Reggio Emilia - 62 Denunce e decreti penali di condanna per il movimento di Reggio Emilia

Conferenza stampa in risposta ai recenti provvedimenti presi per le mobilitazioni del 2009/2010

5 / 10 / 2013

47 Decreti Penali di Condanna e 62 denunce sono i provvedimenti assunti dalla magistratura in questi giorni, relativi alle intense battaglie che centri sociali, collettivi, associazioni e singoli cittadini hanno agito a cavallo del biennio 2009/2010.
Trentanove denunce riguardano la grande giornata di mobilitazione del 18 aprile 2009 in cui in tante e tanti ruppero gli assurdi divieti di manifestare imposti dal Sindaco Delrio (oggi ministro) e dal prefetto, in applicazione delle direttive del “pacchetto sicurezza” dell’allora ministro dell’interno Maroni. Quarantasette i decreti penali di condanna, con pena sospesa di circa 23.000 euro ciascuno, relativi  al corteo spontaneo partito dal laboratorio sociale Aq16, in risposta all’attacco notturno che i militanti di CasaPound con pietre e bottiglie avevano mosso allo spazio autogestito, che coinvolse un centinaio di persone le quali assediarono la sede dell’associazione  fascista con lancio di letame, tenendola chiusa per un intero pomeriggio. A queste si aggiungono ventidue denunce già impugnate e con processo in arrivo, per le manifestazioni studentesche contro il caro trasporti e contro le riforme dell’allora ministro Gelmini, ed  il processo, ormai prossimo, per la manifestazione studentesca del 9 novembre 2007, giornata di mobilitazione nazionale “control breakers”  promossa per la riappropriazione degli spazi scolastici e della disobbedienza ai dispositivi di controllo imposti dal caro vita studentesco, per la quale furono denunciate a Reggio Emilia dieci persone per manifestazione non autorizzata e un’altra per danneggiamento delle obliteratrici degli autobus per avervi apposto un sigillo.
La misura di questi provvedimenti lascia emergere la tendenza, sempre più frequente e propria di un sistema politico in crisi, ad utilizzare arbitrariamente il codice penale come mezzo di deterrenza e opposizione alle istanze sociali. Potrebbero essere molteplici i casi che definiscono gli espedienti tramite i quali la violazione di una norma viene strumentalmente imputata a coloro che agiscono l’imprescindibile esercizio dei propri diritti nei movimenti e nel lavoro quotidiano di tutti i giorni, espedienti in parte previsti dal codice penale stesso, che meriterebbero un ulteriore approfondimento rispetto a quelli che sono i limiti della dimensione della legalità ed i suoi confini.
I casi specifici affrontati nel corso della conferenza stampa evidenziano buona parte di questi limiti e la contraddizione tra giustezza della pratica politica agita nelle piazze e l’utilizzo dei dispositivi in mano alla giustizia per opporvisi.
La dimensione legale, politica e sociale in cui le mobilitazioni contestate sono maturate è quella di un’insieme di decreti previsti nel noto “pacchetto sicurezza” agito tramite i respingimenti in mare dei migranti, che hanno portato alla morte di centinaia di migliaia di persone o alla loro arbitraria detenzione in carceri speciali (che proprio nello stesso periodo cambiano nome da Centri di Permanenza Temporanea a Centri di Identificazione ed Espulsione), tramite ordinanze tese a restringere i confini della socialità e dell’agibilità politica cittadina, soprattutto di chi non è rappresentato o rappresentabile da nessuno.
 E’ la stessa dimensione che legittima e concede spazi ad organizzazioni populiste di estrema destra, razziste e omofobe, che si rendono responsabili di costanti e violente aggressioni, di cui forse la più nota è la strage del mercato di Firenze del dicembre 2011 in cui tre uomini sono stati uccisi da un militante di CasaPound prima che si togliesse la vita, ed è la stessa in cui matura il piano di privatizzazione e dismissione di scuola e università.
Il dato politico che emerge da questi provvedimenti, è il tentativo di disinnescare in qualche modo un processo di maturazione e di crescita delle esperienze di movimento a Reggio Emilia.
Dopo l’atto di disobbedienza all’ordinanza che impediva il corso dei cortei in centro storico, e le mobilitazioni che a quella data giornata sono seguite, il divieto è stato ritirato e nel corso degli anni successivi le piazze sono state agite con molta più frequenza ed in molte forme diverse, sia dal punto di vista politico dei movimenti che culturale, accrescendo la dimensione cittadina sia qualitativamente che quantitativamente di esperienze autonome e comuni.

Allo stesso modo la risposta della cittadinanza alle aggressioni notturne di CasaPound ai danni del centro sociale Aq16, ha portato allo sviluppo di una campagna cittadina per l’interdizione all’associazione romana dalle piazze e dai luoghi pubblici e dei contenuti omofobi e xenofobi promossi dalla stessa (simbolicamente restituiti in quel primo momento del 2009), che ha coinvolto venti consigli comunali, compreso lo stesso del capoluogo e la provincia nella sottoscrizione del provvedimento.

Indipendentemente da quella che è la difesa legale e il corso giuridico dei provvedimenti presi diventa imprescindibile non arrestare il processo messo in campo dai movimenti in città, tramite l’esercizio dal basso dei propri diritti ed un costante lavoro quotidiano nelle piazze, in particolar modo in un momento storico in cui la dimensione legale delle istituzioni di governance è sempre più lontana dalla dimensione legittima della democrazia.

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