Lettera dal carcere, 7 gennaio

Reclamare l’indipendenza e la sovranità di tutti e ognuno

13 / 1 / 2010

Copenhagen, 7 gennaio 2010.

Ciò che è accaduto a Copenhagen durante il COP15 e, in seguito, nelle prigioni e nelle aule di tribunale richiede una riflessione puntuale. Il punto non è se io, o molti altri, sia più o meno colpevole dell’accusa formale (cosa che non è),  ma di cosa sono realmente colpevole, se di colpa si tratta. Nelle parole del P.M, che ha chiesto e ottenuto la mia carcerazione, il pericolo grave era che io continuassi a partecipare a “disordini”, come ammettevo di aver già fatto; con ciò ella si riferiva non ai “riots” ma ad una manifestazione di 150.000 persone perfettamente legale, legittima e pacifica. Gli unici disordini li aveva in effetti creati la polizia, arrestando di punto in bianco centinaia di persone, tutte poi rilasciate nelle ore successive senza alcun reato fosse loro contestato. La foto di centinaia di persone ammanettate, sedute a terra in lunghe file, ognuna fra le gambe divaricate della precedente è ormai famosa e meriterebbe il titolo di “ Pechinhagen”. Una declinazione peculiare, quindi, del concetto di “disordine” che è la necessaria conseguenza del suo opposto: l’ordine sociale inteso come assenza di ogni manifestazione non mediata –  tanto peggio se collettiva – di passione, cittadinanza, volontà, immaginario e, non sia mai, di sovranità. In una contemporaneità la cui cifra è l’assenso quanto più possibile passivo (a cominciare dal meccanismo elettorale in Italia, ad esempio) il dissenso attivo, fantasioso, autorganizzato e soprattutto intelligente e giusto è quanto di più insopportabile si possa presentare di fronte ad una governance globale incapace di trovare un accordo 8 almeno) di facciata che sia vagamente presentabile senza offendere l’intelligenza meno attenta. Un' insopportabile anomalia contro cui si scatenare una guerra nella quale ogni corpo trovato in strada poteva essere preso come ostaggio. E’ difficile spiegare altrimenti quasi duemila arresti senza che fosse accaduto o stesse per accadere nulla degno di una tanta gargantesca misura. Esperti di psicologia danese insistono nel timore della autorità di perdere il controllo come avvenne in occasione del sgombero del centro sociale Ungdomshuset. Ebbene, la volontà di controllo che sconfina nella ossessione, è esattamente ciò che di cui parlano. Non saprei esprimerlo meglio delle parole semplici che ho usato in una filastrocca un po’ scherzosa per spiegare a mia figlia cos’è il carcere e perché il suo papà e moti altri, ci stanno rinchiusi:“ […] e c’è una specie di marziano che della parte è il guardiano  […] Non mi toglie mai gli occhi di dosso e vorrebbe  che per ridere gli si chiedesse “posso?” […] Si vendicano mettendoci in prigione, forse sperando di portarci a guarigionedi quelle che considerano una tremenda malattia, perché sanno che si rischia una folgorante pandemia, è tipica dell’uomo, si pensa che lo sguardo è sempre nell’ariaè l’andare in direzione ostinata e contrariaessere felici abbracciati a tanti amici difendendo la dignità ogni giornoinsieme a chi ti sta intorno […] non è vero che ha per forza ragione chi ti manda dritto in prigione e pur sempre esser meno violenta una rivolta piuttosto che l’obbedienza a chi ti strozzatutta la vita, ma un po’ alla volta. Il controllo, si diceva, l’occasione per il quale non si ferma in Danimarca. Il marcio travalica i confini. Non è difficile ricordare che in Italia, a febbraio, tre attivisti monfalconesi vengono arrestati e detenuti per quindici giorni sua base di una “plot” ridicolo che ha poi portato all’accusa di abuso di potere chi lo ha disegnato. Nell’ordinanza di custodia cautelare si leggeva in particolar per uno di essi, per cui nemmeno quel “plot” indegno funzionava, che la necessità della stessa risiedeva nel suo “essere insofferente ad ogni controllo”. Un motivo sufficiente per andare in galera, evidentemente. A luglio una decina di studenti dell’onda vengono arrestati e tradotti in carcere a seguito di presenti “fatti” accaduti durante il corteo dell’onda al G8 universitario di Torino. Nella lettera dell’ordinanza di custodia cautelare tali fatti, nella cornice di un confronto ruvido con la polizia, ammontavano a “spostamento di cassonetti delle immondizie” e in un  caso a null’altro che alla semplice presenza. Si tratta dichiaratamente di una sorta di crimine ontologico. Esisti in quanto dissenti, quindi vai in galera. Se poi organizziamo analiticamente il merito di quest’ultima situazione, ovvero i documenti prodotti dai vari “G8 – Università”, figli ed eredi del documento 2006 del 48 di S. Pietroburgo  e li inseriamo nella cornice del dibattito sui cambiamenti climatici e l’energia, è facile accorgersi di quanto agile ed acuta sia l’intelligenza dei movimenti. Da quei documenti si evince come la riforma globale dell’università mira  -  fra l’altro – a rafforzare il controllo sullo sviluppo delle tecnologie e sull’accesso al core della conoscenza. Sia mediante il “sequestro” dei saperi dietro la barricata del copyright (….non esistono solo le barricate nelle strade, prima ne vengono delle altre…), sia mediante la loro securizzazione in grossi ma totalmente controllati dal privato nella loro razionalità e con la creazione di “canali di trasferimento veloce” dai “laboratori al mercato”. Non è difficile accorgersi che nel quadro della crisi energetica che viene il potere risiederà sempre nella creazione di un nuovo paradigma tecnologico in grado di assicurare lo stesso margine di profitto di quello attuale, basato sugli idrocarburi; e nel controllo della tecnologia, ovvero della produzione di energie. Lo scenario esattamente opposto a quanto centinaia di migliaia di persone hanno reclamato per le strade di Copenhagen, di quanto milioni di uomini e donne reclamano con sempre maggiore forza e sempre più “insofferenti ad ogni controllo”, tanto più quando tale controllo pretende di assoggettare la vita di una intera biosfera alle ragioni del profitto. E’ sempre più in atto, quindi, una contrapposizione fra l’ossessione del controllo da parte della governance globale, che accoglie le ragioni del capitale e l’irriducibile desiderio di indipendenza da esso degli esseri umani (e, ormai, della Biosfera). Una contrapposizione che determina per la governance la necessità di spiegare una sempre maggiore violenza. Come abbiamo visto a Copenhagen. Mi permetto, infatti, da dietro le sbarre, di ritenere che arrestare migliaia di persone senza motivo, disporre dei corpi liberi, trasformare una città in una enorme trappola e rubare settimane o mesi di vita sulla base di teoremi assurdi che nemmeno hanno più necessità di una qualche “prova” per quanto traballante, ebbene mi permetto di ritenere che questa sia una mostruosa violenza. Meno intensa della devastazione di intere aree del pianeta, delle guerre per le risorse o l’acqua, meno schifosa dell’indifferenza con cui i potenti guardano ai prossimi milioni di rifugiati “ climatici”, certamente. Ma pur sempre violenza, di proporzioni colossali e che non promette di avere limiti. Di fronte a questo, se io abbia o meno lanciato due bottigliette nella rivolta di un momento mi sembrerebbe piuttosto irrilevante, se non fosse che non l’ho fatto e che questo fa sembrare rilevante un’altra cosa: che inventarsi crimini e criminali per giustificare un apparato repressivo eccezionale sia un costo “accettabile”. Anche questa una scelta violenta di fronte alla quale due bottiglie sembrano una burla e tuttavia risolverebbe, in sé, la situazione. E’ per questo che in migliaia abbiamo scelto la disobbedienza civile di massa, con i nostri corpi e i nostri volti. Per reclamare l’indipendenza e la sovranità di tutti e ognuno.

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