Public history wars Episodio II: Il “grande giornalista” colpisce ancora

3 / 2 / 2020

Il secondo di quattro “episodi” sull’uso pubblico della storia in Italia, scritti da Nicolaj Kurubov, che prendono le mosse da alcune riflessioni fatte in occasione della morte di Giampaolo Pansa in merito al “lato oscuro” della divulgazione storica, diventato negli anni un vero e proprio modo di essere.

In una galassia sempre più lontana dalla decenza, i “grandi giornalisti” dominano incontrastati la narrazione del passato, arrivando a mettere in scena un “dibattito storiografico” tra loro, mentre additano gli storici al pubblico ludibrio come bugiardi.

Vi sono stati studiosi come De Luna e Portelli ed alcuni giornalisti come l’ex partigiano Giorgio Bocca, che hanno risposto a Pansa per le rime e con efficacia. Ma si trattava di una pattuglia di coraggiosi sconfitta in partenza nella lotta per indirizzare il grande pubblico.

Mentre dietro a Pansa vi erano televisioni, giornali e soprattutto il sentire di una parte consistente della società; dall’altra non vi era nessun “intellettuale collettivo” per dirla con Gramsci, cioè nessun aggregato formale o informale, capace di popolarizzare e diffondere una risposta adeguata.

La ricerca storica può influire sul senso comune di una popolazione solo se diviene Public history, cioè narrazione pubblica della storia condotta attraverso una pluralità di strumenti (dai prodotti d’intrattenimento alle cerimonie pubbliche) in grado di creare meccanismi di identità collettiva.

Negli anni in cui la morte nera pansiana sparava il suo raggio distruttore contro la memoria collettiva della resistenza ben pochi erano interessati a difenderla o capaci di farlo davvero. Tutto l'investimento culturale e politico “progressista”, di cui i presidenti Ciampi e poi Napolitano erano capofila, andava nel senso del ritorno alla “Nazione”, all'unità monolitica di tutti gli “italiani”. Di fatto l’esatto contrario  di quella “Patria di partiti” (per dirla con le parole scritte da Eugenio Curiel nel 1943 per indicare l'obiettivo politico della resistenza), fatta di corpi intermedi e partecipazione di massa alla vita politica. E questo spiega la scelta di abbandonare la resistenza come mito fondativo della Repubblica, operata da buona parte della “sinistra istituzionale”.

Quanto all’ “estrema sinistra”, buona parte di essa non faceva altro che recitare esattamente il ruolo che l’autore de “Il sangue dei vinti” gli assegnava: quello del manipolo di fanatici, pretenziosi e aggressivi, incapaci di convincere altri oltre a loro stessi. Costruiva infatti buona parte della propria narrazione sulla resistenza partendo dagli avanzi di una sterile polemica contro il PCI, accusato di non aver fatto nel 1945 la “rivoluzione proletaria” su modello real-socialista, cioè di non esser stato abbastanza stalinista, abbastanza protervo, abbastanza settario.

In definitiva la narrazione pubblica della resistenza (e del passato in generale) di buona parte sia dell’ “estrema sinistra” che della “sinistra istituzionale”, ignorava bellamente ogni recente ragionamento in campo storiografico, ad esempio in merito alla storia sociale, agli studi post-coloniali o alla storia di genere. Era rimasta indietro di almeno trent’anni, dimostrando che anche il pubblico “di sinistra” in Italia non era affatto più colto e preparato di quello “di destra”, ma solo più ristretto e disorganizzato.

Dopo il successo del suo libro Pansa ha dato alle stampe una serie di volumi che lui con somma modesta chiama “Il ciclo dei vinti”, paragonandosi a Verga, un mix di vittimismo per gli “attacchi” e le “persecuzioni” subite ad opera dei “violenti di estrema sinistra” e di memorialistica neofascista.

L’ultimo libro del “grande giornalista” dedicato alla guerra civile è del 2018: “Uccidete il comandante bianco. Un mistero nella resistenza”. Attraverso le parole di un ex partigiano (debitamente defunto, così non può smentire) viene ricostruita la vicenda del comandante Bisagno (Aldo Gastaldi), un giovane ex-ufficiale cattolico che creò e guidò una delle più efficienti e combattive formazioni partigiane, la divisione garibaldina “Cichero”.

Se possibile il testo è persino peggio de “Il sangue dei vinti” e successive opere consacrate al vittimismo neofascista. Il racconto si snoda attraverso una serie di avventure sessuali di vario tipo e più che l’anticomunismo quello che balza agli occhi è il sessismo dell’autore. Le donne che compaiono sulla scena sono ridotte a semplici corpi, il sesso è il loro unico modo di esprimersi e in base al partner cambiano schieramento senza alcun problema di natura etica o ideale. In generale tutte vogliono portarsi a letto il casto Bisagno, che non si concede perché è un bravo ragazzo cattolico, ma intorno a lui è Sodoma & Gomorra.

Alla fine viene il comandante della “Cichero” viene ammazzato a guerra finita dai perfidi comunisti attraverso un avvelenamento di cui non ci sono prove ma Pansa è “sicuro che sia andata così” e tanto deve bastare al lettore. I documenti conservati all’Istituto Ligure per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea raccontano tutt’altra storia, ovvero Bisagno sarebbe morto in un incidente stradale e i suoi partigiani che erano con lui sono testimoni che non vi era stato nessun avvelenamento. Ma che importa? Gli archivi son cose da femminucce o da comunisti, la “vera storia” per Pansa si può solo tramandare da maschio vissuto a maschio vissuto.

Per il “lancio” mediatico dell’opera si è messo a disposizione un collega, un altro “grande giornalista” o aspirante tale, Aldo Cazzullo. Nel 2015 aveva pubblicato il volume “Possa il mio sangue servire. Uomini e donne della Resistenza”, il cui scopo era quello di dare una visone non “divisiva” della lotta di liberazione attraverso la storia di alcune delle sue figure. Pansa e Cazzullo avevano anche intrapreso persino una sorta di “dibattito storiografico” sulle pagine rispettivamente de “Il corriere della sera” e “Libero”. Cazzullo non si permetteva certo di criticare tutto ciò che Pansa aveva scritto da “Il sangue dei vinti in poi”, ma faceva notare che la resistenza non l’avevano fatta solo i “sanguinari comunisti” ma anche tanti “bravi italiani”, quindi poteva essere compatibile con la costruzione dell’ “identità nazionale”.

In occasione dell’uscita di “Uccidete i comandante bianco. Un mistero nella resistenza” Cazzullo fece a Pansa una lunga intervista uscita sulle pagine de “Il corriere della sera” a partire proprio dai contenuti del suo libro.

I due “grandi giornalisti” non concordavano su tutto, Pansa riteneva troppo “buonista” la visione della resistenza di Cazzullo, secondo cui essa “appartiene alla nazione”. Ma nel dibattito non hanno mai fatto capolino i fatti e i documenti che li attestano. Pansa ha potuto sciorinare le sue invenzioni senza che Cazzullo neanche si sia sognato di domandare “ma scusi, su che fonte ha letto queste cose?”. Del resto un “grande giornalista” bisogna crederlo sulla parola o si è dei censori stalinisti. La cifra di questo “dibattito storiografico” sta tutta nell’espressione  “Io penso che…”. Ecco come si costruisce il racconto del passato in Italia, non contano i fatti, conta ciò che un ristretto gruppo di benestanti di mezza età che ha accesso ai mezzi d’informazione “pensa”. Chi non ha accesso alle pagine dei grandi giornali o agli schermi delle principali reti televisive nazionali può essere sbeffeggiato e insultato impunemente. Così Pansa può permettersi di affermare senza che Cazzullo avanzi la benché minima contrarietà che:

«La storia della Resistenza come la conosciamo è quasi del tutto falsa; e va riscritta da cima a fondo. Gli storici professionali ci hanno mentito. Settantatré anni dopo, è necessario essere schietti: molte pagine del racconto che viene ritenuto veritiero in realtà non lo è».

Capito? Gli “storici professionali” sono una manica di bugiardi, parola di “grande giornalista”.

In realtà su Bisagno esistono studi di notevole spessore, a cominciare dalla campagna di interviste ai combattenti della sua divisione condotta da Mario Calegari e interamente disponibile on line. Più recente è il libro “Io, Bisagno. Il partigiano Aldo Gastaldi” di Sandro Antonini, un’opera documentata e interessante, pubblicata nel 2017. Antonini non è affatto uno storico tenero con il PCI e con il “mito resistenziale”, tanto da essersi meritato nel 2010 gli elogi de “Il Giornale”. Ma ha la grave “colpa” di essere uno storico, quindi di basarsi sui documenti, sui fatti accertati. In un articolo del marzo 2018 su “Il secolo XIX” di Genova Antonini dice chiaro e tondo che quanto afferma Pansa sulla morte di Bisagno non ha alcuna base, anzi demolisce tutto il suo libro mostrando come ignori completamente i fatti inerenti tutta la storia della “Cichero”. Il “dibattito storiografico” impostato dai “grandi giornalisti” può funzionare solo in assenza degli storici, solo rimanendo nel campo del “Io penso che…”.

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