Resistenza - Pietà l'è morta

Bisagno, Marzo, Marietta e altri racconti. Storie di una divisione partigiana.

21 / 5 / 2021

Nella sala della ex-colonia di Rovegno, che qualche anno prima doveva essere l'ufficio di qualche gerarca fascista dell'Opera Nazionale Balilla, Marzo è seduto alla scrivania. Il mestiere che ha fatto di più nella vita è il giornalista, ma questa volta le dita esitano sui tasti della macchina da scrivere. Forse ha perso pratica con quell'affare o forse quello che sta per scrivere è il testo più difficile della sua vita.

«BOLLETTINO STRAORDINARIO. Il giorno 21-22 marzo, presente il cappellano di Zona, è stata eseguita la sentenza di morte nei confronti dei componenti delle Brigate Nere».

Seguono 45 nomi. Quasi tutti ufficiali e sottufficiali delle Brigate Nere, più un ufficiale russo collaborazionista che comandava i mongoli e due ufficiali tedeschi.

Il 13 marzo una colonna mista di fascisti, tedeschi e mongoli aveva cercato di fare una puntata in territorio partigiano. Erano stati però circondati dalla brigata Arzani e si erano rifugiati tra le case del paese Garbagna. A quel punto alcuni di loro avevano avuto la brillante idea di usare i bambini dell'asilo come scudi umani. I partigiani avevano dovuto liberarli con un assalto all'arma bianca in cui ci aveva lasciato la pelle Argo, il comandante della Arzani, oltre a due ragazze del paese. C'era voluto un bel po' di fatica per evitare che partigiani e paesani linciassero i nemici fatti prigionieri sul posto. No, non così, non siamo dei selvaggi. Li ammazzeremo, ma secondo le regole che ci siamo dati, colpendo secondo le responsabilità. Noi siamo la nuova Italia, ricordatevelo.

C'erano tre eccidi di partigiani da vendicare.

Il 15 di febbraio 1945 si era sparsa la voce che i fascisti avessero fucilato a Squazza, vicino a Borzonasca, dieci partigiani. Hanno mandato a vedere il vice commissario della Coduri, Vladimiro. Grazie a due contadine che gli hanno fatto da palo controllando la strada vicina è riuscito ad arrivare fino ai cadaveri. Titti lo ha riconosciuto perché aveva ancora indosso la giacca a vento che gli aveva dato lui, Spalla per la sua corporatura da ragazzino quattordicenne e poi Quattordici e Lanza… gli altri non è riuscito a identificarli, erano ridotti troppo male o comunque irriconoscibili con gli spasimi dell'agonia in volto. Alla fine si è saputo che i fucilati erano 9 partigiani della Coduri presi nel rastrellamento di gennaio e uno della Berto. 

E poi ne hanno fucilati altri dieci a Calvari il 2 marzo, questa volta nove della Berto, catturati a febbraio, e uno della Coduri. Altri cinque di varie brigate li hanno ammazzati il 18 marzo a Sestri Levante. 

A quel punto il comando di Zona aveva deciso per la contro-rappresaglia. Tedeschi e fascisti devono imparare un messaggio chiaro: per ognuno dei nostri che fucilate noi fucileremo qualcuno dei vostri, anzi se è possibile ne fuciliamo due, così vi passa la voglia. Il comando di Zona lo ha scritto chiaro e tondo in un comunicato.

«Fucilare i patrioti serve solo a provocare la fine di un numero molte volte maggiore di fascisti. Compagni partigiani in alto i cuori, tutti i nostri morti sono vendicati».

Ormai è chiaro che la guerra sta per finire sul serio e bisogna togliere ai nazifascisti la possibilità di usare prigionieri o civili come ostaggi. Per questo la pratica della contro-rappresaglia, già autorizzata dal CLN almeno da un anno, va messa in pratica.

Per questo hanno preso quei 45 e li hanno fatti falciare da un plotone d'esecuzione composto sopratutto da partigiani russi, gente che non si fa troppi problemi in queste cose, diversi di loro hanno avuto le famiglie massacrate e tutti hanno passato l'inferno dei lager nazisti.

Ma mettere 45 cadaveri in fila è una cosa che dà comunque il voltastomaco, sopratutto se sei tu che hai dato l'ordine. E l'ordine l'ho dato io, Marzo. Sono il commissario politico, è responsabilità mia e non voglio certo condividerla con Bisagno o con qualche altro ragazzo di vent'anni. 

A Madrid, durante l'assedio, i consiglieri sovietici hanno scaricato la responsabilità della fucilazione degli ufficiali fascisti, decisa da loro, su Santiago Carrillo, che era segretario della giovanile del Partito comunista spagnolo e allora aveva ventun'anni. E poi hanno pure cercato di far sparire i corpi in fosse comuni, di nascondere tutto. 

Come se si potesse nascondere una cosa del genere. 

No, io non farò così. Ho messo nell'elenco tutti i nomi, le loro famiglie hanno il diritto di sapere che sono morti e dove li abbiamo sepolti. E la responsabilità sarà mia, l'unico altro nominato nel bollettino è il prete. Che si sappia che era presente anche lui, e può testimoniare che quelli che quelli che abbiamo ammazzato han potuto confessarsi e ricevere l'assoluzione.

Marzo finisce di scrivere l'elenco dei nomi. Poi tira il fuori il foglio dalla macchina da scrivere. Prende una penna e firma. 

Marzo. E poi tra parentesi, Canepa Giovanni Battista.

Nome e cognome. Responsabilità piena.

Il comandante Battista (Angelo Scala) ha usato poche parole per spiegare ai suoi partigiani cosa faranno nella loro nuova missione: «quando scenderemo faremo fuori tutti quelli che portano una divisa».

Ex-guardiano di uno stabilimento Ansaldo, 36 anni, Battista è un militante comunista di Geminiano, un abitato sopra Bolzaneto, zona operaia di solide tradizioni antifasciste e rivoluzionarie. La resistenza ha cominciato a farla nei GAP. Dopo la retata di luglio è salito in montagna e ha combattuto nel rastrellamento di agosto. Nel settembre 1944 è stato incaricato dal comando di Zona e dal Comando regionale di creare una «volante», un distaccamento che agisca negli immediati dintorni di Genova, tra la città e la montagna. La volante Balilla, dal nome di battaglia di un compagno caduto. 

I GAP di Genova non esistono più, ma potranno contare sul supporto delle SAP (Squadre di Azione Patriottica). Sono formate da persone che vivono in casa propria, vanno al lavoro. Poi ogni tanto si armano e partecipano ad un'azione, magari al disarmo di una sentinella repubblichina, all'uccisione di una spia o ad un volantinaggio con scorta armata. Nel novembre 1944 a Genova ci sono 22 brigate SAP da 100-120 uomini ciascuna. Guerriglieri part-time, combattenti improvvisati, molti di loro probabilmente non sparano neppure un colpo. Ma  sono in tanti e in tante. Mettono in atto una guerriglia a bassa intensità ma capillare. Non passa quasi giorno senza l'eliminazione di un miliziano delle Brigate Nere o di una spia. Il comando SAP di Genova annuncia pubblicamente che il 30 novembre sarà «la giornata delle spie». Ne mandano sottoterra 16 in ventiquattr'ore. Proprio in quei giorni scende dalla montagna la volante Balilla, il gruppo di fuoco di cui c'è bisogno per alzare il livello dello scontro in vista dell'insurrezione finale. 

Battista ha scelto i suoi uomini uno ad uno. Non più di 25. La maggior parte è sui 20 anni, uno ne ha 16 e un altro 17. Otto o nove sono ex-combattenti dei GAP di Genova, altri partigiani delle formazioni in montagna. Quasi tutti originari delle zone in cui dovranno operare, sopratutto di Bolzaneto. Tutti operai o nati in famiglie operaie.

Il comandante esige una versione rinforzata della disciplina partigiana, in azione si eseguono gli ordini, casomai si discute prima di cosa fare e dopo di ciò che è successo. Vuole anche che i suoi uomini siano in ordine, nei vestiti e nelle armi, che sappiano cantare bene, che siano più bravi dei fascisti anche in quello. Vuole che sappiano i canti nati nelle formazioni in montagna: Fischia il vento, Dalle belle città, Con la guerriglia, ma anche una vecchia canzone di prima del fascismo: La guardia rossa, scritta nel 1919 da Spartacus Picenus, alias Raffaele Mario Offidani.

Il trasferimento dalla montagna a Bolzaneto dura tre giorni, o meglio due giorni e una notte. Passano dal monte Sella, poi per Camporsella dove fanno tappa all’osteria della Gusta. A Begato si fermano all’osteria del Cin dove restano tutto un giorno e si muovono a notte. 

Buio, freddo e silenzio, in lontananza i colpi di cannone americano in Garfagnana e sotto di loro Bolzaneto.

«Quel che si avanza è uno strano soldato 

viene da Oriente e non monta destrier 

la man callosa ed il viso abbronzato 

è il più glorioso fra tutti i guerrier. 

Non ha pennacchi e galloni dorati 

ma sul berretto scolpiti e nel cor 

mostra un martello e una falce incrociati 

gli emblemi del lavor. 

Pace e lavor!».

La notte successiva attraversano Bolzaneto divisi in due colonne. A Murta attaccano una postazione d’avvistamento e catturano una mitragliatrice. Girano nei dintorni per una quindicina di giorni dormendo all’addiaccio e mangiando il poco che la rete clandestina di Bolzaneto può procurare loro. Poi si dividono in gruppi più piccoli. A metà dicembre stanno in due-tre rifugi messi a disposizione dai compagni. Tre notti prima di Natale incendiano una raffineria. Poi a metà gennaio le SAP di Bolzaneto allestiscono per loro una base in un edificio abbandonato delle ferriere Bruzzo, ben mimetizzato, con diverse vie di fuga e anche l’acqua calda. Attorno hanno una rete solidale che li informa, li avvisa dei pericoli e li rifornisce. Fuori città attrezzano un’altra base sul monte Sella. 

Crescono di numero, in tutto saranno circa 40. Agiscono divisi in piccoli gruppi soprattutto a Bolzaneto e dintorni, che conoscono alla perfezione. I colpi si susseguono: uccisioni di brigatisti neri, di soldati repubblichini, di poliziotti, spari contro le caserme, volantinaggi in armi nelle osterie per far vedere che i partigiani sono ovunque e arrivano dove vogliono. Niente retrovie, niente prigionieri, se non per interrogarli prima di fucilarli. 

Rapidi, letali, imprendibili. Integerrimi nei rapporti con i civili, quando vanno in osteria pagano sempre. Battista li ha abituati ad un certo stile: «Puliti, fucile lucido, educati, soldi in tasca». Gli ufficiali della missione inglese, ammirati dalla loro disciplina ed efficienza , a febbraio li dotano di divise, armi automatiche e persino un bazooka. Lo provano su una caserma di Brigate Nere e i fascisti si domandano terrorizzati dove l’abbiano trovato i partigiani il cannone con cui gli sparano addosso. 

Il nemico li scambia per commandos americani o inglesi. Ma sono ragazzi della periferia di Genova. Da bambini hanno visto i loro padri tornare a casa massacrati di botte e con le braghe piene di merda dopo essersi preso l'olio di ricino dagli squadristi, le madri piangere quando non c'era niente da mettere in tavola e dovevano dirgli «vai un po' fuori a cercartene». Sono cresciuti in fabbrica, hanno dovuto implorare il caporeparto per andare al cesso, per non essere sospesi, multati, licenziati. E poi la guerra, il servizio militare, i bombardamenti, i compagni e le compagne inghiottiti dalle camere di tortura, dai carri bestiame per i lager, i fucilati lasciati a gonfiarsi sotto il sole o sotto la pioggia, agli angoli delle strade. E adesso basta. Adesso siamo qui, avanguardia di un popolo in lotta, sulla nostra terra e tra la nostra gente, con i mitra in pugno e il fazzoletto rosso al collo. Sbirri, fascisti, spie... adesso tocca a voi avere paura.  

«Giacque vilmente la plebe in catene 

sotto il tallone dei ricco padron

dopo millenni di strazi e di pene

l'asino alfine si cangia in leon».

Il 6 marzo 1945 per la prima volta colpiscono i tedeschi uccidendo le sentinelle della batteria di Montegalletto. Il 21 è la volta di un’imboscata ad un camion della Feldpost, sette morti tedeschi nello scontro ed altri sette fucilati subito dopo. 

Il 22 marzo 1945 la Balilla si scontra con un reparto di SS nei pressi di Cravasco, frazione del comune di Campomorone, uccidendone 9. La rappresaglia tedesca è immediata, quella sera stessa il paese viene dato alle fiamme e il giorno successivo sul luogo dello scontro vengono fucilati 17 antifascisti prelevati dal carcere di Marassi (i morti dovevano essere 20 ma due condannati riescono a scappare e uno sopravvive alla fucilazione).

I prigionieri politici riescono a far uscire dal carcere un messaggio che può essere riassunto con «non proseguite con le ritorsioni o ci faranno fuori tutti». Ma Battista la pensa come i vertici della federazione comunista genovese: fermarsi vuol dire incoraggiare il nemico, mostrargli che ha il controllo dello scontro, di fatto significa nuove rappresaglie minori possibilità di sopravvivenza per i detenuti stessi in vista della battaglia finale. Ma non prende la decisione da solo, raduna tutta la volante, discutono e votano. All’unanimità si decide per la contro-rappresaglia.

Una squadra della Balilla va in montagna, al comando della VI Zona e (pare dopo aver vinto alcune resistenze), si fa consegnare 39 prigionieri già condannati a morte. Si tratta di 16 appartenenti alle Brigate Nere o ad altri corpi armati di Salò, 9 militari tedeschi e 14 mongoli. Alcuni dei fascisti hanno 16-17 anni, uno pare fosse figlio di un ufficiale delle Brigate Nere che, incitato dal padre, aveva infierito su un partigiano ferito.

Li portano a valle legati dicendo loro che li libereranno in uno scambio di prigionieri. Il viaggio dura tre giorni, poi all’alba del 4 aprile arrivano a Cravasco, nello stesso luogo in cui i nazisti hanno fucilato i 17 partigiani. Battista legge la sentenza di morte prima che i mitra falcino i 39 condannati.

A uccidere sono soprattutto i veterani della Balilla, i più giovani sparano solo qualche colpo o sparano fuori. Badoglino, il più giovane della volante, anche se ha combattuto per mesi con la Jori di Croce, ne rimane scioccato e vomita per 15 giorni. Bufalo, che ha 17 anni dirà «in quei momenti ti scappa tutta la poesia che c’è. E non torna più».

Dopo la strage Battista schiera i suoi uomini a difesa di Cravasco, poi chiama il prete e gli dice di avvertire i tedeschi, possono venirsi a prendere i morti ma «che non toccassero il paese sennò gli avremmo dato il resto». 

Le SS propongono di fucilare un’ottantina di prigionieri politici ma il comandate tedesco della piazza di Genova, Günter Meinhold (che sta già cercando di aprire un canale di trattativa con il CLN), glielo impedisce. Le montagne sono piene di partigiani. Basta rappresaglie incrociate o qui nessuno di noi tornerà a casa vivo, se volete regolare i conti fatevela fuori con loro. Ed è quello che i nazisti provano a fare.

Il 14 aprile 1945 è una bella giornata di sole, è quasi mezzogiorno e la Balilla al completo è nella base della Sella. I partigiani si sentono sicuri e non sorvegliano il sentiero impervio che porta all’altura sopra i caseggiati in cui sono alloggiati. Sono sparpagliati nei prati e nell’attesa del pranzo (una volta tanto un piatto di pasta mangiato con calma) provano i nuovi mitra Marlin, l’M42 di fabbricazione americana con caricatore da 25 colpi calibro 9 millimetri; un’arma distribuita quasi solo agli agenti dell’OSS, rarissima tra i partigiani, dono delle missioni alleate. 

Ad un tratto Alvaro, che si guarda intorno con il binocolo dice «ragazzi mi sembra di vedere dei tedeschi». Un attimo e cominciano a piovere le raffiche, Lino (Ezio Faggioni), 20 anni,  cade a terra colpito alla gola. I tedeschi sono una quarantina, grazie ad una spia (che sarà poi individuata e giustiziata) sono riusciti a sapere di quel sentiero non sorvegliato che porta all’altura proprio sopra la base della Balilla. La maggior parte degli uomini della volante si gettano al riparo mentre attorno a loro piovono i colpi della “sega di Hitler”, MG 42, che vomita tra i 1200 e i 1500 colpi al minuto, calibro 7,92 millimetri. «Quando sparava faceva vibrare l’aria come le lame delle seghe elettriche». La situazione è drammatica e sembrano in trappola. Ma ad un tratto qualcuno prende sul fianco i tedeschi. Sono il vicecomandante Mauro, Fakiro e altri 4 e 5 che quando è cominciata la sparatoria si trovavano fuori dalla vista dei nazisti. Risalgono l’altura e sbucano di sorpresa vicino al nemico. 

«È la guardia rossa 

che marcia alla riscossa 

e scuote dalla fossa

la schiava umanità».

Con un colpo di bazooka ben piazzato Fakiro mette a tacere la “sega di Hitler”, poi i Marlin della volante vanno sentire tutto il loro volume di fuoco e i tedeschi sono costretti alla ritirata. I nazisti sono soldati capaci e disciplinati, si ritirano in ordine, portandosi via morti e feriti, continuando a sparare. È allora che viene colpito all’addome anche Luci (Luciano Zamperini), che morirà due giorni dopo all’ospedale in cui i compagni sono riusciti a farlo entrare e curare di nascosto. Sul campo ci rimangono stesi anche due SS che i loro non sono riusciti a portarsi via.

Il 17 aprile 1945 a Montoggio si tengono i funerali di Luci e Lino. La chiesa è addobbata a lutto e ricolma di gente, con la bandiera rossa della volante sulle bare. Attorno loro c'è tutto un popolo che da mesi li nasconde, li sfama e li informa. Il loro popolo.

Perché sappiatelo compagni e compagne, che tutto quel che han fatto questi ragazzi, l'uccidere e il morire, lo han fatto per noi.

«Quando alla notte la plebe riposa 

nella campagna e nell'ampia città 

più non la turba la tema paurosa

del suo vampiro che la svenerà.

Che sempre veglia devota e tremenda 

la guardia rossa la sua libertà».

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Note

Tutti gli eccidi compiuti dai nazifascisti sono elencati nell'Atlante on line delle stragi naziste e fasciste in Italia, uno strumento utilissimo che invito a consultare.

La storia delle fucilazioni effettuate dai partigiani all'ex-colonia di Rovegno è ricostruita in questi due post del collettivo Nicoletta Bourbaki (1 e 2), che sfatano la leggenda fascista secondo cui nell'ex-colonia sarebbero state fucilate ben 600 persone. 

Nei post sono riportate tutte le fonti, compreso il bollettino firmato di Marzo in ci si ripartano i nomi dei 45 fucilati. 

La storia della volante Balilla è ricostruita nel libro di Manlio Calegari La sega di Hitler. Milano. Selene, 2004, disponibile online.

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