Resistenza - La Repubblica di Torriglia

Bisagno, Marzo, Marietta e altri racconti. Storie di una divisione partigiana.

27 / 4 / 2021

Questa storia inizia con un bando di arruolamento.

Chiamata alle armi per i nati nel 1924 e 1925!

In nome del Duce! Ordine del generale Graziani!

Ci vogliono sotto le armi. Si, addestramento in Germania e poi al fronte. 

O a dar la caccia ai ribelli, o ad aiutare i crucchi a caricare gli ebrei sui carri bestiame in stazione.

In ogni caso io la pelle per fargli continuare la loro guerra non la rischio. 

Altri bombardamenti, altra fame, per cosa? Per tornare alla merda di prima?

Ma venissero pure gli americani, gli africani, gli inglesi, i russi, i cinesi, gli esquimesi….

Io ho un'idea. C'è un posto in montagna, cioè di là dalle montagne, nell'alessandrino, La Benedicta, si chiama. Li non ci trovano di sicuro, magari i contadini ci danno da lavorare in cambio del mangiare e arriviamo comodi alla fine della guerra….

75 cadaveri, uno in fila all'altro. 75 ragazzi fucilati, così, in massa.

188 deportati nei lager tedeschi.

Altri 22 li trovano uccisi nei boschi nei giorni successivi o, catturati, finiscono tra i fucilati in altri eccidi.

«Renitenti alla leva».

Il massacro della Benedicta.

La notizia si sparge lungo tutto l'appennino ligure. E i partigiani della banda Cichero (ormai i ribelli del Ramaceto si fanno chiamare così, dal nome del paese più vicino), vedono arrivare sempre più gente. Ragazzi in cerca di un fucile e di un fazzoletto rosso. La garanzia che se c'è da morire almeno non sarà come pecore al macello.

Ci si dà un'organizzazione, ci si suddivide in squadre e distaccamenti. Bisagno comandante, perché quando si spara è sempre in prima fila, si è anche buttato dentro una caserma di brigate nere in mezzo a una sparatoria per riaccendere la miccia ad una bomba artigianale dopo che si era spenta. Marzo prima capo di stato maggiore, poi commissario politico, perché ha la testa sulle spalle e esperienza, perché sa spiegare che qui siam tutti dalla stessa parte. E Stalin? Stalin è una brava persona, fidati, una pasta d'uomo, no, nessuno vuole espropriare i due soldi che i tuoi vecchi tengono sotto il materasso, e compagno piantala di bestemmiare che manco io ci credo ma è maleducazione (questo lo scriverà davvero, nell'ottobre del '44). Bini responsabile della propaganda perché sa scrivere bene, lui è un intellettuale sul serio. Don Gigetto (Giacomo Sborboro) cappellano della banda, perché non può più tornare alla sua parrocchia, i tedeschi han capito che aiutava i partigiani e gli danno la caccia, i fascisti gli han messo 100.000 Lire di taglia sulla testa. E il vescovo che dice? Il vescovo approva, cioè Don Gigetto gli ha scritto e lui ha nominato un sostituto per la sua parrocchia. Un modo da vescovo per dire che accetta il trasferimento a cappellano militare, anzi partigiano. 

«Che nome ti sei scelto?»

«Croce»

«Di che anno sei?»

«Del'15»

«Esperienza militare?»

«Ero carabiniere, poi i tedeschi han cominciato a deportarci perché non si fidavano di noi e sono scappato...»

«Perfetto, prendi quel gruppetto lì e insegnagli come si tiene in mano il fucile, sei il loro comandante di distaccamento finché non ti ammazzano o non ti destituiscono in assemblea».

«Nome di battaglia?»

«Denis»

«Di che anno sei?»

«Del'25»

«Mestiere?»

«Operaio, nei cantieri...al porto...»

«Esperienze politiche?»

«Bhe ogni tanto in cantiere si parlava… ho conosciuto dei comunisti… abbiamo raccolto le armi abbandonate l'8 settembre e poi mi han detto che c'era modo andare in montagna…»

«Bene, farai il vice-commissario politico di distaccamento. Cerca di essere d'esempio per gli altri, ricorda che possono destituirti in assemblea. Intanto ti segno tra gli iscritti al PCI, eh?».

A metà giugno del'44, quelli della Cichero son quasi 400, diventano la III Divisione Garibaldi. Le azioni si fanno sempre più frequenti e grosse: saccheggio di magazzini tedeschi, sabotaggio di strade ed elettrodotti, assalti a presidi fascisti e tedeschi, distruzione di elenchi di bestiame e prodotti agricoli per impedire le confische, liberazione di renitenti alla leva arrestati.

A luglio mettono il comando della divisione nella ex-colonia estiva di Rovegno. I presidi fascisti devono ritirarsi sulla costa. La statale 45, Genova – Piacenza, è dichiarata «intransitabile». I repubblichini e i tedeschi la consideravano una strada sicura, passa in mezzo alle montagne, al sicuro dai bombardieri alleati. Ma ora è controllata dai partigiani.

Sulle montagne non c'è più la legge del Duce, né quella del Re. Conta solo il «Codice» della Cichero. In azione si ubbidisce, ma in assemblea comandanti e commissari devono rispondere delle decisioni prese e possono essere destituiti; chi ha ruoli di responsabilità deve essere l'ultimo a mangiare o a riposarsi e il primo a dare l'esempio; non si ruba ai contadini e non si molestano le donne. 

Come ricorderà il partigiano Denis (Dionigio Marchelli) «venivamo da una concezione, almeno noi qui, cattolica o comunista, con due etiche simili: non si va a ballare, si cerca di essere onesti. Avevamo assimilato una disciplina...».  

I falsi partigiani che taglieggiano la popolazione durano poco. Anche alcuni distaccamenti di una formazione di Giustizia e Libertà un po' troppo “rilassati”, che preferiscono ballare con le ragazze dei paesi invece che combattere vengono disarmati e cacciati dalla zona in malo modo.

Ormai da Torriglia in Liguria a Bobbio in Emilia, a Varzi in Lombardia è territorio liberato, presidiato dalla Cichero e da altre formazioni, garibaldine o di Giustizia e Libertà, in tutta la zona in agosto ci saranno circa 2.000 partigiani, più o meno armati e inquadrati. Ci vivono 150.000 persone. La chiameranno «la Repubblica di Torriglia», in realtà chi amministra i paesi sono una serie di giunte comunali, nominate dai comandi partigiani o elette dai capifamiglia dei paesi.

Si cerca di limitare la speculazione sulla fame della gente: «Se qualcuno venisse per esempio a comprare uova o grano a Bobbio per rivenderlo altrove a un prezzo molto maggiore, i partigiani lo colpiranno». Si scrive sul secondo numero del giornale «Il Partigiano», pubblicato il 12 agosto 1944. 

Perché adesso hanno anche un giornale di quattro pagine. Non si sa come, ma Bini ha messo su una tipografia, una redazione e persino un gruppo di illustratori: tre pittori che disegnano scene di vita alla macchia. Si stampano le canzoni partigiane:

«E noi farem del monte un baluardo

saprem morire e disprezzar la vita:

per noi risorgerà la nuova Italia

con la guerriglia

[…]

Ai nostri morti scaverem la fossa,

sulle rupestri cime sarà posta:

per lor risorgerà la nuova Italia

con la guerriglia».

Il giornale circola tra combattenti e civili, se ne tirano tra le 4.000 e le 6.000 copie.

Sulle sue pagine si dà notizia delle azioni partigiane, dei provvedimenti presi dall'amministrazione civile nei paesi, in qualche caso anche di processi popolari contro gli ufficiali nemici catturati, come il capitano della milizia fascista e podestà di Casalnoceto, Bergadio Alberto, «fucilato a seguito del giudizio della popolazione».

La redazione de «Il Partigiano» è tutta composta da comunisti, ma si ospitano gli scritti di Don Gigetto pubblicati sotto il titolo La parola del cappellano: «La religione non è ostacolo al benessere materiale ed intellettuale nei singoli e nelle masse». Alla fine nelle diverse formazioni della zona ci saranno ben 13 cappellani partigiani, con l'incarico di tenere l'elenco dei morti e dei feriti, oltre che di di celebrare la messa. Anche la brigata Coduri, che si è sviluppata nella zona di Chiavari in parallelo alla Cichero ed è confluita nella divisione, pur avendo una composizione più nettamente operaia, con sia il comandante che il commissario iscritti al PCI, avrà il proprio cappellano: Don Bobbio, fucilato dai fascisti nel gennaio 1945.

Sul giornale si racconta anche delle Brigate Internazionali in Spagna e degli internazionalisti della Cichero, come l'ufficiale dell'Armata Rossa Gregor Acopian, armeno, evaso dalla prigionia tedesca, caduto con il fazzoletto rosso al collo e il mitra in pugno.

«Se la formazione partigiana è l’espressione dell’unità del popolo italiano, dato che ne fanno parte inglesi, russi, polacchi, francesi rappresenta insieme una più vasta unione: quella di tutti i popoli che lottano contro il nazifascismo per la libertà».

Dal Sud, assieme agli ufficiali inglesi e americani, incaricati di coordinare l'invio dei rifornimenti dal cielo, arriva anche la notizia che è stato creato un «nuovo Governo Nazionale in cui sono rappresentati tutti i partiti».

«Ma quindi tutti i partiti antifascisti sono al governo, anche i comunisti?» 

«Si»

«E c'è ancora il Re?»

«Si»

«Ma non è lo stesso Re che con Mussolini teneva in galera gli antifascisti?»

«Compagno, il partito sa, affidati al partito. Per ora abbiamo bisogno dei rifornimenti che ci paracadutano gli americani. Poi si vedrà….».

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Note

Sull'eccidio de la Benedicta

Le repubbliche partigiane. Esperienze di autogoverno democratico a cura di Carlo Vallauri, Roma-Bari: Laterza, 2013.

Le interviste a Croce e a Denis sono online.

Così come i numeri de «Il Partigiano».

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