Remember, remember the 16th of November

di Andrea Salvo Rossi, Mezzocannone Occupato

27 / 10 / 2013

Il 16 Novembre succedono molte cose.

Succede che a Susa ci si rimetterà ancora una volta in cammino contro lo scempio della Tav. Ancora una volta dopo il grande corteo nazionale del 19 ottobre, che ha avuto il senso che ha avuto anche e soprattutto perché i movimenti territoriali di lotta hanno scelto di condividere una giornata complessiva, da Niscemi alla Valle, di opposizione alle grandi opere inutili imposte su tutto il territorio nazionale.

Succede che a Pisa un corteo cittadino proverà ad opporsi allo sgombero vergognoso dell'Ex-Colorificio, una delle esperienze di autorecupero ed autogestione più interessanti che si sono prodotte in seno a quel movimento che dura ormai da due anni e che abbiamo definito ciclo delle "nuove occupazioni": nuove occupazioni che si inseriscono nella storia quarantennale dei centri sociali italiani, ma che declinano - nella crisi - un modo nuovo di concepire la pratica dell'occupazione. Occupazioni nelle quali è centrale il tema dell'autoproduzione, in cui è centrale il tema dell'incontro (cioè dell'entrare in relazione con esperienze, linguaggi, saperi, pratiche che non erano previste dalla propria identità di partenza). Occupazioni che - abbiamo detto - abbattono muri fisici e simbolici per ricreare spazi di socialità, di lavoro non sfruttato (tutto il tema del co-working e dell'autoreddito), sperimentazione artistica e culturale. Occupazioni in cui la gestione degli spazi liberati è conflittuale in sé, e non solo in quanto diventa serbatoio di militanti complessivi.

In cui il mutualismo diventa la capacità di sottrarre i soggetti dalla temporalità accelerata, competitiva, paranoica e precaria imposta dalla crisi alle nostre vite. In cui ricostruire una dimensione collettiva che problematizzi le condizioni materiali d'esistenza dei singoli: perché da soli la povertà, l'assenza di prospettive, la solitudine sembrano condizioni normali, sembrano l'unico orizzonte possibile in cui immergersi, mentre invece la capacità di una comunità resistente è sempre quella di immaginare mondi altri, altre forme di vita, disautomatizzando l'idea che la vita misera che viviamo sia l'unica che può toccarci in sorte, disautomatizzando ogni fatalismo che ci impone di pensare che non esistono alternative.

Succede che a Napoli la miriade di comitati che lottano contro la devastazione ambientale tra Napoli e Caserta si danno appuntamento per provare a connettere le proprie esperienze, i propri percorsi di mobilitazione in un percorso complessivo contro il biocidio, cioè contro il fatto che i veleni, gli sversamenti, i roghi, gli inceneritori, le discariche abusive e quelle legali, gli scarichi industriali hanno trasformato la regione Campania in quello che è stato definito il più grande laboratorio di cancerogenesi a cielo aperto: un luogo, cioè, in cui nascono malattie nuove diffondendosi ad una velocità doppia o tripla rispetto a quella nazionale. Si danno appuntamento dopo due mesi di mobilitazioni diffuse sui territori, due mesi di cortei, di occupazioni, di iniziative, di dibattiti, di interventi nelle scuole, nelle università per riprendersi le strade, invadere una piazza e magari tenersela, per provare a dire che non c'è più niente da aspettare. Che non ci sono da aspettare leggi speciali, militarizzazioni, magari il commissariamento e la protezione civile, ma che invece va pensato DA SUBITO un piano di bonifiche e di gestione dei rifiuti che dia garanzie a chi fin'ora ha pagato e che non diventi l'ennesimo business per le solite lobby criminali che da anni si arricchiscono, prima con l'affare discariche, poi con l'incenerimento e che ora già annusano i milioni che arriveranno per le bonifiche.

Ad oggi questa convergenza tra tre date così diverse e così importanti resta un caso molto suggestivo. Ma, da bravi lettori di Machiavelli, sappiamo che il caso è proprio quel luogo che la virtù deve aggredire per trasformarlo in occasione: occasione di trasformazione, di irruzione del nuovo e dell'imprevisto nella storia, in una parola, di tumulto.

Ebbene, che occasione abbiamo qui? Quale è il filo conduttore di esperienze così diverse, diverse per storia, per radicamento, per relazioni, per le pratiche messe in campo? Il tema che tiene insieme Pisa, la Campania, Susa, è quello del diritto alla decisione: quello che è in gioco è il diritto che le comunità hanno di determinare il tessuto relazionale, produttivo, naturale, sociale, politico dei propri territori. Comunità contro proprietà privata, comunità contro Stato.

Complessivamente, comunità contro l'espropriazione.

Da un lato il diritto delle istituzioni di recintare, dismettere o vendere a privati i propri beni, e il diritto di questi privati di sfruttarli per ottenere profitto. Dall'altro il diritto dei soggetti che animano quei territori di rendere alcune risorse, alcuni beni, alcuni pezzi di mondo inalienabili, indisponibili all'accumulazione e di ripensarne quindi - nella sperimentazione e non con una ricetta, magari giuridica, che risolva ogni caso una volta per tutte - l'accesso, la fruizione, la tutela, lo sviluppo, la destinazione d'uso in maniera comune.

Un saggio una volta disse: tra due diritti uguali decide la forza.

La partita è tutta lì: essere in grado di mettere in campo una forza (una forza fisica, comunicativa, affettiva, di programmazione, di tenuta oltre l'evento, di organizzazione) in grado di affermare il diritto alla decisione delle comunità ribelli contro il diritto alla privatizzazione.

Rispetto a questa sfida il 19 ottobre è stato probabilmente un modello interessante. Il 19 ottobre ha mostrato - nella pratica, non sui libri - la capacità che hanno i soggetti reali che pagano la crisi di dotarsi di meccanismi di autorganizzazione che, con la sola legittimazione che viene dalla partecipazione e la condivisione delle pratiche di piazza, impongono temi e tempi all'agenda politica, costringendo la controparte - se non altro - all'interlocuzione. Questo, senza la mediazione delle grosse strutture di rappresentanza politica o sindacale.

Al di là dei singoli percorsi, tratteniamo di quella giornata questo modello di pratica e di obiettivo: la capacità di imporre una temporalità alla politica che non è quella della governance, dell'austerity e dei diktat che si succedono freneticamente nello spazio europeo e la capacità - rispetto a questa governance - di proporsi come nuove istituzioni di democrazia reale, dal basso che invochino non partecipazione, non consultazioni, non testimonianze popolari, ma diritto alla decisione contro la sovranità del pubblico-statuale, diritto di determinare direttamente la vita della propria comunità, dei propri territori. Diritto di decidere come avverrà, in quelli, la produzione, l'accesso alle risorse, la pianificazione dello sviluppo, tutto.

Che questo riguardi una valle, una fabbrica o un'area metropolitana potrebbe persino diventare secondario, se si mette a fuoco questo modello di autogoverno del comune di cui speriamo sapranno parlarci Napoli, Pisa, di cui da vent'anni ci parlano i No-Tav.

Un modello di autogoverno che non può essere pescato forzosamente nel codice civile o magari stressando l'esegesi costituzionale, ma che ha senso e forza solo in un processo che ci immaginiamo come costituente, e come tale legittimato solo ex post dalla capacità di mettere in campo condivisione di saperi, radicalità delle opzioni e condivisione delle pratiche, e come tale meticcio, capace di incontrare molti senza perderne in chiarezza d'analisi e di proposta, e come tale solo ed eventualmente dopo interessato ai processi di stabilizzazione e normazione, ma intanto bello perché (e solo se) eccedente e moltitudinario.

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