Quali sono gli avvenimenti che hanno portato dallo sciopero generale allo sgombero di Occupy Oakland e come la città si sta preparando alle mobilitazioni del 19 novembre.

Pratiche politiche e nuove forme del controllo a Occupy Oakland

Intervista ad Alessandro De Giorgi, professore presso il Department of Justice Studies, San José State University, California. [18 novembre 2011]

23 / 11 / 2011

Quali sono gli avvenimenti che hanno portato dallo sciopero generale allo sgombero di Occupy Oakland e come la città si sta preparando alle mobilitazioni del 19 novembre.
Il 2 novembre c’è stata un’enorme iniziativa di massa, un successo inaspettato e imprevisto per i movimenti che ha davvero stupito tutti. Successivamente l’occupazione di Frank H. Ogawa Plaza è proseguita fino a quando, all’alba del 14 novembre, l’accampamento è stato nuovamente sgomberato dalla polizia. È interessante ricostruire come si è arrivati allo sgombero dopo lo sciopero generale perché fatti simili stanno accadendo anche nelle altre città americane.
Il 10 novembre c’è stata una sparatoria a pochi passi dall’accampamento (ma in circostanze indipendenti), che ha portato all’omicidio numero 101 a Oakland in questo ultimo anno: per quanto si sia trattato di un evento tragico da ogni punto di vista, è stato purtroppo uno tra i tanti omicidi che caratterizzano questa città. Però, prontamente la sindaca ne ha approfittato per sostenere che l’accampamento era diventato insostenibile e che si ponevano problemi di sicurezza per gli stessi dimostranti, oltre che per la cittadinanza in generale. Questo è stato soltanto l’ultimo elemento all’interno di un’escalation di allarmismo attorno all’accampamento e a presunti episodi di aggressioni sessuali, spaccio di droga ed episodi di criminalità comune. Pretesti utilizzati non solo a Oakland, ma anche a San Francisco, in certa misura a Berkeley, e sicuramente a New York per giustificare sgomberi che ovviamente nulla hanno a che fare con la presunta criminalità.
Tutto ciò è davvero ironico, soprattutto in una città come Oakland, la cui area di downtown normalmente si svuota del tutto di sera, diventando così realmente pericolosa perché nessuno la frequenta, se non chi vive in strada o fa dell’economia della strada il proprio mezzo di sussistenza. La presenza dell’accampamento 24 ore al giorno e le assemblee generali la sera, hanno invece fornito quella presenza pubblica in strada che i criminologi considerano uno degli elementi più efficaci di prevenzione della criminalità. Se Occupy Oakland ha qualche effetto sulla criminalità, al limite può diminuirla, perché porta persone in strada.
Ma l’accampamento è stato sgomberato all’alba del 14 novembre. Come Occupy Oakland aveva annunciato, lo stesso pomeriggio centinaia di persone si sono raccolte attorno alla biblioteca centrale di Oakland, a sua volta obbiettivo della mobilitazione perché i tagli ai fondi della città stanno portando alla sua parziale chiusura. In seguito, i manifestanti sono tornati in piazza, dando vita a una importante assemblea generale con la quale il movimento ha annunciato che tornerà nella piazza centrale dopo ogni sgombero, a tempo indeterminato. La strategia è quella di continuare ad oltranza e ritornare nella zona centrale della città.
Un primo effetto di questa strategia sono state alcune dimissioni eccellenti ad Oakland: in particolare, si sono dimessi prima il capo dell’Uffico legale del sindaco, e poi e la vice sindaca, e questo ha fatto molto discutere.

Ci interessa capire, sia nel rapporto con le dinamiche istituzionali, sia nel dibattito interno, come le occupy stanno implementando la loro discussione e quale percorso si stanno dando, ovvero, guardando anche ciò che sta accadendo in Spagna e cosa è accaduto nelle altre #occupy a livello globale, si pone un problema rispetto alla progettualità, di come si intende proseguire l’occupazione e di come si costruiscono nuove pratiche per poi connettersi a livello più ampio. A occupy Oakland cosa sta accadendo da questo punto di vista?

In seguito alla repressione poliziesca, come spesso accade, il movimento è rimasto ostaggio per diversi giorni di un dibattito, a mio giudizio sterile, su violenza e non violenza. Questa non è una novità; però, inevitabilmente, vista la composizione sociale molto ampia e trasversale del movimento, ogni azione di polizia alimenta questo tipo di dibattiti che poi si arenano nel definire cosa è la violenza, fino a chiedersi se le vetrine o le banche subiscano violenza. Ovviamente, questo ha bloccato il dibattito del movimento dopo il secondo sgombero. Fortunatamente, anche se a fatica l’assemblea generale è arrivata alla conclusione più ovvia, cioè che l’unico modo per affrontare questo tema è non parlarne ma lasciare che siano le pratiche di coloro che partecipano al movimento a determinare in qualche modo gli orizzonti d’azione del movimento stesso; finalmente non si parla più di violenza o non violenza, ma ci si pone il problema concreto di come proseguire la lotta. Una questione che si pone è quella di un certo “feticismo” della forma accampamento che, sebbene sia fondamentale per dare visibilità al movimento, è una forma di lotta che a lungo termine diventa insostenibile. Al momento, mi sembra che il dato più interessante siano le occupazioni mobili: al di là del fatto che ci sia o meno un accampamento stabile in luoghi nevralgici delle città, si opta per azioni istantanee e distribuite sul territorio che hanno luogo di fronte a centri del potere, dell’1%, con occupazioni di banche, sedi istituzionali e finanziarie.
Ad Oakland il passaggio importante si è dato nell’assemblea che ha deciso di lanciare una grande giornata di mobilitazione il 19 novembre, quando il movimento attraverserà la città con azioni più o meno simboliche davanti a varie sedi e si concluderà con l’occupazione di un terreno abbandonato alle spalle del municipio dove si conta di stabilire un nuovo accampamento. Contemporaneamente si è deciso di piantare un “giardino della vittoria” sulla piazza dove c’era il primo accampamento.
A livello generale si possono fare delle considerazioni a proposito della repressione che si sta abbattendo negli Stati Uniti. La repressione poliziesca sta assumendo carattere nazionale; lo stesso sgombero di Oakland non era un fatto isolato, ma abbiamo saputo che i sindaci di diverse città, tra cui New York, Portland, Salt Lake City, Oakland, Denver e Chicago si erano riuniti su pressione del Department of Homeland Security (enorme centro di potere poliziesco e sorveglianza istituito da Bush all’indomani dell’undici settembre) per portare avanti azioni repressive simultanee nelle diverse città, con il sostegno dell’FBI. Questo è un fatto rilevante in un contesto come gli Stati Uniti, dove esiste una chiara distinzione tra la polizia locale e quella federale. Un’azione repressiva dello Stato che pone problemi di tattica e pratiche di lotta al movimento, il quale sta adottando un metodo politico caratterizzato dall’orizzontalità: tutto viene deciso in modo democratico dalle assemblee generali ed è improntato a un modello di trasparenza, dove le azioni sono immediatamente pubbliche perché decise pubblicamente, e per questo note a tutti.

Come si riarticola il problema della connessione tra soggetti differenti, non solo nelle singole metropoli, ma anche a livello nazionale. Abbiamo visto che il 5 ottobre a NYC c’è stata una sorta di alleanza tra gli occupanti e il sindacato dei trasporti che sono scesi in piazza assieme, così come il 2 novembre a Oakland c’è stata l’occupazione e il blocco delle attività produttive del porto da parte di lavoratori portuali e occupanti. Ecco, questa connessione ci sembra molto interessante, non solo perché anche in Europa si sta lavorando in questo senso, ma anche perché Oakland ha costituito una nuova apertura e uno scenario innovativo rispetto alla possibilità di ricomporre settori produttivi differenti. Su questo come intende rilanciare il movimento?

Il movimento, con la sua stessa nascita e con le pratiche che ha saputo sviluppare ha dato vita ad un’importante ricomposizione sociale; le figure sociali che si sono riconosciute e che hanno cominciato a prendere parte a questo movimento sono molto variegate. C’è una middle class tradita dalle promesse del sogno americano, ovvero dal messaggio secondo il quale è sufficiente lavorare in modo disciplinato e non protestare per ottenere la mobilità sociale, il successo e la stabilità economica che il sogno americano promette a tutti per consegnare a pochi. Dall’altro lato c’è un ampio cognitariato, come lo chiama Bifo, giovani a loro volta traditi dalla promessa che l’istruzione avrebbe garantito loro l’accesso al benessere. Questo cognitariato di trova oggi sommerso dai debiti; è incredibilmente creativo e produttivo, ma condivide ben poco dei frutti della propria produttività sociale. Poi c’è un’ampia fascia di disoccupazione, sottoccupazione, proletariato sociale e urbano che affronta, non da oggi, problemi di sopravvivenza. A tutto questo, nella realtà di Oakland, si aggiunge la presenza significativa nel movimento di una cultura di strada e giovanile; soprattutto di giovani afroamericani e latini socialmente marginali e segregati, che iniziano a vedere in questo movimento la possibilità di essere in strada in modo diverso: assieme ad altri e con la possibilità di farsi sentire. Questa ricomposizione sociale c’è stata, e le assemblee generali di Occupy Oakland e San Francisco testimoniano di questo. Il problema è come passare da una ricomposizione sociale ad una politica, ovvero, quali pratiche di lotta discendano da questa composizione sociale. In qualche modo, il dibattito su violenza e non-violenza faceva venire al pettine i nodi di questo problema.
Al momento si sta costruendo, sebbene a fatica, un’ampia coalizione informale di forze che comprende alcuni settori del sindacato, ampi settori dell’attivismo sociale e dei gruppi di quartiere attivi su questioni annose come la disoccupazione, la marginalità, l’accesso alla salute e alla casa. La miscela tra le pratiche di queste realtà e il metodo democratico che il movimento ha seguito è molto promettente da questo punto di vista. Ancora una volta queste pratiche incontrano forme di repressione che si stanno decisamente riorganizzando e stanno adottando una connotazione ormai nazionale e non più locale, ma a sua volta il movimento si è rivelato capace di costruire reti, anche attraverso i social network, che si oppongono in modo altrettanto deciso a queste operazioni di tipo repressivo.

Parlavi giustamente della composizione più high skill della Occupy e vediamo come ci sia, anche internamente alle università californiane, una mobilitazione composta da studenti e dottorandi. Ci sono rapporti continuativi tra le due occupy e, secondo te, l’occupazione delle università è un’opzione percorribile e auspicabile?
Si stanno costruendo reti di sostegno reciproco molto forti, ma c’è da dire che la situazione della Bay Area è molto specifica: qui c’è un triangolo geografico di attivismo politico intenso. Separate soltanto da due ponti ci sono OccupySanFrancisco, Occupy Oakland e OccupyCal – cioè l’iniziativa davvero solida e determinata degli studenti della California. Alcuni giorni fa, gli studenti hanno compiuto un’azione di massa che, il 15 novembre, ha portato quattromila persone a costruire nel campus di Berkeley un accampamento (successivamente attaccato dalla polizia).
La presenza di studenti e mobilitazione, soprattutto nelle università della California, è molto forte. Anche qui si pone il problema di quali pratiche il movimento potrà portare avanti in futuro. La scelta dei campus come luogo di protesta, oltre ad avere una valenza storica importante in luoghi come Berkeley, può rivelarsi strategica nell’aprire spazi di agibilità al movimento, perché in qualche modo tenere i campus è più facile che tenere le piazze cittadine. D’altra parte, però, anche qui la repressione non si è risparmiata, infatti, abbiamo assistito a scontri e interventi molto duri da parte della polizia del campus (si pensi a Davis).

A livello nazionale, mi sembra rilevante notare un altro fatto, ovvero il silenzio imbarazzante dell’amministrazione Obama – e non perché mi faccia illusioni su un suo sostegno o anche solo perché lo ritenga auspicabile. Piuttosto, il silenzio di Obama, la cui elezione nel 2008 è stata sostenuta fortemente da un movimento di opinione (se non immediatamente politico) dal basso che gli ha permesso di essere eletto, rivela la crisi della mediazione politica in una democrazia rappresentativa inquinata dai poteri forti e dalle lobby. Non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa – dove il caso greco e in certa misura anche quello italiano mi sembrano indicazioni importanti in questo senso – le macchine della democrazia rappresentativa sono schiacciate tra due forze contrarie: dall’alto dagli imperativi della finanza globale e del potere economico che ormai decidono, al posto delle elezioni, chi è adeguato a guidare il paese in direzione compatibile con i dettami del FMI e della BCE; dal basso sono pressati dalle istanze di riappropriazione e di resistenza che i movimenti globali, non solo negli Stati Uniti e in Europa, stanno ponendo in essere.
A questo punto, alle istituzioni della rappresentanza si pone un out-out: o lo Stato di Polizia o nuove forme del comune e della democrazia diretta.

Bookmark and Share

II Intervista a De Giorgi - Occupy Oakland