Reddito e prospettive: miseria del presente, ricchezza del possibile.

13 / 3 / 2019

La scorsa settimana ci siamo soffermati sul significato del lavoro al Sud, e in particolare sulla portata del rifiuto dello sfruttamento. Ora, a meno di una settimana dal via per le richieste per il Reddito di cittadinanza (RdC), sembra opportuno richiamare quello che è il sentimento diffuso rispetto appunto alla questione del “reddito”. Non c’è bisogno di ripeterci di cosa stiamo parlando, ma di ascoltare e registrare quale reddito vuole il Sud.

Nei mesi passati, su molte testate, abbiamo letto (con rabbia e disgusto) divertiti commenti sulle file agli uffici anagrafe, alternati a sofisticati interventi sui palcoscenici televisivi. Il refrain, sempre lo stesso: questi meridionali che non vogliono fare niente. Un climax, tutto classista e colonialista, di fannulloni, divani e file.

Lavoro, reddito, vita

Ciò che nessuno, nelle “mirabili analisi” sul sud, ha menzionato è l’analisi del lavoro, delle opportunità di lavoro. Tutti hanno puntato il dito sulla disponibilità all’occupabilità, senza chiedersi se, in molte zone, tale disponibilità potesse essere tradotta in effettiva occupazione. E, soprattutto, di che qualità di occupazione si potesse trattare. Niente, non ce la fanno proprio a non parlare nei termini sviluppisti: eppure gli anni ‘60, pare, siano passati da mezzo secolo.

Tuttavia, in questa foresta di servizi televisivi e articoli di cronaca tendenziosi, c’è un piccolo faro che ha fatto luce sulla reale situazione. Infatti, Presa diretta - nella puntata del 4 febbraio - sollevò il velo di Maya, svelando quella che è la realtà: fondi REI arrivati in ritardo, appalti a privati per l’impiego di assistenti sociali, investimenti sul welfare ben sotto la media nazionale. Per non parlare del caso di Reggio Calabria, al centro della trasmissione televisiva, dove è stato esplicitamente richiesto lavoro gratuito agli assistenti sociali. Da questa puntata è emerso un dato importante, quanto quasi banale: non c’è lavoro, “mission impossible” trovarne per tutti dice Giuseppe Gullace, il responsabile del Centro per l’impiego di Locri.

È da questo dato, semplice ma fondamentale, che la riflessione deve partire. Infatti, coscienti del forte stato di disoccupazione e dell’ingente uso di forza-lavoro a nero e/o gratuita, non possiamo non dirci che il reddito rappresenti un’opportunità. Intanto, parliamo di opportunità di vivere dignitosamente, laddove il lavoro non c’è o (qualora ci sia) è mal retribuito, se non a nero. Dopodiché, se vogliamo guardare complessivamente lo stato dell’arte del Meridione, ci rendiamo conto di come il reddito possa essere un’opportunità di sviluppo di micro-economie (già progettate e partite in alcuni casi, come quello citato la scorsa settimana del modello Riace).

Un reddito di base più un’integrazione al reddito

Ora, ciò che il Reddito di cittadinanza proposto dal governo sembra far scomparire è quella (seppur flebile) distinzione tra il reddito di base e il sostegno (o integrazione) al reddito. Da un lato, infatti, parliamo di un dispositivo che permette a tutti di vivere al di sopra della soglia di povertà - la quale, una volta livellata, tende progressivamente ad alzarsi. Quindi, il reddito di base è, su scala macroscopica, anche strumento di intervento sul benessere complessivo, e non solo individuale. Dall’altro lato, poi, parliamo di un dispositivo che va a integrare i redditi di chi già lavora, ma vive in stato di povertà relativa - alzando, di contro, anche la soglia di quest’ultima. Dunque, riassumendo in una frase, i livelli di povertà assoluta e povertà relativa si alzerebbero migliorando progressivamente la vita di chi non arriva a fine mese o stenta ad arrivarci. E farebbe emergere dallo stato di invisibilità chi vive di lavori precari, intermittenti, senza assicurazione o contratto - chi, insomma, sopravvive senza diritti.

Questa operazione significherebbe anche fornire a questi ultimi una maggiore forza contrattuale, opponendo a proposte di lavoro a nero o sottopagato la possibilità di poter sopravvivere con un reddito di base. Cioè, il reddito porterebbe i padroni ad alzare i livelli di retribuzione dei contratti e diverrebbe, di conseguenza, strumento di autodifesa in casi di sfruttamento. E, infatti, la risposta al RdC da parte di Confindustria non si è fatta attendere: ricordiamo bene quando gridò allo scandalo - sia mai che ci si scoraggi ad accettare lavori sottopagati! Parliamo, infatti, del 28,9% dei residenti in Italia nel 2017 (dati ISTAT) a rischio povertà o esclusione sociale: si tratta del 44,4% nel Sud, del 16,1% nel Nord-est e del 20,7% nel Nord-ovest, mentre del 25,3% nel Centro.

Quanto abbiamo appena scritto sottolinea l’importanza, strategica e vitale, di un reddito di base al Sud. Tuttavia, come accennavamo poco sopra, il RdC appiattisce due dimensioni che dovrebbero essere ben separate. Infatti, e qui sta l’autogol del governo, poiché in molti territori - soprattutto meridionali, ma non esclusivamente - il reddito non potrà funzionare da dispositivo di messa al lavoro, il RdC tenderà ad essere di base. Ed è proprio ciò che ci si auspica avvenga. Se globalmente reddito significa liberazione dal lavoro sfruttato e autodeterminazione, a Sud esso diventa veicolo materiale di uscita dallo stato di passività che il colonialismo interno ha continuato ad alimentare attraverso le figure della famiglia e del clientelismo.

L’ultima parola non è ancora detta, il possibile rimane aperto. Non ci rimane che aspettare e vedere cosa produrrà questa manovra. Di certo, le possibilità di un suo uso conflittuale e a sinistra ci sono tutti. Saranno i giorni, forse i mesi, e le pratiche nei diversi territori che sapranno rispondere alla reale portata meridionale del RdC. Di certo, noi abbiamo qui solo sottolineato quel che potrebbe diventare, ma più non possiamo dire.

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