Progetto Palestina e le intimidazioni di gruppi sionisti a danno di studenti dell'Università di Torino

5 / 1 / 2021

Progetto Palestina nasce nel 2015 come collettivo studentesco all’interno dell’Università di Torino, con lo scopo di ridare centralità alla questione palestinese, in ambito accademico e non solo. Sin da subito, le attività organizzate hanno visto la partecipazione di docenti, mondo della ricerca, attiviste e attivisti, autori ed autrici di libri che potessero offrire cornici di lettura, competenze specifiche e punti di vista innovativi attraverso cui leggere, comprendere e contrastare l’apartheid israeliana.

Uno degli obiettivi cardine di questo collettivo - tutt'altro che banale purtroppo - è quello di dare un nome a quello che succede nei Territori Palestinesi: ciò che non ha nome, infatti, non si può conoscere e quindi neanche combattere. Sionismo, Colonialismo, Apartheid. Questi sono i termini che raccontano la tragedia del popolo palestinese - la cosiddetta ongoing Nakba (Catastrofe perpetua) - e ciascuno di essi ha una definizione precisa, ma anche una realtà fattuale e delle conseguenze estremamente concrete.

Naturalmente anche la nostra controparte ne è ben consapevole, ed è questo il motivo che ci spinge a scrivere queste righe.

Circa un mese fa, Solomon, un'organizzazione che si autodefinisce “Osservatorio sulle Discriminazioni”, ha richiesto tutti i documenti in mano all'Università di Torino relativi a Progetto Palestina, con il preciso e dichiarato obiettivo di dare un nome ai suoi membri per portarli in giudizio. Grazie al suo solerte lavoro di indagine, l’osservatorio avrebbe riscontrato nei contenuti delle attività del collettivo: incitamento all'odio razziale, negazionismo (dell’Olocausto), antisemitismo e propaganda politica in ambito accademico. 

Un rapido giro sul sito dell’Osservatorio Solomon ne mostra chiaramente lo schieramento a favore di Israele, goffamente nascosto dietro una dichiarazione di apoliticità. Questa è una precisazione doverosa che permette di inquadrare queste accuse all’interno di un ampio progetto di revisionismo, screditamento e intimidazione nei confronti di chi lotta per liberazione della popolazione palestinese. Il movimento di boicottaggio BDS e l’attivismo internazionale, infatti, spaventano Israele che da anni ne perseguita membri o chiunque sostenga la causa palestinese, con incredibile accanimento.

Nella sua battaglia contro questi movimenti, la lobby israeliana usa termini forti e ripugnanti quali antisemitismo, odio razziale, discriminazione, negazione dell’Olocausto. La scelta di questa terminologia non è casuale: non avendo alcuna argomentazione reale per contrastare rivendicazioni quali la libertà, la parità di diritti, la fine di un'occupazione illegale e lo smantellamento di un sistema di apartheid e di oppressione, fa appello al ribrezzo ed al senso del grottesco che queste parole risvegliano. Concetti così forti, infatti, agiscono ad un livello inconscio ed istintivo, che modella la nostra percezione ancor prima che la ragione possa analizzarle. Non è importante che le accuse siano vere o fondate, basta pronunciarle perché suscitino diffidenza e distanziamento.

Proprio questo è l'obiettivo di Israele e della sua lobby: isolare, dividere, alienare chi lotta per la Palestina dall'opinione pubblica, demonizzare le idee e le pratiche, distorcere e depotenziare il messaggio agendo sul destinatario stesso. In sostanza creare un pregiudizio, fabbricato ad arte per neutralizzare le rivendicazioni del BDS e di tutti i movimenti per la Palestina. 

L’azione di Solomon nei confronti di Progetto Palestina si inquadra perfettamente all'interno di questa cornice, in linea con il modus operandi della lobby israeliana nei Campus statunitensi e nelle Università europee. Come abbiamo scritto altrove, non riteniamo necessario difenderci da tali accuse con le parole: anni di attività e di lotte basate sui principi del BDS - Giustizia, Libertà, Uguaglianza - e su valori quali antisionismo, antirazzismo, antifascismo, antisessismo, intersezionalità ed emancipazione di tutti i corpi oppressi hanno mostrato la nostra risolutezza nel perseguire questi ideali con coerenza e determinazione.

Questa vicenda evidenzia però un’altra necessità impellente: quella di rispondere a tali attacchi, trasformandoli in punti di accumulo per quelle energie politiche che in Italia sono ben presenti ed in continua crescita, ma che mancano di una solida organizzazione e connessioni forti. Ci auguriamo che questo piccolo tentativo di metterci i bastoni fra le ruote, questo sassolino lanciato sul nostro cammino, possa trasformarsi in una inarrestabile frana capace di travolgere pregiudizi, discriminazioni, apartheid e soprusi, ma altrettanto capace di preservare e difendere il suolo su cui scorre. Non è con la cancellazione, la repressione o l’annientamento che si ottiene la libertà, ma con la partecipazione, la condivisione, la consapevolezza e la determinazione.

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