Resistenza - La storia di Marietta

Bisagno, Marzo, Marietta e altri racconti. Storie di una divisione partigiana.

30 / 4 / 2021

«Nessun compromesso è possibile anche in noi con il passato: solo se sapremo governarci da noi e raggiungere un alto livello di onestà e di solidarietà potremo mantenere sempre la libertà così a caro prezzo ottenuta».

Belle parole pensa Marietta seduta nell'infermeria dell'ex-colonia di Rovegno, ora sede del comando della Cichero. Fuori il cielo di fine agosto promette pioggia. Ripiega la copia de «Il Partigiano» che ha appena scorso.

Parole facili da scrivere, se sei un uomo.

«Nessun compromesso con il passato!», certo e che ci vuole? Basta mettere un fazzoletto rosso al collo di questi ragazzi cresciuti con la camicia nera dei Balilla ed ecco fatto. Ecco gli eroi della nuova Italia!

Eroi, solo al maschile però. Le donne tutt'al più possono essere «la mamma dei partigiani», come ha scritto sul giornale Bini o un altro della redazione parlando di lei. Già, facile palare di Marietta, della donna esemplare, fedele, coerente, coraggiosa. 

La comunista perfetta per i compagni, l'infermiera partigiana per tutti gli altri.

Delle altre no, guai a parlarne o a scrivere, perché se sei donna e sei meno che esemplare sei automaticamente una sgualdrina. Di fatto è quello che ha detto anche Bisagno.

«Io lo dico sempre che nelle formazioni l'unica donna che dovrebbe rimanere è Marietta».

«Credi di farmi un complimento? Guarda che le altre che sono qui rischiano quanto me. Lo sai che il lavoro cospirativo in città lo fanno sopratutto donne? Sono loro che fanno arrivare qui gli ordini, il cibo, le munizioni, i medicinali, sono loro che fanno da staffette anche qui in montagna… Lo sai cosa rischiano?».

E lui è stato zitto, ha balbettato qualcosa ed è filato. Marietta ha pure stima di quel ragazzo con dieci anno meno di lei che è il comandante della divisione. È un po' troppo di chiesa, però la guerra la fa bene, coraggiosissimo. Ma quando si tratta di parlare del ruolo delle donne è un vigliacco come tutti gli altri. 

«L'unica che dovrebbe restare nelle formazioni...». Stupido ragazzetto.

A Marietta vengono i brividi se pensa alle compagne finite alla Casa dello studente, dove i nazisti torturano la gente. 

In primavera erano riusciti a ricostruire i GAP di Genova. Il 15 maggio con una bomba al cinema Odeon, adibito ad uso esclusivo delle truppe d'occupazione, hanno ucciso 5 soldati tedeschi. La rappresaglia è stata terribile: 59 fucilati al Passo del Turchino.  

A metà giugno un grande sciopero spontaneo ha paralizzato le fabbriche di Genova. Non l'aveva organizzato il partito, semplicemente gli operai non ne potevano più dei turni massacranti e della fame, con il passaparola hanno messo in piedi la cosa. Basta, sciopero. La risposta nazifascista è stata durissima, il 16 giugno 5 o 6 grandi stabilimenti sono stati circondati da SS e repubblichini, più di 1400 lavoratori sono prelevati sul posto di lavoro, senza neppure poter avvisare le famiglie. Tutti caricati sui treni diretti a Mauthausen.

I GAP hanno cercato di vendicare la loro gente: il 20 giugno hanno ucciso il commissario del comune di Genova, il generale della Guardia Nazionale Repubblicana Silvio Parodi. Il 25, in un bar di via del Campo hanno fatto saltare in aria 6 soldati tedeschi. 

Poi la retata. Il comandante dei GAP, Renato, è morto combattendo. Ai 31 compagni e compagne presi vivi non è andata altrettanto bene. La Clara l'hanno presa incinta e torturata fino a farla abortire, prima di spedirla in un lager. Scappini, il responsabile del partito per la Liguria ha scritto che sotto tortura le compagne si son comportate meglio dei compagni. La Clara è sua moglie, se parlava lei il PCI di Genova non esisteva più.

Marietta si è salvata per un pelo, il partito l'ha mandata in montagna, suo marito è nell'intendenza della Cichero, a lei l'han messa a far l'infermiera, visto che nella vita civile era ostetrica. 

Appena arrivata in territorio partigiano, a vedere i ragazzi con il fazzoletto rosso e il mitra in spalla si è sentita rinascere. Qui sono al sicuro! Qui comandiamo noi!

Adesso che quei ragazzi deve medicarli si rende conto di quanto è fragile questa sicurezza strappata con le unghie e con i denti, quest'isola partigiana nell'Italia occupata. 

Se la raccontino tra loro gli uomini, visto che gli piace tanto, la stronzata degli «eroi». Lei sa che quelli che deve curare sono solo ragazzi che non hanno conosciuto altro che miseria, guerra e oppressione. Son scappati in montagna per non fare la guerra con i fascisti e son stati costretti a farla da partigiani perché non c'era in realtà nessun posto sicuro in cui scappare. Ragazzini con il mitra che dicono «la mia ragazza» e intendono quella con cui si son si e no guardati, che chiamano la mamma quando stanno per morire, che hanno ricominciato a dire le preghiere o imparato a urlare «Viva Stalin!» o «Viva l'Italia!» o viva qualunque cosa, per farsi coraggio prima di aprire il fuoco.

E sarebbe già dura abbastanza per tutti e tutte già così, e invece c'è pure qualcuno che deve aggiungerci le sue stronzate. Tipo il prete, Don Gigetto, la accusa di fare «propaganda di partito». Certo, lui può dir messa davanti alle formazioni schierate, Bini può essersi fatto una redazione del giornale tutta di comunisti, Marzo può raccontare della rivoluzione in Spagna. Quello va bene. I preti fanno i preti, i comunisti fanno i comunisti. Un accordo tra gentiluomini. 

Ma lei no. Lei deve star zitta e fare la brava mamma dei partigiani. 

Se sta al suo posto loro possono elogiarla come donna esemplare, da portare ad esempio per poter disprezzare tutte le altre. In fondo è quello che i preti fanno con la Vergine Maria da quasi duemila anni. E i compagni non sono meglio. 

Qualche settimana fa è venuto su in montagna per una visita Pittaluga, il segretario della Democrazia Cristiana in Liguria e lo ha sentito che parlava con Marzo fuori dal comando.

«In città si dice che Bisagno vi ha imposto a tutti la castità. Non è che alla fine ci tornerete tutti giù in città trasformati in chierichetti?» 

«Ma figurati! È solo che ci siamo dati un codice, e prevede tra le altre cose di non insidiare le ragazze o le donne sposate. Se poi una già va per le erbe, tanto vale che ci vada con un partigiano...».

E giù risate, risate da uomini che si godono il loro essere uomini, anzi «veri uomini», al di sopra dei partiti. E lei avrebbe voluto urlargli che se una ragazza che «andava per le erbe» era una poco di buono allora lo era anche il ragazzo che ci andava con lei, partigiano o meno. Che la libertà e l'uguaglianza o c'erano o non c'erano, anche per le donne.

Ma si era morsa la lingua. Marzo in fondo era un buon comunista e una brava persona, ma se lei gli avesse fatto una scenata una scenata davanti ad un dirigente democristiano inevitabilmente sarebbe venuto fuori un casino. Roba da trasformare la prima riunione dei quadri comunisti in montagna in un processo contro di lei. L'avrebbero accusata di essere infantile, estremista, settaria, di portare avanti posizioni sul libero amore sconfessate dal partito, di essere anarchica, piccolo-borghese (lei, che faceva la fame fin da bambina!).

No, meglio tacere. I compagni già si sentivano in dovere di giudicarla per cose che riguardavano non il suo essere comunista, ma il suo essere donna. «Ricordati che non sei una donna ma una comunista che sta combattendo», oppure «Dai compagni non devi essere vista come una donna ma come una militante». 

Però i pantaloni non me li posso mettere «una donna vestita come un uomo non sta bene, che direbbe la gente?». Allora la gonna al ginocchio, «ma poi se c'è da correre in montagna magari si alza, no meglio la gonna lunga compagna». 

E poi chi ti fa questi discorsi magari son gli stessi che provano a portarti in un fienile perché compagna sai ho sofferto tanto, son stato in galera, mi manca mia moglie, eccetera. 

Almeno Bisagno, vuoi perché è fissato con il suo Dio vuoi per altri motivi suoi, non tenta di portarsi a letto nessuna. Un reazionario su certe cose, ma almeno coerente. Meglio di quelli che volevano scoparsi pure quella spia delle SS. Una bella ragazza, catturata insieme ad una banda di tagliagole delle SS italiane che andavano in giro ad ammazzare i contadini travestendosi da partigiani. Quando è arrivato il momento di metterla al muro è spuntata tutta una fila di galletti, comandanti e commissari, a dire che bisogna risparmiarla, liberarla, tutti pronti a “convertirla” portandosela a letto. Idioti.

Alla fine quasi lo facevano davvero di liberarla, una spia che ormai era prigioniera da settimane e li conosceva tutti e poteva denunciare mezza Liguria. È toccato a Marietta scrivere al Comando regionale spiegando la situazione, perché qualcuno desse l'ordine perentorio di fucilarla. Decisamente la guerra è una cosa troppo seria per farla fare agli uomini.

Intanto sente crescere il rumore fuori dall'edificio del comando. Rumore di armi che vengono preparate, di zaini che vengono riempiti, di gente che si chiama e si raduna.

Un partigiano sale le scale dell'ex-colonia trafelato

«Marietta! Bisogna filare. Via tutti, anche i feriti! Rastrellamento! Ci sta arrivando addosso tutto il maledetto esercito tedesco...».

Marietta è calma e lucida come al solito, inizia a dare ordini a quelli e quelle che si occupano con lei dell'infermeria e anche ai feriti meno gravi. C'è da sbaraccare tutto.

Prende una cassa e inizia a riempirla di bende e medicinali.

Ci sarà da correre, magari con quella roba in spalla.

E lei dovrà farlo con la gonna lunga.

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Note

Sulla deportazione degli oltre 1.400 operai genovesi nel giugno 1944

Il dialogo tra Pittaliga (Paolo Emilio Taviani) e Mazo (Giovanbattista Canepa) sulle «ragazze che vanno per le erbe» è riportato nel libro di Taviani Pittaluga Racconta. Romanzo di fatti veri 1943-45. Bologna: Il Mulino,  1990.

La testimonianza di Marietta (Angela Berpi) è invece online

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