SELF-DESTRUCTION: fermare le violenze a Napoli

7 / 9 / 2015

What to do Is stop the violence and kick the science

Down the road that we call eternity

TRADUZIONE:

Quello che bisogna fare è fermare la violenza, prendere a calci il dogma.

Giù per quella strada che chiamiamo eternità

(Self-destruction, Stop the violence movement, 1989)

Da qualche mese al centro di Napoli si spara. Nella maggior parte dei casi sparano i giovanissimi e muoiono i giovanissimi.

La scorsa notte è successa, tra tutte, la vicenda forse più inquietante. Gennaro, 17 anni,  freddato da uno  dei  numerosi colpi di arma da fuoco  esplosi a caso nel mezzo del Rione Sanità. Gennaro è una vittima assolutamente innocente. Eppure ai giornali è bastata nient’altro che la sua provenienza per parlare immediatamente di lui come di un pregiudicato, lasciando intendere tutt’altra dinamica e infangando la sua giovane biografia già a poche ore dalla morte. Ancora stamattina, nonostante l’acclarata ricostruzione della dinamica, Studio Aperto si è inserito in questa narrazione menzognera, fomentandola. 

Gennaro, nonostante la sua età, per il mainstream è già solo un numero, l’ultimo morto che serve a convocare in prefettura il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza e a motivare probabilmente l’ennesima inutile calata dell’esercito sulla città.

Per noi però Gennaro non può essere un numero.  Per questo a suo padre, storico attivista del movimento dei disoccupati organizzati che ha speso una vita in prima linea per l’emancipazione e la dignità dei subalterni di questa città, dobbiamo innanzitutto una ricostruzione di verità pubblica perché Gennaro non finisca dove aveva scelto di non stare. 

Non è la prima volta che succede che la morte di un innocente venga fatta passare per altra cosa. E’ il quartiere di provenienza e la condizione sociale a determinare il grado di sospetto da volgere ai corpi senza vita e quando il quartiere è popolare quasi sempre non c’è appello. L’innocenza assoluta non esiste. Così Gennaro sta pagando per essere un giovanissimo abitante della Sanità, figlio sicuramente di un Dio minore di quello degli stessi pennivendoli che con superficialità lo hanno descritto come vittima di un agguato.

Che in questa città esistono due pesi, due misure, due registri e due modalità di allarme assai differenti è cosa nota. L’agenda della Napoli “per bene”, preoccupata della sicurezza, stabilisce le priorità in base a un ordine assolutamente arbitrario. Basti pensare a quanto rumore ha generato il raid di Piazza Bellini di qualche notte fa a fronte dell’uccisione del piccolo Gennaro, per il quale ancora nessuno ha speso una parola. Per alcuni politici che già si sfregano le mani in attesa della campagna elettorale, la questione più rilevante  pare essere semplicemente  salvare il marciapiede buono dall’incursione dei “violenti”, come ci ha tenuto a definirli l’ex governatore Bassolino. Proprio lui, che tra città e regione ha governato questo territorio per vent’anni e che ha una quantità infinita di responsabilità nel peggioramento delle nostre condizioni di vita che dovrebbe indurlo a modificare il linguaggio o meglio a stare sapientemente in silenzio.

A noi, alla parte di città a cui non interessano condizioni e provenienze delle vittime di questa mattanza, spetta il compito di prendere parola e costruire la mobilitazione. Non ci sfugge che la vicenda di Gennaro merita la massima attenzione e che provando a contestualizzarla non bisogna correre noi stessi il rischio di confonderla con le altre storie, legate comunque a dinamiche di faida e micro-faida.  Gennaro è comunque la vittima di una guerra. Una guerra strana perché per la prima volta non si combatte tra due grandi clan ma si esprime in una serie di conflitti molto più pulviscolare.  Ogni guerra, qualunque sia la sua forma, lascia sul terreno gli innocenti. Nessuna guerra purtroppo risparmia chi non c’entra.

E allora forse bisogna provare a fare un passo indietro, utile a connettere la morte di Gennaro, gli agguati continui tra  ragazzini e l’inadeguatezza della  propaganda securitaria promossa dalla società civile. 

Tanto per cominciare le guerre di camorra non sono mai un fenomeno inedito. Possono certamente cambiare le forme, le modalità con cui si danno i processi di accumulazione di profitto dell’economia illegale sui territori ma le guerre prima o poi arrivano.

La guerra è l’espressione della  concorrenza nel libero mercato dell’informale e si combatte quasi esclusivamente nei luoghi controllati dall’imprenditoria armata.

Dunque se succedono sempre, ovunque ci sia un territorio sottoposto al ricatto del crimine organizzato, allora dovremmo interrogarci su che cosa sono in effetti queste fantomatiche faide se non un periodico riassestamento delle spartizioni del controllo territoriale, della governance che di volta in volta producono i cartelli criminali nella  gestione del profitto. E soprattutto quanto sono funzionali anche alle clientele politiche del formale questi riassestamenti di cui la città “indignata” e “legale” nota solo l’estetica della brutalità. Da questa prospettiva la storia  dei tanti e troppi giovanissimi che vengono reclutati sistematicamente dai clan  e senza batter ciglio rischiano tutto, va affrontata seriamente, innanzitutto come questione sociale e non come espressione di un’anomalia metropolitana, segnata da una precisa stigmatizzazione antropologica. Nominarli Baby-padrini, boss-bambini o con altre stupide formulette come queste, non fa altro che allargare la distanza tra il fenomeno e la causa, non costruendo In questo senso alcuno spazio per la risposta.  Piuttosto dopo anni di inutile militarizzazione, dopo la sperimentazione delle operazioni “alto impatto” fiancheggiate da indignazione a singhiozzo, possiamo tranquillamente ammettere che  l’informale continua ad essere, in tutte le sue articolazioni, la prima voce dell’economia di alcuni quartieri. Soprattutto perché le richieste del mercato riguardano la città tutta, come dimostra il mercato della droga. L’economia illegale è parte della medesima fabbrica sociale di quella legale. Entrambe nella metropoli e per la metropoli producono merci, sfruttano forza lavoro, controllano e appagano il desiderio. L’illegale detiene l’egemonia sull’appagamento del proibito. 

E se questo è il nodo, allora è evidente che non può esistere forma di risposta collettiva incisiva, mobilitazione delle coscienze efficace  che parta già con la pretesa di costruzione di un noi e di un loro, di una Napoli “per bene” e di una “per male”. A questa idea di città divisa, che non si preoccupa di tutta se stessa  ma di sottrarre alla barbarie la sua parte migliore, andrebbe sostituito piuttosto un accorato appello da noi a noi, un grido  che viene da dentro e che a chi è dentro chiede di interrompere questa follia fratricida funzionale sempre agli interessi degli oppressori.

Abbiamo bisogno di un appello largo e rapido, che contagi tutti e che coinvolga artisti, studenti ma soprattutto i guaglioni che abitano i  quartieri coinvolti. Un appello che richiami allo spirito di quella canzone che nell’89 a New York una parte della scena rap scrisse per fermare le faide tra i neri e l’affermazione dell’etica gangsta. Self-destruction si chiamava il brano. Auto-distruzione, appunto. La stessa a cui ci sottoponiamo da sempre nelle strade di questa metropoli e che oggi ci porta a registrare giorno dopo giorno la scomparsa o il ferimento  di ragazzi sempre più giovani a cui la magistratura adduce cinicamente curriculum criminali da boss sanguinari e che invece, senza quella fame di forca e galera, ci sembra più una immensa tragedia sociale. Per questo, sarebbe il caso che chi ha avuto rilevanti ruoli di governo di questi territori, invece che fare opinione sui fatti di cronaca, si assumesse la responsabilità di aver usato troppo spesso anche la marginalità sociale come terreno su cui lucrare e costruire clientele, lasciando di fatti i tantissimi quartieri popolari di questa complessa città in balia della solitudine e del ricatto del modello di sfruttamento criminale.

Per Gennaro, per suo padre e per la città, dobbiamo lavorare seriamente per costruire una mobilitazione contro i virus che generano i sintomi non una reazione ottusa alla sintomatologia punto e basta.  Una mobilitazione per fermare l’auto-distruzione non per rigettarla nei vicoli poco lontani dal marciapiede buono. E’ necessario scendere in strada per arginare questa forma di oppressione e  per pretendere la rottura dell’isolamento e della marginalizzazione economica di Napoli, perché solo l’arrivo di ingenti risorse destinate allo sviluppo dei territori e solo un’implementazione vera del welfare e delle possibilità di lavoro  può interrompere per sempre  la mattanza. 

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