Cosa è successo il 13 Agosto 2003, quando un centinaio di persone assaltano la caserma Massarelli a Gorizia? Per cosa, davvero, due giorni fa 5 ragazzi sono stati condannati a 9,8,5,4, e 3 mesi di galera?

Quando le parole diventano pietre

La resistenza non è un feticcio: si pratica verso la routinaria barbarie, a cominciare da quella dei Pubblici Ufficiali

30 / 10 / 2009

di Spazi Sociali FVG

Cosa è successo il 13 Agosto 2003, cosa ha prodotto gli avvenimenti per cui 5 ragazzi dello Sportello degli Invisibili sono stati condannati due giorni fa a 9, 8, 5, 4 e 3 mesi di galera?
Cosa ha portato un centinaio di persone ad assediare simbolicamente una caserma di polizia, rischiando la propria incolumità e la galera?

Non vi fu nulla di preordinato, quel giorno: fu una reazione civile a un sopruso vigliacco e disgustoso che sconvolse la vita di due ragazzi incolpevoli... ma bengalesi. Non fu molto di più, ma certamente nulla di meno.

I due ragazzi erano in questura quella mattina, accompagnati da un paio di noi e dal loro datore di lavoro: clandestini, avevano trovato un lavoro ed erano lì per regolarizzare la loro posizione (erano i tempi della sanatoria Bossi-Fini).
Dopo poco che siamo in Questura, cominciano movimenti loschi, sguardi strani, mentre cresce sulla pelle la sensazione che qualcosa non va, mentre i due non escono più da dietro una porta chiusa.. ecco il coup de theatre: c'è in sospeso un provvedimento di espulsione che diventa esecutivo seduta stante. I due sono prigionieri dentro la questura, con l'attonito datore di lavoro che non capisce il senso di tutto ciò. Non c'è, è solo un agguato vigliacco.

I due potrebbero, per legge, fare ricorso: chiediamo di far loro firmare il mandato ad un avvocato, ma ci scontriamo con un muro di viscida gomma. Nessuno è interessato alla norma, alla ragionevolezza o alla giustizia, neanche Squarcina, il vicario del Prefetto, colui che ha firmato il decreto di espulsione che la Corte competente riconoscerà poi essere incostituzionale. I due sono inaccessibili e vengono trasferiti alla caserma Massarelli.
Intanto cominciamo a telefonare a chiunque, consiglieri comunali, regionali, universali, esponenti politici, sindacali, avvocati, chiunque pur di cercare una soluzione. Abbiamo a cuore la vita di quei ragazzi, abbiamo camminato insieme. Abbiamo a cuore la giustizia e l'umanità. E siamo incazzati, incazzati oltre ogni limite.

La notizia si sparge e una piccola folla si raduna nel cortile della caserma, urlando slogan, bloccando ogni auto che esce per assicurarsi che i due non vengano subdolamente portati via: c'è tensione, si sfiora lo scontro. Cominciano ore di trattative per permettere loro di firmare la delega: ore di trattative per un atto che era dovuto secondo la legge vigente, oltre che secondo umanità e giustizia.

È inevitabile che in quel 13 agosto, in quel cortile, cominci a far caldo: salgono la rabbia, l'indignazione, siamo esasperati tutti quanti di fronte alla feroce assurdità della situazione. Intanto, il vicario del Prefetto ha spento il telefono. Si è seccato, troppe chiamate. Che ci sarà mai da discutere, forse pensa, sono solo due bengalesi.

All'improvviso un funzionario si fa sfuggire la notizia che i due sono stati portati via da ore, dentro un furgone chiuso che, quindi, non era stato bloccato dalla folla, perché nemmeno gli animali destinati al macello vengono trasportati così, senza luce, senza aria. Era inimmaginabile.
Allora esplode una rabbia incontenibile e anche sacrosanta, secondo noi: l'ingiustizia brucia feroce e abbiamo di fronte la faccia arrogante, beffarda e vigliacca del potere che calpesta gli esseri umani.

Allora l'indignazione prende corpo diventa carne e sangue, le parole sono pietre, e quelle parole forti si sono alzate, qualche vetro è andato in frantumi, la polizia ha dovuto indietreggiare e rinchiudersi all'interno della propria vergogna, all'interno della propria caserma. Ma come potevano pensare che fosse tutto uguale, tutto normale? Quando si parla della vita, della dignità delle persone non è tutto uguale, tutto indistinto, c'è ancora chi si indigna, chi si incazza quando vite vengono calpestate: noi eravamo lì, eravamo quelli indignati, quelli incazzati, quelli che hanno “resistito” alla normale routinaria barbarie.
Per questo “reato di resistenza” cinque persone sono state condannate a 9, 8, 5, 4 e 3 mesi di galera. È importante capire che legge e giustizia non sempre coincidono, quasi mai per i più deboli. Forse resistere non era legale, ma certamente era legittimo, perché la resistenza non è un feticcio ma una pratica di vita senza la quale non è possibile praticare solidarietà, antirazzismo, dignità e giustizia per i più deboli e oppressi.

E a chi mai dovremmo resistere se non cominciamo proprio dai pubblici ufficiali che non hanno la dignità di disobbedire e rendono operativi gli orrori di cui abbiamo raccontato?

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