Resistenza - «Non ho nulla contro alcun partito...»

Bisagno, Marzo, Marietta e altri racconti. Storie di una divisione partigiana.

18 / 5 / 2021

All'albergo di Casa del Romano il proprietario se n'è andato da un pezzo, portandosi via i materassi. Sono rimasti solo i tavoli e i partigiani della brigata Jori che hanno messo lì il loro comando dormono sopra quelli.

Comune di Gorreto, territorio partigiano della VI Zona ligure, mattina del 7 marzo 1945.

Non c'è sentore di attacchi nemici o azioni particolari in vista, i partigiani bighellonano fuori dall'albergo godendosi una giornata di sole che sembra preannunciare la fine dell'inverno e forse la prossima fine della guerra. Ormai i soldati di Salò disertano a reparti interi, a decine al giorno. I partigiani della VI Zona sono in totale oltre 5.500, dei quali più di 2.000 inquadrati nella Cichero. Un esercito, armato, vestito e nutrito come mai prima, grazie ai lanci alleati e ai soldi del governo di Roma portati da Rolando. 

Seduto in disparte Marzo fuma la sua pipa pensieroso.

«Come credi andrà la riunione del comando di Zona all'osteria di Fascia? Dovrebbe essere già iniziata...»

La voce di Croce, il comandante della Jori, lo fa voltare.

La riunione è stata convocata per discutere della riorganizzazione delle formazioni. L'idea è suddividere la Cichero in due, creando una nuova divisione. Ma in realtà sul piatto c'è molto altro. Dopo la disfatta dei mongoli le tensioni tra comunisti e “apolitici” non hanno fatto che crescere. Sopratutto da quando Rolando è stato assorbito interamente dalle faccende della IV Zona, che comprende anche il bordo settentrionale della Toscana, con la sua nativa Sarzana. Senza di lui nel comando della VI Zona e nel PCI ligure sono prevalse le posizioni di chi intende “mettere in riga” Bisagno. 

Marzo tira una boccata alla pipa e scuote la testa.

«Come può andare? Miro, Attilio e Bisagno attorno allo stesso tavolo… e senza Rolando a farli ragionare... non può che esserci tempesta. Sta succedendo quello che ho sempre temuto: uno scontro tra il mio comandante e il comando di Zona, che è poi espressione del mio partito. Ed è uno scontro tra posizioni entrambe sbagliate, detto tra noi».

Il primo segnale di tempesta è venuto dalla Coduri, tornata pienamente efficiente, con Virgola e Leone che hanno detto chiaro e tondo di non accettare ordini da Bisagno e Marzo, accusandoli anzi di essere stati la causa delle perdite durante il rastrellamento di gennaio. A questo è seguita l'idea del comando di Zona di “spacchettare” la divisione . La cosa di per sé non sarebbe sbagliata, viste le dimensioni che ha raggiunto. Il problema è che lo si vorrebbe fare umiliando Bisagno, pare che si voglia addirittura trasferirlo alla IV Zona, come se fosse pensabile una Cichero senza di lui. Di certo nessuno né nel CLN ligure, né nel Comitato Militare Regionale ha preso le sue difese. Forse tutti i partiti lo considerano una “mina vagante” da disinnescare, o forse vogliono lasciare ai comunisti abbastanza corda da impiccarsi in un conflitto aperto con il miglior comandante delle Brigate Garibaldi. 

«Bhe Marzo questa volta sono quelli del tuo partito che pretendono di comandare un po' troppo su cose che riguardano la nostra divisione...»

«Sempre che rimanga tra noi due Croce… concordo che il mio vecchio compagno Miro si sia fatto prendere la mano dalla rivalità personale con Bisagno e che quel belin di Attilio sia un settario paranoico… ma credi che siano i soli a montare il casino? C'è gente molto subdola che soffia sul fuoco, che monta Bisagno contro il PCI… gli stessi che lo hanno spinto a scrivere quella stupidissima circolare di dicembre sui partiti…»

«Va bene, ma stai parlando di gente che non conta un cazzo… Santo, Dedo, Minetto e gli altri… ragazzetti...»

«Innanzitutto dimentichi Scrivia e Banfi, che comandano due brigate della nostra divisione e non sono certo amici del mio partito. Capisco che loro abbiano le loro idee, come Don Gigetto, e non vogliano lasciare a noi comunisti campo libero. Ma poi ci sono quelli che hai nominato e che cercano la polemica su qualunque cosa... Su Dedo e Santo senza dubbio hai ragione tu, sono ragazzi che non hanno un gran seguito e neanche sanno di cosa parlano… ma il terzo che hai nominato, Minetto, ora comanda la brigata Arzani e forse non è solo un ragazzetto con le idee confuse. Ti ricordi come è arrivato? Con una missione americana, quello lavora per l'OSS. Ora i suoi superiori americani ci hanno riempiti di armi, ma magari non gli va che liberiamo Genova e ci insediamo autorità scelte dal CLN invece che dal re. Se così fosse, cosa gli farebbe più comodo di una bella scissione nelle Brigate Garibaldi?».

«Credi che ci sia di mezzo addirittura l'OSS, i servizi segreti americani?»

«Solo un fanatico come Attilio vede complotti ovunque. Io no, non sono quel tipo di comunista. Ma vedo un contesto e in quel contesto ci sono gli inglesi che sparano sui miei compagni in Grecia; il re che vuole restare sul trono; la borghesia che è sempre quella che applaudiva il duce, anche se si prepara a cambiare bandiera; e la chiesa che non è fatta solo dai nostri cappellani partigiani. Insomma capisco che il mio partito a volte sia difficile da sopportare, ma capite anche che noi comunisti abbiamo le nostre buone ragioni ad esser diffidenti… anche perché son più di vent'anni che riempiamo le galere e i cimiteri di questo paese».

«Ma come credi che finirà? Voglio dire, non possono mandare via Bisagno...».

«… E Bisagno non può fare quel cazzo che vuole… Spero solo che finalmente entrambe le parti si rendano conto che non possono fare l'una a meno dell'altra…». Dice Marzo mettendo via la pipa e alzandosi in piedi.

«Speriamo vada così commissario, sarebbe proprio uno schifo rovinare tutto ora che le cose vanno meglio e forse manca poco alla fine...».

«Dobbiamo tenere unita la nostra divisione Croce… per questo ti ho detto cose che un buon comunista non dovrebbe dire… sopratutto ad un carabiniere...».

«Ex-carabiniere… quando sarà finita voglio vivere in pace, non toccherò mai più un'arma, né una divisa…».

«Croce! Marzo!»

A chiamarli è una staffetta che sta scendendo in bicicletta a rotta di collo dalla strada che viene da Fascia.

«Bisagno dice che dovete andare a Fascia, alla riunione… è urgente!»

«Marzo ce la fai a continuare a questo ritmo? Vuoi prendere fiato?».

«Tu non ti preoccupare e cammina che io ce la faccio… dai che manca poco...».

Croce non ha mai visto Marzo camminare così in fretta, neanche le volte che avevano tedeschi e fascisti dietro. Oggi ha così tanta adrenalina in corpo che non sente neanche dolore alla gamba ferita in Spagna, quella che di solito lo fa zoppicare.

Quando arrivano in vista dell'osteria di Fascia Croce capisce al volo che la situazione è pure peggio di quella che temevano. Due gruppi di partigiani si fronteggiano con le armi in pugno. Uno è il distaccamento comandato da Guerra, della brigata Jori, messo lì a protezione della riunione, l'altro… l'altro è si e no un mezzo distaccamento… Croce si accorge subito di chi lo guida… quel coglione di Santo! Anche lui della sua brigata. Doveva essere giù in località Loco, a presidiare il posto di blocco… l'ex-carabiniere comincia a correre come non ha mai fatto prima, neanche in azione. Partigiani della sua divisione, della sua brigata, che si puntano le armi addosso!

Piomba in mezzo agli uomini di Santo come un falco. 

«COSA-CAZZO-SUCCEDE-QUI? COSA-CAZZO-STATE-FACENDO?». 

Santo gli si para davanti cercando di darsi un tono. 

«I comunisti del comando di Zona vogliono disarmare Bisagno e mandarlo a casa! Siamo venuti ad impedirlo...».

A quel punto Croce si accorge che sulla porta dell'osteria sono comparsi tutti quelli che prendevano parte alla riunione. Miro, Attilio, Canevari, Bisagno... C'è anche il generale Martinego, la nuova guida del Comando regionale, dopo che il suo predecessore Rossi e il suo vice, il dirigente del PCI Pieragostini, sono stati presi dai nazisti. Si guarda intorno senza capire, ma evidentemente è contrariato da quella situazione confusa.

Signori miei che modi hanno questi della montagna!

Attilio comincia a parlare, rassicura i presenti, dice che non capisce perché una riunione in cui stavano risolvendo i loro contrasti sia stata interrotta in questo modo. Siamo tutti partigiani, su dobbiamo restare uniti come abbiamo sempre fatto. 

Bisagno per una volta ha l'aria imbarazzata di uno a cui sono sfuggite di mano un po' troppe cose. I partigiani hanno abbassato le armi. Qualcuno impreca, qualcuno quasi piange. Ma tu dimmi se per 'ste menate… puntarsi le armi addosso tra noi… ma siamo scemi...

Croce deve farsi violenza per non prendere Santo a schiaffoni. 

«Guarda cosa hai combinato idiota!».

L'azione inconsulta di Santo, che è riuscito a tirarsi a tirarsi dietro solo metà del suo stesso distaccamento mostra come non vi sia nessun pericoloso complotto anticomunista nella Cichero. Il vero problema per Attilio e Miro è il fatto che tutti i comandanti di brigata, escluso Virgola della Coduri, stanno con Bisagno. 

Alla fine tocca mediare, esattamente come dice Marzo da sempre.

Si succedono due giorni di riunioni. Prima tra i comandanti e i commissari della Cichero e poi con il comando di Zona. Alla fine si ridisegna l'organigramma delle formazioni della VI Zona: Bisagno rimane alla testa della Cichero, ma la divisione viene “spacchettata”: nasce la divisione Pinan-Cichero, formata dalle brigate Arzani e Oreste. Scrivia, apolitico (anche se lo si dice vicino alla Democrazia Cristiana), ne diviene comandante, vice-comandante Carlo (iscritto al PCI) e Commissario Politico Moro (l'ex-commissario della Jori, un comunista notoriamente equilibrato). Le due brigate di Giustizia e Libertà vengono invece incorporate nella Cichero sotto il comando di Bisagno. Per la Coduri si prospetta di poter diventare a breve divisione per i fatti suoi e in ogni caso ormai è chiaro che non deve più sottostare a Bisagno e Marzo.

Queste decisioni vengono approvate all’unanimità e sottoscritte da tutti i membri del comando di Zona, dei comandi di divisione, e di quelli delle brigate, da Bini per la sezione stampa e da Don Pollarolo per il servizio di assistenza religiosa.

A margine di tutto Croce prende da parte Bisagno e Scrivia.

«Hai visto cosa succede a dar corda agli idioti? Quel coglione di Santo ci ha fatto fare una figura di merda a tutti. Io quello nella mia brigata non ce lo voglio più, mandalo altrove...»

«Scrivia lo mando da te»

«Eh no, io ora ho una divisione nuova da gestire… quello proprio non mi serve...».

«Va bene lo rifilo a Banfi e speriamo tutto si chiuda qui...».

Nel corso del mese successivo la resistenza continua a rafforzarsi. Nel territorio liberato della VI Zona le giunte comunali libere ormai funzionano a pieno regime, «Il Partigiano» viene venduto nelle edicole e la sera si proiettano nei paesi i cinegiornali arrivati dall'Italia liberata. È grazie ad uno di quelli che partigiani e civili vedono per la prima volta le immagini dei campi di sterminio nazisti già liberati dai sovietici, la certezza definitiva su quello che hanno fatto e continuano a fare nazisti e fascisti.

«L'ordine pubblico» viene gestito dal SIP, ormai diventato un vero corpo di polizia partigiana agli ordini di Attilio. Dopo la partenza di Rolando è diventato anche commissario politico di Zona. Nella Cichero molti e molte, come Marietta, lo stimano perché incarna la dedizione assoluta alla causa. Altri e altre, come Croce, lo considerano invece un fanatico sanguinario, vista la facilità con cui fa fucilare vere o presunte spie.

La legge di Attilio vuole essere dura ma giusta: ogni confisca deve essere strettamente regolamentata e chi la esegue deve rilasciare regolare ricevuta. Quanto viene espropriato a fascisti, spie o speculatori della borsa nera deve essere sempre diviso con la parte più povera della popolazione. Quando qualcuno prova ad approfittarsi del suo ruolo di partigiano per riempirsi le tasche le punizioni sono esemplari. Se poi il disonesto è iscritto al PCI allora l'unica punizione adeguata è la morte. 

È quello che capita a Dino. In quanto comunista il partito lo aveva praticamente imposto come vice-comandante della Cichero, visto che lui millantava di aver avuto un grado da ufficiale nell'esercito. Nel rastrellamento di agosto si era però dimostrato un pericoloso incapace. Denis, anche lui comunista e vice-commissario di distaccamento, se ne è lamentato con Marzo, che non gli ha creduto e ha finito per litigarci. Alla fine sia lui che il comando di Zona devono accettare la realtà: Dino è un coglione e non ha mai avuto alcuna capacità militare. Lo mettono a fare l'accompagnatore delle missioni alleate, così scrocca cioccolata e sigarette senza far danni. Ma poi scoprono che ha inviato al fratello 23.000 Lire, evidentemente rubate; oltre al fatto che di sigarette se ne è messe via stecche intere. Gli fanno un processo pubblico. Canevari, che è liberale (e quindi probabilmente l'unico garantista nel raggio di centinaia di chilometri), gli fa da avvocato difensore, ma è inutile. Per i comunisti il fatto che uno dei loro abbia approfittato del proprio ruolo per riempirsi le tasche è una macchia sull'onore del partito che può essere lavata solo con il sangue. Lo scrivono esplicitamente nella sentenza:

«All’unanimità i giudici [tutti membri del comando di Zona] dichiarano indubbia la colpevolezza dell’imputato; considerano come aggravante la sua posizione di componente di un comando di divisione e di appartenente ad un partito che è all’avanguardia della lotta che il popolo italiano conduce per liberare l’Italia e ricostruirla su nuove basi di coscienza morale e politica. Per questi motivi viene emanata, nei confronti dell’imputato Dino, sentenza di morte»

«Visto? Duri e inflessibili… come veri bolscevichi».

«Ma non era meglio se fin dall'inizio evitavate di imporre quel povero coglione in un ruolo di responsabilità? Bastava lasciar scegliere in assemblea come si è sempre fatto...».

Ma questo tipo di osservazioni per Attilio sono «propaganda reazionaria» dietro a cui certamente si cela qualche complotto anticomunista. E i complotti vanno scoperti. Per questo bisogna controllare tutti, anche i partigiani, anche i compagni. 

Com'è facile a volte percorrere quella distanza, che crediamo abissale, tra il rivoluzionario e lo sbirro...

Il 10 aprile 1945 gli uomini del SIP portano ad Attilio una lettera che hanno intercettato. È di Bisagno ed è diretta a Gino, il comandate della volante Severino, che opera tra la montagna e la periferia di Genova. Gino è un veterano, uno dei primi a unirsi alla Cichero, è iscritto al PCI e al contempo legatissimo a Bisagno.

Quest'ultimo gli scrive per spiegargli come mai ha litigato con il comando di Zona. Vuole mettere in chiaro che la sua è una protesta contro quelli che ritiene favoritismi, non una presa di posizione politica in senso anticomunista.

«Dobbiamo badare alla Patria e non ad altre cose. Sono venuto a combattere il metodo fascista e mentre per conto mio non sono d’accordo di condannare un fascista solo perché è stato fascista, condanno il metodo fascista e lo condanno in chiunque, sia questo bianco, nero, rosso, verde o color cenere. […]

Carissimo Gino, io di te ho la massima stima; tu sei comunista e io ho il più grande rispetto per la tua idea, ed ho tutta la buona volontà di collaborare col tuo partito, purché i suoi appartenenti si comportino come ti comporti tu. Non ho nulla da dire contro alcun partito, ma tu devi capire che io lotto contro tutte le ingiustizie e contro questi elementi di partito disonesti che operano a favore del loro partito anche se ciò va a detrimento della Patria. È necessario capire che per me partigiano, e per i partigiani in generale, c’è prima la Patria e poi il partito; se per i comunisti la cosa è diversa, essi debbono ora fare la volontà dei partigiani e non la volontà di pochi elementi: altrimenti, a che serve parlare di democrazia?».

Come sempre Bisagno dimostra di non avere nessuna formazione politica. Chiama «Patria» quella che in realtà è la sua divisione partigiana e i civili che la appoggiano, intende la democrazia come democrazia diretta di combattenti che scelgono liberamente da chi farsi guidare. Di certo rimpiange i primi tempi, quando erano in pochi, senza troppi gerarchie e le cose le si risolveva guardandosi negli occhi.

La sua è la voce dell'ingovernabile Partizanschina, lamentalità partigiana. Per Attilio un ragionamento così incompatibile con il Partjnost, lo spirito di partito, è semplicemente inconcepibile e quindi minaccioso, disgregante, sbagliato.

E così decide che quella lettera va censurata. Che nessuno deve leggerla.

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Note

Gino la riceverà per mano di tre ex-partigiani del SIP solo nel 1971. 

La fonte principale è il saggio di Sandro Antonini. Io, Bisagno... il partigiano Aldo Gastaldi. Chiavari (GE): Internòs, 2017.

Documenti e testimonianze su queste vicende sono contenuti inei volumi di Giorgio Gimelli Cronache militari della Resistenza in Liguria (Genova: Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, 1985. Vol. 2 e 3.

Molto interessante l'intervista a Croce, che non porla di un dialogo tra lui e Marzo prima di arrivare alla riunione di Fascia (quello me lo sono inventato io), ma spiega bene le dinamiche dei conflitti interni. 

La scansione della lettera di Bisagno a Gino intercettata da Attilio è online.

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