“Reddito e cura”: non ci sono ricette pronte, ma un orizzonte da costruire

28 / 10 / 2020

Chi sta dietro le piazze? Per come l’abbiamo sentita formulare in questi giorni, è una domanda che puzza di polizia e di privilegio. Molto spesso retorica, chi la pronuncia solitamente ha già una risposta: i fascisti, i camorristi, gli ultras e i centri sociali.

L’immediata condanna di queste manifestazioni lascia drammaticamente trasparire il terrore del caos (sebbene alle sue prime avvisaglie) e un inconscio desiderio di ordine costituito, magari osteggiato a parole, ma pur sempre garante di uno stile di vita e di un potere d’acquisto accettabili.

Questo non è per dire che al rifiuto ideologico vada contrapposta un’esaltazione altrettanto ideologica. Anzi, capire è importante, ma capire non è un’azione neutra, farlo dalla parte dell’inchiesta militante, significa stare nelle piazze di questi giorni e solo dopo, magari, proporre una riflessione sulla partecipazione, sulla composizione dei cortei, sul livello di organizzazione e spontaneismo, e così via.

Soprattutto, per noi, capire non significa individuare i mandanti, circoscrivere un fenomeno,  piuttosto significa comprendere come l’inasprimento del conflitto sociale dentro la crisi che attraversiamo, possa configurarsi come terreno di avanzamento delle istanze di emancipazione. Compito tutt’altro che semplice, ma che ha la necessità di cogliere la dimensione non episodica di questi fenomeni, la capacità di evolversi (o involversi), di seguire l’espressione più o meno nitida del tessuto produttivo in cui sono immersi. Un tessuto che non è mai omogeneo su scala nazionale, né tra grandi e piccoli agglomerati urbani delle aree regionali.

A differenza dei grandi centri metropolitani, a Nord-Est sembra emerge un tratto molto chiaro, non solo nelle piazze convocate in questa settimana, ma in tutto il dibattito pubblico che ha accompagnato le misure che governo e enti locali stanno prendendo in questa gestione – se vogliamo ancora più emergenziale – della cosiddetta “seconda ondata”. Complice una narrazione mediatica piuttosto piatta e la pressione lobbistica delle associazioni di categoria, da queste parti sembrano essere egemoni istanze legate all’individualismo proprietario, tipico di quella micro-imprenditoria arricchitasi grazie alla turistificazione e alla gentrificazione dei centri storici.

Usiamo un verbo copulativo, perché in questa fase la nettezza genera un catalogo di semplificazioni che chiudono le possibilità di immaginazione politica. È doveroso non lasciare il monopolio alle espressioni che leggono in questa crisi solo la paura di perdere il privilegio o il benessere corporativo. Ciò non significa accodarsi acriticamente per paura di “rimanere fuori” o, ingenuamente, cercare di mettersi all’avanguardia, speranzosi che le masse seguano.

In questa crisi che si è aperta, sistemica perché delinea un insieme di contraddizioni che si stanno intrecciando, dobbiamo cercare spazi e aprire varchi. Senza illudersi che l’inasprimento del disagio sociale sposi questo o quell’altro programma, bisogna essere in grado di veicolare quelle istanze sociali che abbiamo intercettato in questi mesi, con le attività di mutualismo fatte a partire dai nostri spazi sociali, con il sostegno alle vertenze dei segmenti più colpiti dagli effetti della pandemia, come il mondo dello spettacolo e della cultura. Bisogna immaginare, tessere, sedimentare alleanze tra “subalterni”, soprattutto in una fase in cui i processi di impoverimento agiscono velocemente in una pluralità di direzioni.

Occorre, inoltre, porre all’attenzione di tutt*, soprattutto di chi soffre davvero la crisi in atto, alcuni elementi. In primis, la necessità di tenere assieme reddito e cura. La riduzione della salute pubblica a un fatto di comportamento privato, la delazione del vicino di casa, la caccia all’untore (i giovani d’estate, i vecchi d’inverno), l’isolamento complesso di chi già sopporta un disagio psicologico, la convivenza forzata con mariti violenti, la colpevolizzazione di chi una casa non ce l’ha, sono la faccia oscura del buon senso sanitario. Posture amplificate dall’assenza di una sanità pubblica all’altezza, smantellata da decenni di privatizzazione e resa disumana dalla sua aziendalizzazione.

La classe politica in carica è corresponsabile di questo disastro e colpevole di non avere con decisione cambiato rotta nei mesi estivi. Per questo la nostra iniziativa politica deve essere tutt’altro che negazionista, deve apertamente contrastare chi antepone il profitto alla salute, deve essere in grado di prendersi cura di sé e deve pretendere la ricostruzione della capacità di cura del sistema, compromessa dalla ricetta neoliberista. Misure meno drastiche e autoritarie sono possibili se la sanità pubblica sarà in grado di prevenire e curare con maggiore efficacia. L’antinomia salute-lavoro rischia qui di riprodursi come nel caso dell’ILVA di Taranto o delle Grandi Navi a Venezia, tanto a ricordarci che anche la pandemia in corso è il frutto di un certo regime ecologico, tagliato a misura di sfruttamento e di una perenne devastazione ambientale.

Secondo aspetto fondamentale. La richiesta di tornare a lavorare è in questi giorni qualcosa che va oltre le retoriche lavoriste che da sempre hanno accompagnato le culture politiche di destra e di sinistra. E va oltre anche i moniti di Bonomi, che indicano al governo di chiudere qualsiasi strada ai sussidi economici chiedendo di fatto di monetizzare il rischio sanitario, nuova frontiera del produttivismo ai tempi della pandemia. Le richieste di “non chiudere” che – sebbene in forme diverse – sono emerse nelle piazze degli ultimi giorni sono liquide, a tratti legittime e rappresentano in forma plastica quell’angoscia di sopravvivenza molto meglio di quanto lo stiano facendoindicatori economici e di borsa.

Allo stesso tempo non bisogna cadere nella trappola della dicotomia tra salario e reddito, ma ambire a un discorso complessivo sulla redistribuzione della ricchezza, che parta innanzitutto dalla richiesta di un reddito di base incondizionato per tutt*, dai lavoratori della cultura e della ristorazione agli operai e i lavoratori in nero, disoccupati ed esclusi. Un reddito che permetta materialmente di non lavorare, se significa farlo a discapito della propria e altrui salute, di non tornare alle inaccettabili condizioni di sfruttamento in cui eravamo intrappolati prima della pandemia. Un reddito che - assieme alla mobilità, alla sanità e all’istruzione - sia la colonna portante di un nuovo Welfare, che è sempre più il terreno di una battaglia capace di segnare la rottura della “normalità” neoliberale.

Per concludere, l’Internazionale situazionista, nel 1965, commentò le rivolte afroamericane di Watts come un avvenuto rovesciamento della logica dello spettacolo capitalista, il saccheggio come una sovversione per inflazione del feticismo della merce. Se la merce è un falso desiderio, prendersela e basta, significa non riconoscere il modello di vita gerarchizzato ed alienato che è la premessa all’acquisto e che, per molti, è di fatto irraggiungibile. I giovani afroamericani di Los Angeles di quarant’anni fa sono uguali ai proletari di Torino del 2020? Certamente no, ma la merce sottratta, la vetrina distrutta non possono essere derubricati ad intemperanza, sono atti politici in sé (lo diciamo senza alcuna estetizzazione nichilista del gesto), chi non li riconosce in quanto tali, forse, semplicemente, ha perso di vista la povertà e ripone ancora fiducia in un sistema che non è più in grado di trasmetterla ad una fetta consistente della nostra società. Non ci si indigni per una vetrina di Dior o di Gucci, è un piccolo prezzo da pagare per queste maison che hanno trasformato femminismo, vita di strada e protesta sociale in ingredienti di marketing.

Allora dobbiamo pretendere che si trovino le risorse, che si attacchino i grandi patrimoni, che si rompa il tetto del debito.

Perché la rabbia sia degna, noi scegliamo di stare in piazza con queste parole chiave: reddito e cura. Le uniche, oggi, a poter fare davvero la differenza.

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