Rivolta Permanente

Una nota dopo il corteo di Non Una di Meno

25 / 11 / 2019

Al quarto anno di mobilitazione la marea transfemminista non ha alcuna intenzione di arrestarsi e le decine di migliaia di persone in piazza sabato 23 novembre lo dimostrano. 

Il 25 novembre 2016 duecentomila persone provenienti da collettivi femministe e queer, associazioni, centri antiviolenza, case delle donne, singole e singoli attraversarono le strade di Roma.
Nonostante la narrazione delle forze politiche istituzionali che con gradazioni diverse affrontano continuamente il tema dei femminicidi come un’emergenza, il movimento transfemminista non perde terreno e i numeri di piazza di sabato e il costante crescere di assemblee territoriali anche nelle zone più periferiche del paese, ne sono ampia dimostrazione. 

Le luchadores, le combattenti mascherate, che aprivano il corteo in solidarietà alla Casa delle donne Lucha y siesta, rappresentavano chiaramente la postura di quelle migliaia di corpi in movimento. Ben distanti dall’immagine di mogli e madri della nazione, di riproduttrici, di umili curatrici della famiglia propria della narrazione politica dominante. 

Pillon, le mozioni dei consigli comunali antiabortiste, forse possono sembrare affare superato ma sappiamo bene quanto la forza fascioleghista sia un nemico forte, quanto l’utilizzo del corpo delle donne sia ampiamente impiegato per giustificare politiche razziste e manettare. 

La difesa dei centri antiviolenza, delle case delle donne, dei consultori è più che mai necessaria. Basti pensare che in Italia a fronte di seimila centri antiviolenza necessari ce ne sono meno di cinquecento. Che i numeri di posti letto per chi subisce violenza sono ridicoli, che l’operazione Telefono rosso non ha alcuna funzione concreta visto che mancano fondi e luoghi deputati. 

I nomi delle vittime di femminicidio percorrono il corteo e Debora Pomarelli, sorella di Elisa, uccisa da un cosiddetto “gigante buono”, legge una lettera dal camion di apertura. Una ogni tre giorni, il numero delle perdite è così alto. Nonostante i crimini violenti siano in costante diminuzione, l’attacco alle donne non accenna a fermarsi. Una violenza strutturale “figlia sana del patriarcato”.
Nessuna è lasciata sola. E lo sguardo attraversa l’oceano per arrivare in Cile dove centinaia di attiviste vengono sistematicamente isolate, stuprate e picchiate dalle forze di polizia. Uno spettacolare grido muto ricorda Daniela Carrasco, “Mimo” uccisa perché uno dei volti della ribellione cilena. Migliaia di corpi seduti per terra, un disciplinato silenzio che investe chiunque, anche chi passava e curiosava. 

Le lotte delle donne di tutto il mondo animano la marea, le donne curde, argentine, cilene, polacche, iraniane.

E domenica di nuovo tutte e tutti insieme. Dal mattino si riuniscono i tavoli che da quattro anni si incontrano, che hanno prodotto il famoso piano femminista contro la violenza del patriarcato. Come fuoriuscire dalla violenza nelle città e i luoghi che abitiamo, salute e diritti riproduttivi, reddito lavoro e welfare, migrazioni e razzismo, e il confronto di stampo ecotransfemminista. Alla base per tutti i piani di lavoro ovviamente una prospettiva transfemminista, che mette il genere in discussione come spazio di produzione di violenza  e gerarchia. Come ci ha insegnato in questi anni gli incontri di Non Una di Meno mettono al centro tutte le soggettività che non si riconoscono nel binarismo di genere. Con una prospettiva intersezionale che per quanto difficile da praticare , è costantemente presa come riferimento, verso uno sguardo più attento verso i diversi piani di sfruttamento all’interno del sistema capitalista, delle interconnessioni tra genere, razza, classe, natura.

Un passaggio importante è stata anche l’adesione di Non Una di Meno e la partecipazione di diverse attiviste alla giornata di mobilitazione e di confronto della Trans Freedom March svoltasi venerdì 22. 

Al centro della discussione dei tavoli la necessità di continuare un lavoro di inchiesta sui territori, che oltre allo stato dei consultori, alla presenza degli obiettori nei presidi ospedalieri e molto altro di ciò che è già stato fatto introduce spunti d’indagine nuovi. A partire dalle connessioni che esistono tra la violenza ambientale e quella patriarcale, tra i finanziamenti elargiti alla realizzazione di grandi opere inutili e dannose e i fondi sottratti al welfare pubblico, in particolare alla salute e alla progettualità rivolta a donne e soggettività trans e non binarie.
Ovviamente lo sguardo è già rivolto all’8 marzo. Nel frattempo la mobilitazione non si interrompe, già a partire dalla partecipazione allo sciopero climatico globale del 29 novembre lanciato da Fridays For Future. 

Ci si prepara quindi allo sciopero lavorativo e riproduttivo, verso la giornata che si auspica di ribaltare la società per 24 ore. 

*** Foto copertina di Michele Lapini

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