Racconti dal confine

Una narrazione della delegazione napoletana partita con la #OpenBordersCaravan

5 / 10 / 2015

Quando siamo partiti con la Carovana Open Borders, Sabato 26, le notizie che giungevano dalla rotta balcanica erano agghiaccianti: l’Ungheria aveva iniziato la costruzione di un muro al confine meridionale, i confini di Austria e Slovenia erano appena stati chiusi, e nei campi profughi in Macedonia e Croazia erano rinchiuse decine di migliaia di persone in condizioni disumane, cosa che causava soventi proteste tra i migranti che venivano prontamente represse con violenza dalle forze dell’ordine locali.

La situazione che abbiamo trovato una volta giunti lì era in realtà molto diversa, per via di una svolta radicale avutasi il giorno prima: probabilmente a causa delle pressioni politiche del Governo Croato, in estrema difficoltà a sobbarcarsi la gestione impossibile dei campi strapieni di Tovarnik e Opatovac, tanto l’Ungheria quanto la Slovenia hanno iniziato a far transitare i migranti all’interno del paese, permettendo loro di continuare la strada verso il nord-Europa, meta finale della maggior parte di questi.

L’aspetto più surreale, però, di questa “nuova gestione” è che il transito dei migranti avviene in maniera del tutto illegale, in gran segreto, con la complicità delle forze dell’ordine (e quindi dei Governi nazionali) che raccolgono i profughi su treni e bus e li trasportano clandestinamente da un confine all’altro.

La segretezza dell’operazione è garantita sostanzialmente in due modi: con l’uso a singhiozzo dei mezzi di trasporti (che vengono fermati qualche chilometro prima del confine per far sembrare che i migranti lo abbiano raggiunto a piedi, per poi essere, aldilà del confine di nuovo caricati, su mezzi su gomma e binari, dalla polizia dello stato confinante) e attraverso una gestione incredibilmente rigida della stampa, cui non viene in alcun modo permesso neppure di avvicinarsi alle zone calde di passaggio e di sosta dei migranti.

Si potrebbe pensare a questo “strano equilibrio” come ad una soluzione della crisi, e sicuramente rispetto ai giorni scorsi si registra un miglioramento delle condizioni dei profughi poiché le permanenze nei campi sono molto più brevi (con conseguente alleggerimento dal punto di vista numerico), ma la situazione attuale è ben lontana dal rappresentare una risposta a lungo termine. Innanzitutto non bisogna dimenticare che la modalità completamente clandestina con cui i profughi vengono trasportati oltre confine li espone a tutta una serie di pericoli: oltre all’evidente problema dell’arbitrarietà delle scelte dei Governi, e della conseguente instabilità della situazione e revocabilità delle decisioni su apertura e chiusura dei confini, in Ungheria, per fare un esempio, l’esercito ha licenza di apertura del fuoco sui migranti irregolari, e quindi finché il flusso attraverso il confine non sarà pienamente regolarizzato non sarà possibile assicurare l’incolumità degli stessi.

Inoltre se pure si permettesse il transito dei migranti alla luce del sole, il problema sarebbe solo apparentemente risolto, poiché quand’anche questi rieuscissero a raggiungere i paesi scelti per chiedere asilo (perlopiù Austria, Germania e Scandinavia) questo viene ad oggi effettivamente concesso solo ad una percentuale dei richiedenti, specialmente ai profughi Siriani cui è riconosciuto lo status di rifugiati internazionali poiché in fuga da un paese in guerra. Decine di migliaia di uomini, donne e bambini che hanno invece affrontato un viaggio di migliaia di chilometri per fuggire dalla miseria, rischiano la detenzione in strutture apposite in attesa del rimpatrio.

L'esperienza con la Open Borders Caravan, e il nostro seguente soggiorno sul confine serbo-croato ci ha permesso una mappatura abbastanza precisa delle principali rotte percorse ad oggi dai flussi migratori, che andiamo qui a riassumere brevemente.

I barconi sbarcano in Grecia, in diversi punti del paese, dal momento che le frontiere elleniche sono al momento aperte, ma il primo passaggio alla frontiera è già problematico perché la Macedonia regola i flussi in maniera molto rigidi. Il campo di Eidomeni, al confine greco-macedone, ospita i profughi durante il passaggio e fino a prima dell'apertura ufficiosa della frontiera ungherese di qualche giorno fa era sede di numerose proteste dovute a condizioni di detenzione disumane.

Entrati in Macedonia, il cammino prosegue verso la Serbia fondamentalmente con mezzi propri: esistono dei bus a pagamento (il cui ticket costa pressapoco il corrispettivo di 60€ a persona) ma molti non possono permetterselo e viaggiano a piedi. Il confine meridionale Serbo è aperto, per cui i punti d'accesso al paese sono diversi, e da tutti questi il Governo predispone autobus e treni, anche questi a pagamento, che trasportano i migranti a Sid, da dove si  accede alla Croazia nei pressi di Tovarnik, che è peraltro l'unico punto del confine del tutto bonificato dalle mine anti-uomo presenti fin dalla guerra civile..

Fino a qualche giorno fa a Tovarnik c'era un campo, oggi invece sia da lì che da Bapska, il punto d'accesso di chi attraversa la Serbia a piedi e non in bus, vengono tutte e tutti portati al campo di Opatovac. 

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-BAPSKA-

È un piccolo paese a un paio di km dal confine Serbo, cui si arriva attraverso uno stretto sentiero non minato, in cui vengono stanziati i migranti in attesa di essere trasportati con dei bus al campo di Opatovac, a meno di 20km di distanza. Il flusso è gigantesco: parliamo di picchi di oltre 15000 persone al giorno, scaglionati dalla polizia in “piccoli” gruppi rigorosamente in fila per due.

È qui che i migranti, affamati e stremati dal viaggio, ricevono una prima assistenza da parte di un piccolo accampamento di volontari indipendenti (non legati, cioè ad alcuna organizzazione internazionale) che si occupano di cucinare pasti caldi e distribuire vestiti e coperte. Il problema è che essendo assolutamente interdetto l'accesso a qualunque tipo di stampa, a Bapska non giunge nessun tipo di aiuto umanitario “ufficiale” poiché formalmente i migranti che transitano di lì non esistono, e l'accoglienza pesa interamente sulle spalle dei volontari che spesso si trovano ad affrontare situazioni di emergenza senza le risorse necessarie.

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-OPATOVAC-

Dalla chiusura del campo di Tovarnik è l'unico campo profughi attualmente in funzione in Croazia, nonché quello da cui giungevano le notizie più drammatiche prima dell'apertura ufficiosa della frontiera Ungherese, come ad esempio quella del bambino di 9 anni che, dopo aver perso tutta la famiglia in viaggio, ha tentato di togliersi la vita tagliandosi la gola con una lattina di alluminio.

Anche oggi che la permanenza ad Opatovac è molto più breve e quindi le condizioni più umane, si può immaginare come dovesse essere la situazione quando i profughi erano stipati qui a migliaia per giorni e giorni: il campo di Opatovac si presenta immediatamente lugubre, circondato dal filo spinato, venato di piccole alture artificiali su cui si muovono le sentinelle in divisa per meglio controllare ciò che succede all'interno del campo. Gli “alloggi” dei migranti sono tende militari, per cui -per l'ovvia mancanza di brandine che in genere completano questo tipo di sistemazioni- sono costretti a dormire nel fango.

In generale, i controlli di polizia sono asfissianti, specialmente al fine di interdire del tutto qualsiasi intromissione di televisioni e giornalisti, tanto che -ad esempio- non è consentito l'accesso neppure ai volontari a meno che non abbiano una certificazione apposita di un'organizzazione umanitaria internazionale.

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Dopo circa 24 ore di detenzione nel campo di Opatovac, i migranti sono trasportati, con treni e bus gratuiti, lungo due rotte: la principale è a Botovo, al confine con l'Ungheria; quando il flusso è troppo grande una parte viene mandata attraverso la Slovenia nel campo di Bregana da cui chi non richiede asilo in loco verrà spostato in Austria.

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-BOTOVO-

In questa piccola località al confine croato-ungherese si consuma una delle più incredibili contraddizioni della recente questione migranti. I treni e i bus vengono fermati circa 2 km prima del confine, che saranno percorsi a piedi per “fingere” che il trasporto non sia avvenuto ad opera del Governo Croato. Giunti sul confine, la polizia croata fa deviare la folla di migranti attraverso un bosco, dove la polizia ungherese ha tagliato un buco di un paio di metri nel filo spinato (il famoso “muro” ungherese è sul confine con la Serbia). 

La polizia ungherese, per quanto abbia per il momento abbandonato le pratiche di tortura per costringere i migranti a registrarsi, conserva un atteggiamento incredibilmente aggressivo: grida, spintoni e percosse sono all'ordine del giorno mentre i profughi attraversano quello che è -ufficialmente- il confine invalicabile per antonomasia. Giunti dall'altra parte, dopo il consueto cammino per “fingere” che il trasporto non avvenga ad opera del Governo Ungherese, la polizia carica i migranti su bus e treni e li trasporta a Nickelsdorf, al confine con l'Austria (che, ricordiamo, ha ufficialmente chiuso le frontiere la settimana scorsa).

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Sia i migranti giunti in Austria da Bregana, in Slovenia, sia quelli giunti da Botovo attraverso l'Ungheria vengono portati a Graz, dove ci sono tre palazzetti dello sport adibiti a centri di accoglienza.

Qui poco meno del 50% di loro richiede asilo in Austria, la restante parte viene caricata sui treni per la Germania e i paesi Scandinavi.

Come si può capire e come abbiamo già detto, ad oggi il transito dei profughi attraverso i balcani è in un certo qual senso garantito, ma i metodi singolari con cui avviene, la precarietà dell'apertura delle frontiere non permettono di guardare all'attuale situazione con serenità.

Ma cosa spinge gli stati nazionali alla scelta apparentemente insensata di chiudere ufficialmente i confini per poi far transitare illegalmente i migranti attraverso questi? 

Bisogna innanzitutto considerare che in molti di questi paesi sono al Governo partiti di destra nazionalista, eletti con programmi fondamentalmente razzisti e che quindi rispondono al loro elettorato fregiandosi di una linea dura sull'ingresso degli stranieri, che però gli equilibri transnazionali non gli permettono di effettuare pienamente a causa delle pressioni politiche degli stati vicini, costretti a sobbarcarsi la detenzione delle decine di migliaia di profughi al giorno cui è impedito il valico della frontiera.

Inoltre anche quando il motivo non è di “coerenza politica”, molti stati utilizzano la chiusura dei confini come strategia del terrore per far sì che i migranti siano dissuasi dal tentare l'accesso (figuriamoci richiedere l'asilo) nel paese. Si pensi ,ad esempio, che la Danimarca paga i giornali siriani per pubblicare dei falsi articoli su trattamenti terribili che subirebbero i profughi nel paese, cosa che fa sì che la percentuale di richiedenti asilo in Danimarca sia enormemente minore rispetto agli altri stati scandinavi e mitteleuropei.

Infine non è trascurabile il fatto che la grande imprenditoria, di cui i governi nazionali fanno storicamente gli interessi, beneficia della disponibilità di un grosso bacino di manodopera clandestina arruolabile a prezzi ridicoli, bypassando le politiche di minimo salariale che sono invece imposte per i cittadini e i migranti regolarmente registrati, pertanto se già i flussi migratori in entrata rappresentano una risorsa economica importante per un paese, quando questi sono illegali e più facilmente sfruttabili lo sono a maggior ragione.

Il ruolo dell’Europa in questa vicenda è tra i più inquietanti: già l’idea di discriminare, utilizzando il concetto –assolutamente non esauriente e a doppio taglio- di “diritto d’asilo”, i migranti in fuga dalla guerra e quelli in fuga dalla miseria (guerre e miseria molto spesso causate o inasprite da interessi e interventi economici degli stati occidentali) ci sembra assolutamente arbitrario e fuori luogo; in più, però, anche coloro che accedono, per l’Europa, allo status di “rifugiati internazionali” sono costretti a rischiare la vita intraprendendo un lunghissimo viaggio per mare e per terra tentando di raggiungere la propria destinazione, vedendo sostanzialmente violati tutti quei diritti umani di cui l’Unione Europea ama raccontarsi come custode.

La delicatezza della situazione descritta, unitamente al volume immenso del flusso migratorio ci mette davanti a tutta una serie di problematiche quando, da attivisti, proviamo ad interrogarci sul miglior metodo d'azione relativamente alla cosiddetta “crisi migranti”. Da una parte il semplice esercizio della solidarietà, l'apporto di aiuti umanitari nei luoghi caldi della rotta balcanica, che già sarebbe a rischio “palliativo” se non fosse accompagnato da un'azione politica decisa volta ad una trasformazione radicale delle politiche europee vigenti,  risulta giocoforza deficitario quando bisogna far fronte alle quasi 20’000 persone in ingresso ogni giorno.

D'altro canto la peculiarità degli equilibri in campo ai confini rende pericolosa qualsiasi azione forte finalizzata a portare l'attenzione dell'opinione pubblica sull'ingiustizia profonda di leggi che non permettono a donne e uomini di spostarsi liberamente sul suolo europeo e più in generale sul pianeta, poiché portare violentemente a galla le contraddizioni rischierebbe di dare un pretesto ai governi nazionali per un nuovo irrigidimento dei blocchi ai confini.

Quello che è certo è che non si può restare a guardare. È necessario agire collettivamente per muovere un passo importante in direzione di un’Europa alternativa, accogliente, che faccia sue le rivendicazioni di libertà di movimento, d'apertura totale ed incondizionata dei confini e conseguente abolizione del reato di clandestinità, che abbatta i muri del razzismo e delle discriminazioni, che si doti di un welfare esteso e trasversale, poiché solo a queste condizioni è possibile fermare una volta per tutte i soprusi e le ingiustizie che vanno in scena ogni giorno ai margini dell'UE.

Abbiamo dimostrato com’è semplice attivarsi, nel piccolo, per fare qualcosa quanto più possibile concreto per dimostrare la vicinanza con le nostre sorelle e i nostri fratelli migranti, ora è necessaria, specie in vista del nuovo trattato europeo sulla migrazione, che potrebbe portare in campania la creazione di hotspot e hub chiusi, veri e propri campi di detenzione, la costruzione nella nostra Napoli di una rete di solidarietà permanente, concreta, che sappia dimostrare in ogni momento che qui da noi i profughi sono e saranno sempre i benvenuti, che sappia muovere interventi politici volti alla trasformazione dell’esistente, che sappia restituire quei valori di umanità che crediamo cifra caratteristica della città in cui viviamo, da sempre sede di migrazioni attive e passive, da sempre inclusiva e accogliente.

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