Quale liberazione per la Palestina?

29 / 5 / 2024

Fermare il genocidio a Gaza e ottenere la liberazione dei prigionieri di entrambe le parti è un dovere umano immediato. Ma se ci domandiamo cosa c’è “oltre” questo dovere umano, quale è il suo orizzonte politico, solitamente la risposta è «la liberazione della Palestina».

Peccato che troppo raramente ci si interroghi su cosa significa concretamente «liberazione della Palestina». Questa è la domanda di fondo, la domanda politica che bisogna avere il coraggio di porsi con franchezza. E non è solo una questione di solidarietà internazionalista, è una questione di metodo. La risposta a questa domanda differenzia infatti le forze rivoluzionarie o democratiche da quelle che non lo sono o che sono esplicitamente reazionarie, anche se dicono di rappresentare “gli oppressi”.

Partiamo dunque dal metodo, dalla necessità di analizzare la realtà secondo gli insegnamenti del materialismo dialettico. Non esiste alcuna azione delle soggettività oppresse (siano palestinesi, migranti, lavoratori/lavoratrici, eccetera) «in sé», ma solo «per sé», ovvero le soggettività oppresse agiscono in quanto tali solo quando hanno organizzazioni, pratiche e obiettivi politici.

Quindi non si può dire «non puoi giudicare l’azione degli oppressi!», perché l’azione è un mezzo al servizio di un fine. In politica i fini e i mezzi vanno giudicati politicamente, va giudicata la loro coerenza, vanno giudicate la loro adeguatezza e la loro concreta possibilità di raggiungere un risultato positivo. E vanno giudicati sulla base dei risultati concreti, non delle chiacchiere  più o meno filosofiche. Per capire questo basta essere persone di buon senso.

Nel 1965 il presidente tunisino Bourghiba disse, in un suo discorso ai profughi palestinesi: «è estremamente facile indulgere in proclami fiammeggianti e ampollosi, è altrettanto difficile agire con metodo e sul serio». Una frase che oggi andrebbe ripetuta agli alfieri della cosiddetta “politica delle identità”, alle aspiranti borghesie “delle minoranze”, che in qualche ateneo o salotto “occidentale”, tra un aperitivo e l’altro, tentano di ritagliarsi un proprio piccolo ruolo (politico o accademico) con le proprie “ideologicamente coerenti” chiacchiere.

Per ricavare i fini e i mezzi a cui attenersi nella doverosa solidarietà internazionalista verso il popolo palestinese (e verso la valorosissima pattuglia di ebrei israeliani dissidenti rispetto al regime sionista), credo sia fondamentale sia osservare la realtà che rileggere le analisi e le posizioni di un grande intellettuale palestinese quale fu Edward Said. Nel suo saggio La questione palestinese del 1992 (consultato nell’edizione italiana edita a Milano: Il Saggiatore, 2011) scrive:

«Gran parte della disperazione e del pessimismo che si provano di fronte al conflitto sionista-palestinese deriva, in un certo senso, dal rifiuto di tutte e due le parti di voler riconoscere la forza esistenziale e la presenza di un altro popolo, con la sua terra, la sua sfortunata storia di sofferenza, il suo investimento emotivo e politico su quei luoghi o,  ancora peggio, dalla tendenza di far finta che l’altro sia solo una seccatura temporanea e che, con il tempo e un certo impegno (e a volte anche con la violenza), alla fine sparirà. La verità è che i palestinesi e gli ebrei israeliani sono ora completamente legati gli uni alle vite e ai destini politici degli altri, forse non in senso definitivo [...] ma certamente oggi e in un prevedibile futuro. Eppure, pur partendo da questa convinzione, occorre comunque fare una distinzione tra una presenza politica che invade, espropria e caccia via, e un’altra che viene invasa, depredata e cacciata.. Le due non possono essere messe sullo stesso piano, né si può ipotizzare che l’una riuscirà a prevalere e a dominare definitivamente sull’altra».

Questa è per prima cosa una posizione che parte da un dato di realtà. Lo stesso dato di realtà che illustrava un leader arabo riformista quale era il presidente tunisino Bourghiba. Un uomo che si dimostrò concretamente amico del popolo palestinese (ospitò il comando dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, OLP, a Tunisi nel 1982, dopo l’invasione israeliana del Libano); senza mai essere considerato antisemita. Quando a Tunisi durante la guerra del 1967 venne incendiata una sinagoga egli si scusò pubblicamente con la comunità ebraica, invitandola (senza successo) a rimanere nel paese. Quella di Bourghiba fu una delle prime voci autorevoli ad indicare il sionismo come una forma di colonialismo e proprio per questo credeva che al popolo palestinese potesse essere utile conoscere l’esperienza tunisina, nella quale la lotta armata si era accompagnata alla capacità di raggiungere compromessi. Nel suo discorso ai profughi palestinesi a Gerico nel 1965 disse:

«Quanto alla politica del "tutto o niente", essa ci ha portato alla sconfitta in Palestina e ci ha ridotto alla triste situazione con cui combattiamo oggi. Non avremmo avuto alcun successo in Tunisia se non avessimo abbandonato tutta questa politica e accettato un progresso graduale verso l’obiettivo. [...] 

In Palestina, al contrario, gli arabi hanno respinto le soluzioni di compromesso. Hanno rifiutato la divisione e le clausole del Libro bianco. Ed oggi se ne pentono». 

Discorso del presidente Habib Bourguiba del 3 marzo 1965 a Gerico, disponibile in inglese francese qui.

Una posizione simile sarebbe stata espressa quasi 40 anni dopo da Marek Edelman, vice-comandante dei combattenti e delle combattenti ebrei del ghetto di Varsavia nella loro insurrezione contro i nazisti del 1943. Edelmann, in gioventù militante del Bund, il partito socialista ebraico di Polonia e Russia (un partito anti-sionista e anti-stalinista, tant’è Edelmann che non si è mai trasferito in Israele ma ha partecipato ad ogni lotta per la libertà in Polonia), nel 2002 ha indirizzato una lettera aperta ai combattenti e ai comandanti palestinesi in cui ha scritto:

«In nessuna parte del mondo una forza di guerriglia può riportare una vittoria decisiva, né in nessuna parte del mondo la guerriglia può essere sconfitta da un esercito ben armato. Perciò la vostra guerra non può giungere a nessuna soluzione. Il sangue continuerà a scorrere invano e vite saranno perdute da entrambe le parti.[...] 

Sia voi che lo Stato d’Israele dovete radicalmente cambiare il vostro atteggiamento. Dovete volere la pace, al fine di salvare la vita di centinaia e forse migliaia di persone, e per creare un futuro migliore per i vostri cari, per i vostri figli». 

L'eredità antisionista del combattente della resistenza del ghetto di Varsavia Marek Edelman 

Le posizioni di Bourghiba ed Edelman erano ispirate al realismo politico-militare dei vecchi combattenti. Sulla base della loro esperienza affermavano una semplice verità: nessuna delle due parti può sperare di annientare l’altra. E questo lo vediamo con chiarezza anche oggi, nel momento in cui il regime sionista dispiega su Gaza tutto il peggio di sé e tutta la sua “potenza di fuoco” tale da rendere estremamente realistico l’utilizzo del termine “genocidio”. Ebbene nonostante questo non vi è un solo ufficiale o esperto militare israeliano che preveda un rapido annientamento della capacità militare di Hamas e delle altre milizie armate palestinesi. Che invece i palestinesi possano “buttare a mare” gli israeliani (e le loro bombe atomiche) è semplicemente fantascienza.

Il realismo di Bourghiba ed Edelman (simile a quello di un profondo intellettuale quale era Primo Levi) è stato rimosso dal dibattito pubblico dopo il fallimento del cosiddetto “processo di pace” negli anni Novanta. È infatti fallita la soluzione “riformista” che si condensava nello slogan «due popoli, due stati». L’idea della reciproca separazione, della costruzione di un piccolo stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza, è fallita per il semplice fatto che non si è dimostrata concretamente possibile. Non è stata possibile per la continua colonizzazione israeliana della Cisgiordania, non è stata possibile perché Gaza è stata per i palestinesi una prigione a cielo aperto, non certo una patria. Non è stata possibile perché creare la parvenza di uno stato palestinese su qualche ritaglio di terra non colma la sperequazione di potere e ricchezza tra israeliani e palestinesi, perché non ripara i torti del passato, né garantisce pace, sicurezza e giustizia per l’avvenire. 

Il “compromesso al ribasso” tentato ad Oslo nel 1993 da Rabin e Arafat è fallito e ha posto le basi delle fortune di Hamas e del Likud. È fallito perché era basato sullo stato-nazione, sulle logiche dello stato-nazione, sulle gerarchie dello stato-nazione. Il nazionalismo “laico” dell’OLP e il sionismo “laburista” sono entrati in crisi contemporaneamente proprio per la loro incapacità di superare queste logiche. Per il medesimo motivo in giro per il mondo hanno subito la stessa sorte i vari partiti comunisti, socialdemocratici, cristiano-democratici, arabo-nazionali, eccetera.

Said conosceva bene l’impossibilità di una “soluzione militare” della “questione palestinese”, ma da militante per la liberazione della Palestina, da militante e studioso rivoluzionario pensava ad un compromesso che non fosse “al ribasso” e per questo fu uno di coloro che criticarono gli accordi di Oslo e l’azione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Nel suo saggio del 1992 anticipava le posizioni e l’analisi svolte nel decennio successivo da Abdullah Öcalan in Il confederalismo democratico, scriveva infatti Said:

«Troppo spesso si dimentica che il Medio Oriente ha indubbiamente ricevuto dal periodo coloniale del XIX secolo un’eredità politica che è fonte di profonde divisioni. L’Impero ottomano, così come del resto sarebbe avvenuto in quelle sue parti poi finite sotto il dominio occidentale, era governato in generale da minoranze che al fine di perseguire i loro interessi si alleavano con la potenza coloniale del tempo. Oggi abbiamo governi di minoranza in Libano, Giordania, Siria, Israele, Kuwait e Arabia Saudita. La maggioranza della popolazione Mediorientale è islamica sunnita, ma tutti questi paesi sono governati o da gruppi non sunniti e/o da famiglie e/o oligarchie regionali chiuse all’insieme dei cittadini. Di conseguenza i governi centrali dei paesi della regione sono fondamentalmente repressivi nei confronti della maggioranza degli abitanti e questo è palese non solo nei paesi arabi, ma anche in Israele. Il destino dei cittadini è stato reso assai incerto dal fondersi nei circoli di potere di una mentalità minoritaria con un’acritica ammirazione dell’autorità statale, strumentalizzata a fini di parte. In Israele, ad esempio, i cittadini sono divisi tra ebrei e non ebrei, e un’ulteriore discriminazione viene fatta tra ebrei europei ed orientali. Altrove nella regione i diritti dei cittadini non sono garantiti dalla legge, ma dipendono dalla discrezionalità di un potere centrale statale gelosamente chiuso in se stesso. Per questo un passo verso una maggiore eguaglianza e, allo stesso tempo, verso una qualche soluzione del conflitto israelo-palestinese potrebbe essere costituito da una riconsiderazione del problema esistente tra i due gruppi, riformulandolo nei termini di rapporti tra persone che anelano al giorno in cui pari diritti saranno garantiti a tutti gli abitanti (presenti e passati) di quel territorio. Da quel giorno Israele non potrà più essere lo stato dell’intero popolo ebraico residente o no sul posto, ma piuttosto dei suoi attuali cittadini ebrei e arabi; e lo stesso potrebbe avvenire anche negli altri stati della regione».

Colpisce come proprio Said, il più attento studioso e critico della mentalità coloniale, dello sguardo coloniale del cosiddetto “Occidente” sul mondo arabo-mussulmano, affermasse che non solo Israele ma quasi tutti gli stati del Medio Oriente siano in realtà un retaggio coloniale nelle loro oligarchie e nel loro meccanismo di funzionamento.

Questa analisi spiega sia il vergognoso abbandono dei palestinesi da parte degli stati arabi circostanti, sia l’incapacità da parte delle classi dirigenti palestinesi che ragionano in termini di stato-nazione (sia Hamas che l’Autorità Nazionale Palestinese) di mobilitare davvero il proprio popolo. Se guardiamo infatti alla capacità di agire e di essere efficace che ha avuto la resistenza palestinese nel corso della prima intifada (1987-1993) e la confrontiamo con l’oggi, il quadro è desolante. In tutta la prima intifada le vittime palestinesi furono circa 1.900, quelle israeliane circa 200. Quindi il tributo di vite umane per entrambe le parti fu molto più basso di oggi, ma l’efficacia di quella sollevazione fu incommensurabilmente maggiore. 

Dal punto di vista politico/militare essa “rimise in gioco” la resistenza palestinese dopo la disfatta del Libano nel 1982 e i massacri di Sabra e Shatila; dal punto di vista della coscienza politica palestinese la portò al suo apice, producendo una massiccia mobilitazione dal basso fatta di comitati popolari, scioperi e proteste diffusi; dal punto di vista dell’efficacia rispetto all’opinione pubblica internazionale fu assolutamente vincente perché diffuse la solidarietà con il popolo palestinese come mai era accaduto prima; riuscì persino a rafforzare il movimento pacifista israeliano e quindi a porre le basi per una liberazione congiunta di entrambe i popoli.

Poi vennero gli accordi di Oslo e il protagonismo dal basso del popolo palestinese venne  stroncato dalla lotta di potere tra l’Autorità Nazionale Palestinese e Hamas, con le loro politiche stataliste, gerarchiche, corrotte o militariste.

Lo scontro armato è così diventato eternamente perdente e irrisolto per entrambe le parti. Un popolo colonizzato non può sconfiggere uno stato colonizzatore combattendo con i suoi stessi strumenti: nazionalismo, logica di potenza statalista e militarista, irregimentazione della società. Come il nazionalismo sionista non ha potuto garantire una vita sicura e libera alle comunità ebraiche nei loro paesi d’origine e neppure in Israele/Palestina, così il nazionalismo islamista non potrà mai garantire una vita sicura e libera ai palestinesi nella propria terra o in nessun’altra parte del mondo. Perché non si fa uno stato-nazione per proteggere un popolo, ma si usa (e si sacrifica) un popolo per fare uno stato-nazione.

Così, come avviene da oltre un secolo i massacri sono destinati a succedersi, intervallati da fragili tregue, senza che si intraveda uno straccio di soluzione, mentre nei campi profughi, tra le macerie e le fosse comuni, ai palestinesi e alle palestinesi sopravvissuti non resterà che ripete per l’ennesima volta le meste parole del poeta Mahmoud Darwish:

La guerra finirà i leader si stringeranno la mano, ma la vecchia madre resterà ad aspettare il figlio martirizzato; 

la donna resterà in attesa del suo amato marito; 

i bambini aspetteranno il loro padre eroe. 

Non so chi ha venduto la patria, ma so chi ne ha pagato il prezzo.

L’approccio di Hamas, tutto teso a proiettare una sorta di proprio “monopolio” sulla resistenza palestinese, con mezzi prettamente militari (ed eticamente ributtanti, quali le uccisioni di civili inermi), l’ha in realtà de-potenziata, ha contribuito a rendere passivo il popolo palestinese, oltre che fornire oggi ai sionisti l’occasione di massacrarlo come mai era accaduto prima.

Come ha scritto Bashir Abu Manneh La resistenza palestinese non è un monolite:

«L’unica vittoria elettorale di Hamas [quella del 2006], quindi, non è un assegno in bianco per l’eternità. Ciò è particolarmente vero perché, nel governare Gaza, Hamas ha dimenticato la democrazia, ha fatto ricorso all’autoritarismo e alla corruzione e ha represso l’organizzazione politica e il dissenso. Esprimere apertamente la propria opinione o esprimere le proprie opinioni politiche si è rivelato costoso per molti palestinesi a Gaza. Ma il loro silenzio non è un sostegno ad Hamas. 

Due articoli recenti apparsi sulla stampa mainstream sottolineano quanto sia importante ascoltare le voci dei palestinesi a Gaza mentre stanno attraversando le condizioni estreme di genocidio, carestia e fame stabilite dall’esercito di occupazione israeliano. 

Il Financial Times recentemente ha riferito sull’opinione pubblica a Gaza: è una lettura che fa riflettere. Mentre i palestinesi di Gaza incolpano chiaramente Israele per aver compiuto una catastrofe umana a Gaza, crescono la rabbia e il risentimento nei confronti di Hamas per non aver previsto la portata della ritorsione di Israele per gli attacchi del 7 ottobre e per non aver protetto i palestinesi durante la guerra. 

Un intervistato, Nassim, afferma che Hamas “avrebbe dovuto prevedere la risposta di Israele e pensare a cosa sarebbe successo ai 2,3 milioni di abitanti di Gaza che non hanno un posto sicuro dove andare” e “avrebbe dovuto limitarsi a obiettivi militari”. Un’altra intervistata, Samia, è ancora più netta. “Il ruolo della resistenza è proteggere noi civili, non sacrificarci – ha detto – Non voglio morire e non volevo che i miei figli fossero testimoni di ciò che hanno visto e vivessero in una tenda soffrendo la fame, il freddo e la povertà”».

Nello specifico il problema di Hamas e dei suoi alleati non è il fatto che il movimento si dica ispirato da principi islamici (potrebbe anche proclamarsi cristiano o comunista, la questione non cambierebbe di una virgola). La sua ideologia del resto è in realtà nazionalismo avvolto in vesti “islamiche”, esattamente come il sionismo è nazionalismo avvolto in vesti “ebraiche”.

Hamas ragiona infatti in termini di stato-nazione, ovvero è l’ennesimo gruppo di gente armata che vuole importare in Medio Oriente quella malattia europea che è lo stato-nazione, che vuole importare in Medio Oriente l’idea che un pezzo di terra sia proprietà esclusiva di una “nazione” (la puoi definire dal punto di vista religioso, linguistico, ideologico, etnico,  eccetera, ma ancora una volta non cambia nulla); che questa “nazione” debba reclamare la “propria” terra affidandosi ad una gerarchia politico/militare (che ovviamente finisce per costituire una nuova classe possidente che sfrutta e deruba un popolo in nome della “nazione”).

Dall’altra parte della barricata abbiamo uno stato israeliano che è un meccanismo di discriminazione e colonizzazione, questa sua natura è stata formalizzata giuridicamente nella «Legge sullo stato nazione» del 2018. Per questo ritengo giusto definire lo stato israeliano «regime sionista» (esattamente come è giusto definire l’Iran «regime degli Ayatollah»), perché non può essere considerato stato di diritto quello che introduce un favoritismo (e quindi una discriminazione) su base etnico/religiosa in una legge di valore costituzionale. D’altro canto però dobbiamo ricordare che esiste anche Israele, inteso come società che si riconosce nell’identità che corrisponde al quel nome, e quindi esistono gli israeliani e le israeliane. Pertanto esistono contemporaneamente come cose distinte: il «regime sionista» e Israele, esattamente come esistono come cose distinte Hamas (o l’ANP) e la Palestina. La perfetta identificazione tra popolo e stato (organizzazione politico/militare “aspirante stato”) è infatti propria dei totalitarismi. Ogni reale democrazia presuppone invece che i popoli possano smettere di identificarsi non solo con i governi, ma anche con gli stati che dicono di rappresentarli, così come possono sempre iniziare a rifiutare le identità collettive da essi creati.

Israele e la Palestina condividono lo stesso spazio fisico e possono convivere in pace e su una base di eguaglianza, purché il loro spazio mentale cessi di essere colonizzato dal regime sionista, da Hamas e anche dai burocrati corrotti e collaborazionisti dell’ANP.

Già nel 1992 Said scriveva che:

«Le relazioni tra israeliani e palestinesi sono così tese da far sembrare fuori questione tutto ciò che ricordi la parità di diritti e un'equa soluzione del conflitto. 

Ma solo per ora. L’obiettivo a lungo termine è, credo, quello che hanno tutti gli esseri umani: vivere politicamente liberi dalla paura, dall’insicurezza, dal terrore e dall’oppressione. Liberi anche dalla possibilità di esercitare un dominio ingiusto o iniquo sugli altri. Questo obiettivo generale assume però significati diversi per gli arabi diversi e per gli ebrei israeliani. Per questi ultimi significa libertà dall’orrenda pressione dell’antisemitismo culminato nel genocidio nazista, libertà dalla paura degli arabi e anche dalla cecità dei progetti sionisti verso i non ebrei. Per i primi l’obiettivo di fondo è costituito dal liberarsi dall’esilio, dalle espropriazioni, dalle devastazioni culturali e psicologiche causate dall’essere stati culturalmente emarginati e, inoltre, anche dagli atteggiamenti e dalle azioni brutali nei confronti dell’oppressore israeliano».

Secondo Said sia gli israeliani che i palestinesi sarebbero stati liberi quando entrambi avrebbero imparato «a considerare la situazione di entrambi dal punto di vista dei diritti umani invece che da una prospettiva esclusivamente nazionale».

È esattamente questa oggi l’unica alternativa alla barbarie. Negli anni Novanta un/una israeliano/a poteva essere sionista e nel contempo dirsi fautore della pace. Poteva volere una pace in una condizione di “superiorità” rispetto ai palestinesi e giustificarsi pensando «alla fine noi siamo democratici ed evoluti, è meglio per tutti se teniamo noi “il coltello dalla parte del manico”». Oggi quell’israeliano/a vede i coloni fanatici rovesciare in mezzo alla strada gli aiuti alimentari per Gaza, li vede sbeffeggiare le famiglie delle persone catturate da Hamas il 7 ottobre e scopre che il suo paese non è più il suo paese. È uno stato che suscita orrore e spavento nel mondo, governato da gente che lo sacrificherebbe in ogni istante pur di mantenere il potere. Esattamente come accadrebbe al cittadino di un regime “arabo” qualunque. Potrà ancora quell’israeliano/a avere un’identità sionista in comune con i coloni fanatici e con il loro governo? Forse è pronto ad ascoltare un discorso razionale, forse è pronto ad una nuova identità collettiva.

E forse è pronto ad ascoltare e a costruire una nuova identità collettiva anche il/la palestinese che nel 2006 ha votato per Hamas, perché si, i “barbuti” rompono le scatole quando proibiscono di ballare la dabka uomini e donne insieme, come si è sempre fatto, ma almeno non leccano gli stivali degli israeliani come i burocrati dell’ANP,  almeno non han messo la firma sotto quella fregatura infame che ci han rifilato ad Oslo. Ma ora quel palestinese tocca con mano il fatto che la sua vita e quella della sua famiglia non valgono nulla rispetto ai “grandi obiettivi” di Hamas, che sono sacrificabili. Che sono già stati sacrificati.

Queste cose per ora non riescono ancora a dirle a voce alta né gli israeliani né i palestinesi, ma proprio qui sta il compito del movimento globale che si è mobilitato contro il genocidio a Gaza, mostrare non solo che può essere di ostacolo ai piani criminali del regime sionista (o quantomeno di esserlo assai più dei razzi degli Ayatollah,  il più bel regalo che Netanyahu potesse ricevere), ma che ad esso c’è un’alternativa e non è quella di Hamas.

Di recente Naomi Klein ha declinato questo concetto secondo il punto di vista delle persone di cultura ebraica che si oppongono al genocidio a Gaza:

«Non abbiamo bisogno né vogliamo il falso idolo del sionismo. Vogliamo svincolarci dal progetto che commette un genocidio in nostro nome. Svincolarci da un’ideologia che non ha alcun piano per la pace, se non accordi con i petro-stati teocratici e assassini della porta accanto, per vendere le tecnologie degli omicidi robotici al mondo. 

Cerchiamo di liberare l’ebraismo da uno stato etnico che vuole che gli ebrei abbiano perennemente paura, che vuole che i nostri figli abbiano paura, che vuole farci credere che il mondo è contro di noi, cosicché corriamo verso la sua fortezza e sotto la sua cupola di ferro, o che quantomeno manteniamo il flusso di armi e donazioni». 

Naomi Klein Abbiamo bisogno di un esodo dal sionismo

La forza delle mobilitazioni negli USA, l’ampia partecipazione di persone di origine e cultura ebraica ad essa sono dati importanti. Si può parlare della rivolta di una parte consistente della diaspora ebraica contro il sionismo. Credo che abbiamo il dovere internazionalista di sostenere quella rivolta, di sostenere tutte le rivolte contro tutte le identità “nazionali”, oppressive e totalitarie, in tutto il mondo. E di farlo dicendo chiaro e tondo che l’unica possibile «liberazione dal fiume al mare!» è quella prospettata da Edward Said:

«Una volta che si sia riconosciuto che l’altro è un nostro pari, credo che procedere sia non solo possibile, ma attraente. […] Il passo iniziale consiste nello sviluppare qualcosa che oggi è completamente mancante tanto nella realtà israeliana quanto in quella palestinese: l’idea e la pratica della cittadinanza, non di una comunità etnica o razziale, come strumento principale per la coesistenza. In uno stato moderno, tutti coloro che ne fanno parte sono cittadini in virtù della loro presenza e del fatto che condividono diritti e responsabilità. La cittadinanza riconosce dunque all’ebreo israeliano e all’arabo palestinese il diritto agli stessi privilegi e alle stesse risorse. Una costituzione e una carta dei diritti diventano quindi necessarie per superare il conflitto e non ripartire ogni volta da zero, perché ogni gruppo avrebbe un identico diritto all’autodeterminazione; vale a dire il diritto di partecipare della vita comune a modo proprio (da ebreo o da palestinese), forse in cantoni federati, con Gerusalemme come capitale condivisa, uguale accesso alla terra, e inalienabili diritti laici e giuridici. Nessuna delle due parti dovrebbe essere tenuta in ostaggio dagli estremisti religiosi. […] Una volta che riconosciamo che palestinesi e israeliani sono lì per rimanerci, l’unica conclusione decente è che bisogna arrivare a una coesistenza pacifica e a un’autentica riconciliazione».

Edward Said. La fine del processo di pace. Palestina/Israele dopo Oslo. Milano: Feltrinelli, 2000