jacopo Ortis

L'elezione della seconda e terza carica dello stato, Presidente del Senato e Presidente della Camera, sono il perfetto esempio dell'ingloriosa dissoluzione della Repubblica. Abbiamo avuto infatti la nomina a Presidente del Senato di Ignazio La Russa. Notevole non tanto perché essa sia stata un momento di rottura, ma al contrario perché egli, con il suo discorso di insediamento, ha espresso una sostanziale continuità, politica e culturale, con i processi di ridefinizione dell'identità collettiva degli «italiani» avviati negli anni Novanta da Violante e Ciampi, proseguiti poi negli anni Zero e Dieci di questo secolo da Veltroni e Napolitano.

Non starò a ripetere quanto ha già scritto Christian Raimo su Jacobin. Ci tengo solo a sottolineare una cosa: dietro alla melassa sul «piangiamo tutte le vittime», sulla «memoria condivisa» e sulla «ri-conciliazione nazionale» c'è una cosa molto precisa: l'abbandono dell'orizzonte ideale fissato negli articoli fondamentali della Costituzione, l'abbandono quindi del fine di cui la Repubblica italiana (intesa non come stato ma proprio come res pubblica, cosa comune, bene comune) doveva essere strumento. L'abuso della memoria, i continui riferimenti al passato (sempre visto dal buco della serratura e quindi decontestualizzato), il deliberato ignorare qualunque elaborazione storiografica degli ultimi 30 anni, sono la cifra comune del discorso pubblico impostato da ex-comunisti pentiti e fascisti per nulla ex e per nulla pentiti.

Proprio questa è forse la peggiore offesa allo spirito di fondo di una Repubblica nata con una forte proiezione nel futuro, nata con un testo costituzionale che immagina le coordinate di un modello di società da costruire. Ora mi si potrà dire che quel modello è novecentesco, superato, tutto quello che volete, ma almeno presuppone che ci sia un futuro, non un eterno presente che cerca di esorcizzare il domani falsificando («pacificando» dicono loro) il passato[1].

Se il discorso di insediamento di La Russa ha segnato la sussunzione completa del discorso pubblico della “sinistra” post-comunista da parte dei fascisti, quello di Fontana è stato il chiodo sulla bara (vuota, perché anche questo cadavere si è dissolto) dell'altra grande tradizione politica alla base della Repubblica: quella cattolico-popolare. Il fatto che il neo-presidente della Camera possa spacciare per «azione politica ispirata ai valori cattolici» un mix di omofobia, misoginia, razzismo e superstizioni assortite segna la definitiva scomparsa proprio di qualunque spazio politico unitario per l'impegno sociale del mondo cattolico. È il punto d'arrivo anche questo di processi pluri-decennali. Oggi tutta una tradizione politica fatta di dottrina sociale della chiesa, tutte le riflessioni sulla Democrazia Cristiana come «partito dei cattolici e non partito cattolico» sono dissolte e sostituite da rosari e vangeli impugnati come armi.

Si è detto allo sfinimento che il parlamento «è il tempio della democrazia». Ho già visto un tempio trattato in maniera simile. In Rojava. Un giorno, con la delegazione di Docenti Senza Frontiere di cui facevo parte, andammo a visitare un grande castello in riva all'Eufrate costruito per volere del Saladino. I tagliagole di Daesh vi si erano barricati prima di essere liquidati da YPG e JPG. Nella costruzione, danneggiata dai combattimenti, vi erano ancora i resti dell'elegante moschea medioevale. Sui muri i fascisti del califfato avevano inciso con le baionette i loro slogan. Ecco a me il «cattolicesimo» di Fontana richiama alla mente «l'Islam» di al-Baghdadi & camerati, slogan dementi incisi sulle vestigia di una nobile civiltà ormai scomparsa.

Del resto ogni civiltà si crede eterna, crede che i propri riti, simboli, luoghi, forme di organizzazione politica e narrazioni siano eterni. Ma ogni cosa umana ha una fine, e spesso a sancirla sono proprio coloro che si appropriano delle apparenze, dei simboli spogliati di ogni significato, e quindi del conformismo, della volontà di chiusura, dell'inerzia intellettuale che diventa abolizione di ogni etica. Chi invece garantisce una continuità nei processi di sviluppo e acculturazione, una trasmissione di saperi e quindi un'evoluzione, è chi è disponibile a cambiare, a ibridarsi, a mettersi in discussione per individuare gli aspetti di sostanza che meritano di sopravvivere al trapasso delle forme esteriori e transitorie.

Nel suo discorso d'insediamento Giorgia Meloni ha omaggiato le forme esteriori e transitorie della Repubblica, ha anche detto di rigettare il fascismo e qualunque dittatura. Poi è passata ad esporre un programma liberista che vuole ribadire e ampliare le ingiustizie del presente. Un presente che è già l'esatto opposto del modello di società prospettato dalla Costituzione repubblicana. Intanto la polizia, da sempre strumento di quella «continuità dello stato» al di là della sua forma istituzionale, manganellava studenti e studentesse inermi alla Sapienza.

Credo sia doveroso domandarsi il perché si è dissolta la Repubblica italiana? Partiamo dal principio. La Repubblica (in teoria) doveva essere la forma politico-istituzionale tramite cui l'apparato dello stato italiano veniva posto al servizio dei grandi partiti di massa al fine di realizzare il modello di società sancito dal dettato costituzionale. La realizzazione pratica fu fin da subito molto problematica. La situazione internazionale creata dalla Guerra Fredda (complici anche le pressioni del Vaticano di Pio XII) portarono alla rottura dell'alleanza resistenziale tra le masse comuniste, socialdemocratiche e cattolico-democratiche. Questo consentì, non solo all'apparato dello stato ex-fascista (quello si era già abbondantemente riciclato ancor prima che si potesse liquidare la monarchia[2]), ma anche alla parte più retriva dei ceti medi e possidenti di rimanere determinante negli equilibri del paese. Furono loro a determinare il volto dell'Italia del Boom economico.

Le mobilitazioni di massa contro il governo Tambroni nel 1960 rimisero in discussione il quadro politico e sociale. Da quel momento sino alla metà degli anni Settanta si determina un succedersi di movimenti di massa e un incerto riformismo di governo. La ridistribuzione della ricchezza, l'aumento dei diritti, il sostanziale concretizzarsi del dettato costituzionale sono in questa fase evidenti. Tant'è che a settori dell'apparato dello stato e alla parte più retriva delle classi possidenti non restò che giocare la carta del terrorismo fascista, delle stragi.

In quella fase soggetti e le lotte sono nuovi, ma il quadro politico resta sostanzialmente quello uscito dalla Resistenza[3]. Certo il PCI appariva sempre più in affanno nel sussumere e orientare i movimenti nel quadro della rappresentanza politica, ma sostanzialmente ci riusciva ancora egregiamente, toccando il suo massimo storico nelle elezioni politiche del 1976.

Ma già l'anno dopo il quadro cambia rapidamente. Nel 1977 si verifica il primo movimento giovanile di massa non compatibile con la rappresentanza politica del PCI e con la prospettiva della «via italiana al socialismo». Dietro ad esso vi è la fine della fase economica espansiva a livello mondiale (1945-1973, i cosiddetti «Trenta gloriosi»). Vi sono l'inizio della fine della fabbrica fordista, il lavoro nero e precario, la disoccupazione giovanile, il radicale cambio di stili di vita e aspettative. La Repubblica inizia a morire allora, inizia a venir meno il sangue giovane che sino a quel momento l'aveva rigenerata. A rendere più drammatico ed evidente il tutto, a mettere fuori gioco sia la prospettiva di governo del PCI che quella di lotta del movimento, arriva l'omicidio Moro ad opera delle Brigate Rosse, figli e figlie del rimosso della Repubblica, con il loro connubio di settarismo comunista e millenarismo cristianeggiante.

Da quel punto in poi solo macerie. Ogni ipotesi di futuro è saltata. È iniziata la lenta dissoluzione della Repubblica. Al suo posto inizia a prendere forma l'Italia post-repubblicana. Quest'ultima nasce dalla copula tra globalizzazione neoliberale e antichi mali italiani, sopratutto il sempiterno familismo amorale degli italici ceti possidenti. Il liberismo è infatti arrivato in Italia con la marcia anti-sindacale dei quadri FIAT, con le fabbrichette del Nord-est in cui si lavorava senza condizioni di sicurezza né orario, con la «Milano da bere» e il suo intreccio di malaffare politico e imprenditoriale. Con l'ignoranza e la brutalità di un ceto di piccoli borghesi arricchiti che diviene «modernità» nel quadro di un cambio complessivo dei meccanismi di funzionamento e di governance del capitale[4].


[1]     Sulle “politiche della memoria” consigliatissimo il libro di Giovanni De Luna La Repubblica del dolore, le memorie dell'Italia divisa. Milano: Feltrinelli, 2010.

[2]     Si veda il libro di Davide Conti. Gli uomini di Mussolini. Prefetti, questori e criminali di guerra dal fascismo alla Repubblica italiana. Torino: Einaudi, 2017.

[3]     Per un quadro sulla complessità dei rapporti tra PCI e resistenza vale la pena di leggersi il libro di Manlio Calegari Comunisti e partigiani: Genova 1942-1945. Milano: Selene, 2001.

[4]     Sulla storia dell'Italia repubblicana personalmente I libri che uso di solito sono: Paul Ginsborg Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi. Torino: Einaudi, 1989 e Guido Crainz Il paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta. Roma: Donzelli, 2003. Sul movimento del 1977 se si vuole in breve il punto di vista delle varie posizioni consiglio di guardare la puntata dedicata de “La notte della Repubblica” di Sergio Zavoli, disponibile su Rai Play. Il programma è del 1989 e il sunto iniziale è ostile al movimento, ma poi presenta un gran numero di interviste e confronti tra protagonisti dei fatti che ebbero varie posizioni (spoiler: a momenti tra PCI/CGIL e autonomi si ri-menano in studio) https://www.raiplay.it/programmi/lanottedellarepubblica . Un buon sunto della storia dell'Autonomia è quello di Sergio Bianchi La pattumiera della storia https://www.infoaut.org/notes/la-pattumiera-della-storia . Per una piccola raccolta di documenti prodotti dal movimento sugli arresti del 7 aprile 1979 contro Autonomia operaia si veda https://www.globalproject.info/it/in_movimento/autonomia-operaia-laccusa-e-comunismo-sguardi-sulla-memoria-open-memory-sul-7-aprile-1979/23947 

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