Salonicco - E' nata Hurriya, l'occupazione abitativa di attivisti internazionali e migranti

L'occupazione è avvenuta nei giorni del No Border Camp

26 / 7 / 2016

Che dopo lo sgombero di Idomeni e dei campi informali una grossa quantità di volontari e attivisti internazionali fosse rimasta in Grecia per continuare ad aiutare i migranti è risaputo, così come che tanti altri che avevano deciso di partire (nonostante tutto) non hanno disdetto il viaggio. Quello che di certo non ci si aspettava è che un gruppo fra questi riuscisse di fatto ad occupare una palazzina.

Diverse decine di attivisti internazionali, decisi a non operare nei campi governativi per motivi politici, ha organizzato e attuato, con l’aiuto logistico di attivisti locali, una occupazione abitativa in via Karolou Dil 34, nel centro di Salonicco, la città più vicina ad Idomeni e la seconda più grande della Grecia. Si chiama Kinotita Hurriya: kinotita è una parola greca che indica comunità, gruppo, mentre la seconda significa libertà, in arabo. L’edificio ha otto piani con due appartamenti per ognuno. Essi hanno tutti tre stanze, bagno, cucina e balcone, quasi tutte in buone condizioni. Nella maggior parte di essi è già presente sia l’elettricità che l’acqua corrente. 

Durante tutto il giorno la porta è aperta a chiunque voglia dare una mano. Fin da subito dopo l’apertura è stato compiuto un grosso lavoro, da decine e decine di persone provenienti da tutto il mondo, nel risistemare le stanze. Da migranti siriani, afgani, iraqeni, tunisini o marocchini, ma anche da attivisti europei, sudamericani o australiani. Un melting pot indescrivibile, che trova forma in uno spazio e in un obiettivo comune: supportare i migranti bloccati nei campi governativi. Quei campi che tutti definiscono indegni e inumani.

Ma a tutte le persone che condividono questo progetto è chiaro che non è migliorando quel tipo di condizione che si giunga davvero ad un miglioramento. Non è la situazione nei campi il vero problema, è il concetto stesso di campo ad essere inaccettabile. Ed è per questo che la prima necessità diventa trovare un modo per portare le persone fuori da questi campi, garantendo allo stesso tempo una vita dignitosa. L’occupazione diventa quindi l’unica soluzione. Questa affermazione, che in molti movimenti è data per scontata da molto tempo, non lo era minimamente per quasi tutti i partecipanti del progetto. Per la maggior parte di loro si tratta della prima occupazione. Ma l’urgenza di occupare è diventata talmente alta che molti valori come la legalità o la difesa della proprietà privata sono diventati palesemente secondari.

Ricordiamoci infatti che più di 10.000 persone vivono attualmente in tenda, per lo più sotto i capannoni nella periferia industriale di Salonicco. La prima famiglia ad essere ospitata è formata da tre bambini e quattro adulti. Il più anziano di loro, un signore siriano, ha avuto recentemente un’operazione a cuore aperto e non poteva più sopravvivere nel campo; ma nessun altro lo avrebbe aiutato a sistemarsi altrove, nè il governo nè l’UNHCR. Ora vive all’Hurriya, insieme ai suoi figli e i suoi nipoti. E ne sarà presto parte integrante.

L’idea del progetto infatti è di condividere ogni decisione, logistica o politica che sia, con i gli abitanti dell’edificio. Già ora qualsiasi tipo di decisione passa per un’assemblea plenaria, a cui sono invitati sia attivisti che migranti. Sicuramente qualcosa che non si vede spesso: attivisti da ogni parte dell’Europa e del mondo, con esperienze di movimento e ideologie politiche completamente diverse, uniti a migranti medio-orientali e nordafricani. La lingua comune è l’inglese, ma spesso ci si ferma per lasciare il tempo ai traduttori, in modo che tutto sia chiaro a tutti. Fin da subito è stata sottolineata la valenza politica del progetto, espressa per il momento in una serie di punti:

- Contro l’accordo tra Europa e Turchia. No ai confini, canali umanitari per tutti

– Pieni diritti a tutti i migranti. Nessuna deportazione in Turchia o altrove

– Sistemazioni degne per tutti i migranti, nel centro della città. E’ una necessità utilizzare edifici vuoti per ospitare migranti

– Libero accesso al sistema sanitario ed educativo per tutti i migranti.

– Chiusura di tutti i campi governativi, nessuna esclusione dei migranti dalla città o dalla società.

– No alla criminalizzazione dei movimenti di solidarietà.

Questa esperienza è sicuramente un unicum in Europa, nella sua storia recente. Un’occupazione gestita ed organizzata senza radici locali, senza che nessuno degli occupanti abbia minimamente presente quale sia il contesto politico o sociale della città in cui si trova. Per fare un esempio, nessuno degli attivisti, se non i pochi locali, ha presente nemmeno chi sia il sindaco o a che gruppo politico appartenga. Le cause di un progetto così surreali sono sicuramente molteplici. Innanzitutto la contraddizione creata tra i valori normalmente percepiti in Europa e la situazione di Idomeni ha accresciuto a livello globale l’attenzione verso luoghi come quello. Da Ai Wei Wei ad Angelina Jolie, dalla Cina all’America, questa parte di mondo era ed è nota a tutti. La gestione criminale dei flussi migratori da parte delle istituzioni europee era sotto gli occhi di tutti. La creazione dei campi governativi non ha di fatto cambiato la situazione in meglio, ma l’ha nascosta meglio. Da un lato proibendo l’accesso a giornalisti ed attivisti, dall’altro depotenziando i migranti in termini di capacità di creare conflitto. Essi infatti ora si ritrovano isolati e con numeri minori, e sotto lo stretto controllo della polizia.

Ma l’esposizione mediatica ha creato un’eccedenza, che di fatto continua a muovere persone da tutto il mondo in direzione di quest’area. E suppur non con gli stessi numeri, ci sono ancora tantissime persone che stanno pianificando di partire. 

Ovviamente anche la chiusura della rotta balcanica ha di fatto portato a questa situazione, obbligando i migranti a cercare situazioni semi-stabili in attesa della ricollocazione. Questo processo sta funzionando al momento, molte famiglie sono già partite in aereo per l’Europa, ma i numeri non sono consistenti. Secondo molti attivisti locali a questa velocità virtualmente ci vorrebbe più di un secolo per ricollocare tutti. Ecco quindi che una casa diventa necessaria anche per coloro che ancora sperano di riuscire a continuare il proprio viaggio. Quest’ultima parte dovrebbe in particolar modo far riflettere: i flussi migratori non possono essere fermati, specialmente se provengono da luoghi come la Siria; possono essere solo spostati. Ed ecco quindi che il laboratorio greco fungerà sicuramente da riferimento nella gestione dei prossimi grossi spostamenti. E sappiamo che, pur avendo una diversa posizione geopolitica, l’Italia è per motivi ovvi uno dei Paesi più attraversate dal fenomeno delle migrazioni. E’ dunque fondamentale continuare ad osservare non solo quello che accade in termini di dispositivi di repressione e di sottrazione di diritti, ma anche ciò che viene prodotto come controffensiva a questi meccanismi. In particolare se mira ad un’integrazione reale e profonda, che viene dal basso.

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