Sfuggire a Scilla e Cariddi! Tra autonomia differenziale e centralismo scegliamo democrazia diretta e autogoverno.

4 / 3 / 2019

Si sta sviluppando un dibattito che attraversa il nostro Paese da nord a sud sulla cosiddetta autonomia delle regioni più ricche e sviluppate del Nord -Veneto, Lombardia, Emilia-Romagna - che la componente leghista di questo governo vuole affermare con forza sul piano legislativo. Lo scontro con il Movimento 5 Stelle, ma anche con la “sinistra” statalista, è indice della portata delle contraddizioni di questo governo, ma anche un’occasione per chiarire la falsa e mistificante dicotomia tra Stato Nazione centralista - uno e indivisibile - da una parte e le autonomie in salsa leghista dall’altra. Questi processi apparentemente contraddittori avvengono ambedue sotto la “lunga mano” del comando ordo-liberista, del dominio transnazionale del capitale finanziario e del capitalismo predatorio che saccheggia e rapina i territori e la cooperazione sociale produttiva.

Il Movimento 5 Stelle si muove per una ri-nazionalizzazione, nell’epoca in cui assistiamo all’inesorabile tramonto dello Stato -Nazione; la Lega cerca di compensare la svolta lepenista e il tradimento delle vecchie promesse federaliste facendosi rappresentante dei potentati economici del nord, donando ad esse ancora maggior potere; a sinistra, alcuni covano ancora l’illusione neo-keynesiana di un ripristino del welfare quando son venute meno le condizioni storiche del suo sorgere.

Una serie di contraddizioni che rimandano l’una all’altra e che pongono il problema di un’alternativa radicale e di un nuovo potere costituente.

L’autonomia della Lega Nord ha nel Veneto di Luca Zaia uno degli elementi trainanti: essa non è altro che un rafforzamento delle lobby politico-affaristiche responsabili della devastazione ambientale di questo territorio in nome del mercato e del profitto. È l’autonomia di chi vuole avere le mani libere, senza lacci e lacciuoli, per difendere i privilegi e interessi di pochi, per la privatizzazione del  “Comune”, per la definitiva distruzione del welfare universalistico.

Come è evidente, la concezione autonomista della Lega non ha niente di federalista e men che meno si tratta di un ridimensionamento dello Stato, come nello slogan reaganiano «meno Stato, più mercato», del tutto fuorviante e mistificante,  visto che il neoliberismo vuole in realtà «più Stato e più mercato» nel contempo. Il vero obiettivo è in realtà lo smantellamento del welfare nella sua accezione universalistica, il ripristino assoluto del diritto della proprietà privata, una colossale redistribuzione di reddito e ricchezza in forma rovesciata, dal basso verso l’alto, dai bisogni delle popolazioni agli interessi di pochi.

In questo quadro si inserisce la ri-stratificazione gerarchica dei territori e delle popolazioni, delle loro risorse e ricchezza, in nome dell’autonomia. Lo Stato forte dei neoliberisti, a totale servizio del mercato, è il frutto della rottura di ogni mediazione tra capitale e lavoro, quella stessa che sulla spinta delle lotte operaie era stata la base materiale della costituzione del welfare. La ricaduta di questo processo storico, la dissoluzione dello Stato-sociale nazionale nel post-fordismo, riguarda anche la ridefinizione del governo dei territori e delle popolazioni, le nuove linee di confine, di inclusione/esclusione. Si tratta di un nuovo colonialismo interno ai paesi metropolitani, nuove articolazioni del rapporto sviluppo/sottosviluppo, la sostituzione dei diritti universali con una concezione del diritto ineguale e differenzialista. Il nesso tra tutti questi aspetti disegna il processo di grande complessità che sta a monte della controriforma della Lega sulle autonomie regionali.

Ai tempi del referendum sull’autonomia veneta, circa due anni fa, passaggio cruciale di questo scenario, avevamo sviluppato alcuni spunti di riflessione ancora validi. Innanzitutto, i processi dati storicamente di liberazione, indipendenza, autonomia territoriale non si sono mai determinati dall’alto: al contrario, si sono sempre manifestati come forma di potere costituente dal basso che, nel fuoco della lotta e del conflitto radicale, anche armato, hanno forgiato nuovi percorsi di liberazione contro il potere costituito. Nell’Europa dell’ultimo secolo si sono dati processi di questo tipo  a volte vincenti, altre no, come nell’Irlanda repubblicana, nei Paesi Baschi, in Corsica, Scozia, Catalogna. Sono esempi di forte espressione di movimentazione sociale e culturale e non semplici effetti “glocal”. Di riaffermazione di un passato glorioso c’è ben poco in questi esempi: al contrario, lo sguardo è sempre stato rivolto al futuro, alla creazione di una società nuova, più libera, giusta e democratica, non alla tradizione, bensì all’innovazione della vita politica e sociale. Bisogna ricordarlo a chi crede che l’indipendenza e l’autogoverno si conquistino tramite lo sventolio di una bandiera di una repubblica passata o mettendo una x su una scheda referendaria!

Il referendum per l’autonomia veneta di due anni fa ha rappresentato un esperimento pilota, alla base delle attuali proposte di legge. In esso erano già contenute in nuce tutte quelle contraddizioni che si sono dipanate nel tempo, fino alla fase attuale che vede al governo la lega lepenista di Matteo Salvini. La richiesta di referendum non veniva determinata da un movimento reale, bensì dall’alto verso il basso per riaffermare e rafforzare l’egemonia della Lega Nord. Una “rivoluzione passiva”, per usare la terminologia gramsciana, in cui un gruppo dirigente, dall’alto delle proprie posizioni di potere, cerca di legittimarsi in nome del “popolo”. È evidente il tentativo recuperare il consenso dell’elettorato storico leghista da parte di Salvini, che mira oggi alla riaffermazione dello Stato-nazione italiano più che all’autonomia della Padania, più ad un neo-centralismo autoritario statalista e nazionalista che a un’ipotesi federalista. Una contraddizione macroscopica, che smaschera fino in fondo l’ipocrisia della Lega e il suo ruolo funzionale agli interessi dell’ordine neo-liberista. 

Chi ha deciso di fare il Mose? Chi ha gestito tramite Ater il patrimonio residenziale pubblico dal punto di vista della speculazione privata e della gentrificazione? Chi permette alle lobby affaristiche di ogni tipo di cementificare il territorio, avvelenare le nostre acque, come la Miteni per i PFAS , appropriarsi dei beni comuni a scapito della salute e qualità della vita di tutti i cittadini? Chi insiste sulle grandi opere inutili, come la Pedemontana , portatrici di devastazione ambientale e corruzione in nome del profitto di pochi? E così via, l’elenco è infinito.

Affidare l’autonomia a costoro sarebbe come nominare Dracula presidente dell’Avis!

Ma allora, che fare? Intanto le territorialità, definite da un complesso di relazioni produttive, sociali, culturali entro confini predeterminati, non hanno nulla a che vedere con processi “naturali”: al contrario, sono un prodotto storico, una costruzione politica in continuo divenire e trasformazione. È necessario re-inventare in forma nuova la territorialità, i rapporti e intrecci tra territori nell’epoca della globalizzazione da un punto di vista radicalmente democratico, spezzare le relazioni di potere che li attraversano, le gerarchie che li suddividono secondo gli interessi di classe delle oligarchie dominanti, rompere la macchina neo-feudale che sta alla base del concetto di autonomia dei ricchi e dei potenti.

Tra ri-nazionalizzazione e statalismo da una parte e falsa autonomia dall’altra, tra Scilla e Cariddi - il passaggio obbligato per Ulisse - è possibile trovare un’altra strada, un’altra via, un’alternativa di liberazione?

La ricostruzione dal basso del territorio, la riappropriazione delle idee-forza di autonomia, indipendenza, autodeterminazione da un punto di vista rivoluzionario si innerva nelle pratiche di lotta, di resistenza , di autorganizzazione che pure si manifestano in ogni parte del mondo, su tutti i piani della vita e riproduzione sociale, dall’ambiente, al reddito, alle contraddizioni di genere, di razza, di classe. Frammentate, certo, ma che rappresentano un enorme potenziale biopolitico che bisogna trasformare in potenza!

Non ci possono essere facili ricette o schemi precostituiti in questo senso, bensì lo sviluppo dinamico di un “potere costituente” sempre aperto, la creazione di nuove istituzioni del comune: dalla resistenza al contropotere, dal contropotere al “potere costituente” fondato sulla democrazia diretta e le assemblee autonome. 

Chi decide? Come, cosa, quanto produrre e perché? Come redistribuire la ricchezza in forma egualitaria e secondo criteri di giustizia sociale ed ambientale?

Ogni mediazione con il “potere costituito” su questi terreni è impossibile  e si pone direttamente sul piano di costruzione di nuove forme di vita sociale, vivere, abitare, cooperare in territori più liberi e giusti, ridisegnati a misura d’uomo. Bisogna avere una grande forza di immaginazione produttiva e creativa e prendere estremamente sul serio l’indicazione zapatista del “Camminare domandando”, saper cogliere le esperienze di autorganizzazione, democrazia diretta, autogestione già presenti oggi, elaborarle, progettare, aprire la scena storica apparentemente immobile a varie ipotesi, soluzioni, proposte mai chiuse, in continuo divenire. Scavare all’interno della storia per riportare alla luce tutte le alternative rimosse, occultate, ferocemente represse nella costruzione dello Stato nazionale e dell’ideologia nazionalista che lo ha sorretto e che continua a produrre “piccole” e “grandi” patrie, false autonomie e falsa indipendenza. Vale per tutti la straordinaria esperienza del confederalismo democratico in Rojava, nel corso dell'eroica lotta dei popoli del Kurdistan: può essere uno stimolo anche per noi, riscoprendo la tradizione municipalista che pure ha avuto tanta parte nella storia del nostro paese e riuscendo a interpretarla in forma nuova, nell’orizzonte di un confederalismo di municipalità libere, indipendenti, autogovernate.

Non uno schema, certo, ma un orizzonte possibile in cui collocare la nostra azione politica, una suggestione, un’utopia concreta, per sfuggire al passaggio obbligato tra Scilla e Cariddi!

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