Provvedimento disciplinare per Christian Raimo: questo sì che è un attacco alla libertà d’espressione!

Il docente romano colpito dall’Ufficio Scolastico Regionale per aver attaccato Valditara dopo le sue dichiarazioni alla trasmissione L’aria che tira sul caso Ilaria Salis.

16 / 5 / 2024

Vi ricordate quando Christian Raimo disse al programma di La7 L’aria che tira che era giusto picchiare i nazisti? Il contesto era una delle tante discussioni televisive che ci sono state sulla vicenda di Ilaria Salis, a cui tra l’altro proprio ieri hanno concesso gli arresti domiciliari, a dimostrazione di quanto fosse strumentale tanto la posizione del premier ungherese Viktor Mihály Orbán quanto quella del governo italiano.

Un putiferio quelle dichiarazioni, cosa che era facile immaginare e di cui lo stesso Raimo ne era ben consapevole. Dal canto nostro, non possiamo che segnalare la giustezza di quelle parole, e non per attestarci sull’elogio in sé di un certo “radicalismo verbale”, ma perché apprezziamo il coraggio di chi con parole dirette ha espresso la necessità storica di avere una risposta decisa e diretta contro un'ideologia che ha il suo unico fondamento nel genocidio e nella disumanizzazione. La tolleranza verso l'intolleranza è una contraddizione che mina le fondamenta della convivenza civile. Come sottolineava Karl Popper ne La società aperta e i suoi nemici (1945), «in una società tollerante, l'intolleranza non può essere tollerata, pena la distruzione della stessa tolleranza».

Ma il nostro Paese – lo sappiamo benissimo – ha evidentemente perso qualsiasi legame culturale e politico con quella “parte giusta della storia” che non solo il nazismo lo ha combattuto e sconfitto, ma è stata per decenni in grado di delegittimare in toto la sua essenza. Basti ricordare che l’Italia ha avuto un Presidente della Repubblica che i nazifascisti li ha cacciati con le armi, altro che calci e pugni. Badate bene, qui non si tratta solo di nostalgia o memoria corta, ma cogliere cause ed effetti del degrado a cui è andato incontro il nostro dibattito pubblico, che rivendica “libertà di espressione” o attacca il “politicamente corretto” quando si tratta di poter fare battute o commenti sessisti, omofobi e razzisti, ma grida allo scandalo quando qualcuno difende in modo chiaro il diritto di resistere contro chi fa parate naziste protetto dal governo del proprio Paese.

Il problema è che, quando si è di fronte a derive di questo tipo – che non sono mai processi neutri e spontanei, ma sempre condizionati dal potere – non si rimane mai nell’alveo delle sole opinioni. Pochi giorni dopo le sue dichiarazioni a L’aria che tira, Raimo apprende la notizia che l’Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio ha aperto un approfondimento interno su di lui. Rimarco il metodo: lo apprende, da una battuta dell’Ansa; non gli viene notificato nulla ufficialmente.

La storia non finisce qui. Proprio ieri lo stesso Raimo scrive un post su Facebook in cui afferma che gli è arrivata la notifica di un provvedimento disciplinare da parte dell’ufficio scolastico regionale, in cui gli viene chiesto di presentarsi il 21 maggio in sede. La ragione sarebbe la violazione del codice etico che esiste per i docenti dipendenti pubblici. In particolare gli vengono contestati l'articolo 10 ("Nei rapporti privati, comprese le relazioni extralavorative con pubblici ufficiali nell'esercizio delle loro funzioni, il dipendente non sfrutta, né menziona la posizione che ricopre nell'amministrazione per ottenere utilità che non gli spettino e non assume nessun altro comportamento che possa nuocere all'immagine dell'amministrazione") e l'articolo 11-ter (“con riferimento all'utilizzo dei mezzi di informazione e dei social-media, inoltre, dispone che "in ogni caso il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all'immagine dell'amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione in generale").

«Questi articoli mi sono stati contestati non tanto per le cose che ho detto in tv, alla 7, ma per un post di critica che ho fatto su Valditara, il ministro». E forse sta qui la gravità della vicenda, perché di provvedimenti disciplinari fatti a insegnanti per ragioni politiche se ne contano a bizzeffe. Quello che preoccupa in questa vicenda è che ha tutte le caratteristiche di una vendetta nei confronti di chi pone su un piano pubblico una serie di contraddizioni vive.

Nella fattispecie Raimo scriveva: «Un ministro dovrebbe difendere tout-court un docente minacciato da gruppi neonazisti invece di avviare un approfondimento interno, e invece finisce proprio per accodarsi agli striscioni intimidatori, e lasciare che gli uffici scolastici regionali vengano usati in modo esattamente contrario alla loro funzione; non prendere parola invece quando davvero la violenza fisica viene esercitata sulla comunità scolastica, come è accaduto a Pisa poco più di un mese fa». E ancora: «Nel merito. Non so quale costituzione abbiano come riferimento Valditara o altri rappresentanti di governo. Quella per cui insegno è nata dalla lotta di partigiane e partigiani che hanno combattuto fascismi e nazismi. A scuola spero di educare alla libertà (art.2) e alla giustizia (art.3); non al merito, non all'assimilazione o all'umiliazione, che sembrano l’orizzonte pedagogico del ministro Valditara».

In questa vicenda si legge con nitidezza tutta la pericolosità della deriva politica reazionaria che stiamo vivendo. Un potere politico che confonde sempre di più la funzione istituzionale con l’esercizio dell’autorità, che trasforma il diritto in arbitrio, che censura, reprime e avalla un concetto tutto suo di libertà. Che è quella di difendere chi è “libero” di arricchirsi sfruttando, di esprimersi prevaricando, di sentirsi al sicuro marginalizzando. Ma non di chi crede che la libertà si nutre di spirito critico ed è solo preservando collettivamente questo – come stanno facendo ad esempio nelle acampade universitarie per la Palestina - che possiamo creare le condizioni per un avanzamento del dibattito pubblico e politico.