Reprimendum – I pericolosi intrecci tra renzismo, neofascismo e gestione dell'ordine pubblico

10 / 11 / 2016

Negli ultimi giorni sul nostro territorio nazionale sono avvenuti alcuni episodi di particolare rilevanza e gravità, esemplificativi di alcuni processi più ampi relativi alla ridefinizione delle relazioni esistenti tra movimenti antifascisti, neofascismo e istituzioni.

La settimana del ponte dei morti inizia in maniera alquanto inquietante a Nettuno, comune nelle vicinanze di Roma, dove il sindaco pentastellato Angelo Casto non perde occasione di confermare la totale mancanza di coscienza storica del Movimento 5 Stelle, che in questo caso si trasforma in connivenza con le organizzazioni neofasciste locali, e si reca al Campo della Memoria a rendere omaggio ai caduti della R.S.I. Criticato dall’ANPI, l’esponente grillino risponde piccato che tutti i morti vanno commemorati e che, comunque, i militari della R.S.I “non sono mica le SS” (ignorando che fascisti italiani e nazisti tedeschi non sono mai stati così vicini come durante la repubblica sociale italiana).  Per vedere, però, il meglio bisogna aspettare Sabato 5 Novembre quando, mentre a Firenze il partecipato corteo di contestazione alla kermesse renziana alla Leopolda viene caricato con una ferocia inaudita, nel resto d’Italia i peggiori gruppuscoli nazifascisti vengono lasciati scorrazzare liberamente.

A Pavia, infatti, il centro cittadino viene dato “in prestito” ad un corteo composto da neofascisti che, prendendo come pretesto l’anniversario della morte di Emanuele Zilli (militante fascista pavese morto più di quarant’anni fa per un incidente stradale), hanno marciato indisturbati tra croci celtiche e saluti romani. Al contempo, il corteo antifascista nonostante la presenza dell’ANPI e di alcuni rappresentanti delle istituzioni locali è stato caricato violentemente, mandando all’ospedale tre manifestanti. Il comportamento vergognoso delle forze dell’ordine ha spinto la sinistra istituzionale cittadina a chiedere le dimissioni del prefetto e del questore che, nel frattempo, ottiene la solidarietà incondizionata della Lega Nord. Contemporaneamente nel quartiere romano della Magliana Forza Nuova, nonostante il divieto da parte della questura, scende in piazza al grido di “Magliana come Goro”, i manifestanti antifascisti li presenti vengono caricati dalla polizia con lacrimogeni e quant’altro. Da lì, Forza Nuova indisturbata devasta il centro sociale Macchia Rossa che, come se non bastasse, viene poi messo sotto sequestro dalle forze dell’ordine. Lo scenario è da brividi, nonostante questo, con qualche giorno di distanza proviamo a tracciare alcune tendenze messe in evidenza da questi, oltre che da altri fatti.

La crescente agibilità politica dei gruppi neofascisti. Se ce ne fosse ancora bisogno, i fatti appena descritti segnalano come manifestare con simboli esplicitamente legati al nazi-fascismo nei centri cittadini non è più tabù, a prescindere dal colore politico di chi amministra. La legittimazione a volte può essere solo sostanziale, ossia le iniziative dei neofascisti vengono formalmente vietate e nei fatti permesse, altre volte invece viene concessa sia sul piano pratico sia su quello simbolico. In quest’ultimo caso, le iniziative delle nuove frange della destra radicale vengono da una parte permesse da questura e prefettura e dall’altra vedono la partecipazione dei rappresentanti istituzionali della comunità. I processi più ampi che hanno portato a questo dato di fatto sono molteplici e difficili da analizzare in profondità in questa sede, basta comunque ricordarne alcuni. Innanzitutto la responsabilità della politica istituzionale nell’avere sdoganato la peggiore destra neofascista, se negli anni ’90 e nei primi anni duemila questa responsabilità l’aveva avuta soprattutto Berlusconi, adesso lo scettro sembra essere passato al PD che non ha perso occasione di flirtare con questi, stigmatizzando allo stesso tempo i movimenti antifascisti. In secondo luogo, sembra ormai avere trionfato la narrazione della democrazia come sistema autoimmune in cui la libertà di parola e lo spazio politico vengono concessi a chiunque, anche a chi non aderisce palesemente ai suoi valori fondativi. In questa rappresentazione dell’arena politica, razzisti e neofascisti sono benvenuti salvo che non pratichino la violenza organizzata contro chicchessia (ossimoro considerevole). Poi quando questi, dopo avere imperversato nelle piazze-scuole-università, si rendono responsabili direttamente o indirettamente di pestaggi, attacchi incendiari e quant’altro contro i loro nemici reali o immaginari, i responsabili istituzionali di tutto questo arrivano ad una pronta e alquanto comica indignazione. A fare da sfondo a tutto questo, c’è l’immancabile e continuativa simpatia e vicinanza ideologica delle forze dell’ordine verso i neofascisti (palesata ultimamente dal documento del ministero dell’interno di qualche mese fa, inerente l’operato di CasaPound).  

La marginalità dell'ANPI. Da un po’ di tempo a questa parte anche l’ANPI è stata inserita nella lista dei cattivi da parte del governo Renzi. L’associazione in breve tempo è passata dall’essere la massima esponente dell’antifascismo istituzionalizzato a una delle tante associazioni che fanno parte del florido sottobosco antifascista, e grande cruccio delle prefetture. Sicuramente ciò è frutto di un lungo processo post-ideologico caratterizzato da una progressiva perdita di memoria e disinteresse, da parte delle istituzioni, verso quelli che sono i nuovi rigurgiti del nazi-fascismo. Parte della colpa però è ascrivibile alle linee di condotta della stessa Associazione che, soprattutto negli anni passati, l’hanno vista legarsi saldamente alle esperienze governative del centro-sinistra e prendere le distanze con estrema facilità dall’antifascismo militante. Vi è però anche un altro dato importante da rilevare, l’emarginazione che ha colpito l’ANPI ha subito una drastica accelerata dopo che l’Associazione ha osato prendere una posizione netta sul referendum costituzionale, smarcandosi dalla linea governativa. A quel punto sono arrivate prima le manganellate mediatiche, ricorderete le parole della ministra Boschi che distingueva tra “partigiani veri”, che avrebbero votato sì al referendum, e quelli finti che avrebbero votato no. Poi, in più di un’occasione, sono arrivate anche le manganellate vere, quelle della polizia. Fino a quando l’ANPI è rimasta all’interno del recinto istituzionale che le era stato costruito attorno le è stata concessa l’illusione di essere la voce delle istituzioni sul tema dell’antifascismo, ma ora che da quel recinto si è trovata fuori è diventata solamente una delle tante voci del dissenso da silenziare.

Zitti tutti, parla Renzi. Il presidente del consiglio Matteo Renzi in più di un’occasione ha voluto ribadire come l’antifascismo fosse un valore irrinunciabile per la nostra società, peccato che nei fatti abbia spesso dimostrato il contrario. Da almeno un anno a questa parte le proteste messe in piedi dai movimenti vengono sistematicamente represse con l’uso della forza, in un clima di tensione artificiosamente alimentato. Lo dimostrano le cariche a freddo contro i cortei com’è successo a Catania o le numerose piazze negate all’ultimo momento ai manifestanti, ultima quella del 5 novembre a Firenze. Comune denominatore di queste proteste è stato il carattere spiccatamente antigovernativo. Tutte le città vistate da un ministro, piuttosto che dal capo del governo, hanno visto nascere spontanei moti di protesta. Questo evidentemente non è piaciuto a Renzi che in vista del referendum, forse spaventato dai sondaggi, ha deciso di passare alle maniere forti pur di mettere un freno alle proteste. Così, mano libera alla questura, fermi arbitrari, cariche e squadrismo mediatico: ricetta infallibile per reprimere il dissenso. Viene però da chiedersi come queste iniziative siano compatibili con la parvenza di democrazia con cui il premier si riempie la bocca: viene da pensare che Renzi abbia già deciso di dare effettivamente un taglio netto a quella costituzione che prova in parte a difendere – almeno sulla carta - i valori antifascisti, senza voler aspettare l’esito del referendum. Il quadro che ci troviamo davanti sta assumendo dei contorni pericolosi, il ricorso sempre più frequente alla criminalizzazione delle lotte – e all’interventismo in piazza della polizia– non indica altro che la volontà di rendere “inaccettabile” ogni pensiero di contestazione, dal Governo arrivano precisi ordini, ossia quello di tentare di stigmatizzare le lotte, creando un baratro molto profondo, in cui la cosa che emerge con maggior forza è la “normalizzazione” dei mezzi con i quali viene applicata la repressione.

Quanto avvenuto negli ultimi giorni, quindi, non riguarda solamente l'antifascismo in sé e per sé: è chiaro che ad essere toccate in maniera evidente sono la libertà di movimento e di espressione. Queste ultime possono essere riconquistate solamente, con grande sacrificio e difficoltà, attraverso la presa di spazi e diritti un tempo dati per scontati. 

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