Si chiama calcio o si chiama azienda?

31 / 3 / 2020

Tra smartworking, cassa integrazione e licenziamenti, la pandemia che tiene sotto scacco l’Italia sta innegabilmente apportando dei cambiamenti radicali, e tra le pesanti ripercussioni economiche e sociali, ci sono ancora dei lavoratori che non hanno potuto lasciare le fabbriche, perché ritenute da Confindustria e company essenziali per il nostro sistema.

L'industria del calcio anche se in maniera scomposta e dopo varie vicissitudini, si è fermata. Il numero 289 del CIES Football Observatory Weekly Post ha presentato quelli che saranno le problematiche sui valori di trasferimento dei singoli giocati nel caso si rimanga fermi senza giocare fino a giugno, mese nel quale molti contratti andranno in scadenza. 

Il valore di trasferimento totale dei giocatori nei 5 campionati più grossi diminuirebbe del 28%: da € 32,7 a € 23,4 miliardi.

L'entità della riduzione varia in base a diversi fattori tra i quali l'età dei giocatori, la durata del contratto, la carriera e le ultime prestazioni. La perdita maggiore, in termini relativi, riguarda ovviamente calciatori con scadenza del contratto a giugno e che sono un po’ avanti con l’età.

Ad esempio, il valore di trasferimento stimato di Paul Pogba sarebbe quasi dimezzato da € 65 milioni a € 35 milioni. Il problema non sarà soltanto il valore dei calciatori e il prossimo mercato. Molto più pesanti saranno le ricadute economiche generali che investiranno tutte le componenti del “sistema calcio”.

In questo momento cosi difficile tutti e tutte richiedono l’aiuto dello Stato.

Anche il calcio italiano ha chiesto aiuto al governo. Infatti, la sosta forzata ha alimentato tensioni tra calciatori e società. Qualche giorno fa la Federcalcio ha inviato una lettera a tutte le leghe professionistiche per chiedere di fornire un monitoraggio completo delle perdite e dei mancati incassi causati dal coronavirus. L’obiettivo era quello di presentarsi al governo con una serie di richieste utili al movimento del pallone per ripartire.

Se non fosse possibile riprendere a giocare il danno sarebbe di circa 430 milioni di euro, circa il 30% del fatturato annuale della Lega Serie A, tra diritti tv, mancate partite di nazionali, coppe europee, etc. 

La scorsa settimana Umberto Calcagno di Assocalciatori ha dichiarato: «Con la Figc siamo al fianco delle leghe per chiedere al governo provvedimenti speciali».

Intanto i giocatori sono fermi da oltre un mese: troppo. Per questo tanti club, su tutti la Lazio di Lotito, stanno cercando di convincere i loro atleti a tornare ad allenarsi. Sul tema hanno preso una posizione rigidissima i medici sportivi e l’Assocalciatori: «Alcune società si ostinano a convocare gli atleti per allenamenti in piccoli gruppi o per il controllo della temperatura. Atto vergognosamente irresponsabile. Se poi è volto ad ottenere il rifiuto dai calciatori per procedere con la decurtazione degli stipendi significa che stiamo raschiando il fondo della dignità».

Il ministro Spadafora, invece, ha annunciato le prossime mosse: «proporrò di prorogare per tutto aprile il blocco delle competizioni sportive di ogni ordine e grado. Ed estenderò la misura agli allenamenti, sui quali non eravamo intervenuti perché c'era ancora la possibilità si tenesse l’Olimpiade. Lo sport non è solo il calcio e il calcio non è solo la Serie A. Destinerò un piano straordinario di 400 milioni allo sport di base, alle associazioni dilettantistiche sui territori, a un tessuto che sono certo sarà uno dei motori della rinascita».

Spadafora ha anche utilizzato parole dure nei confronti dei calciatori di Serie A, chiedendo a loro per primi la volontà di un cambiamento che passi per prima cosa da una riduzione degli stipendi. 

Dopo qualche giorno di confusione la Juventus ha deciso in maniera unanime per un taglio degli stipendi. Soddisfatti di questa scelta sono stati il presidente della FIGC Gravina e anche Cosimo Sibilia, presidente della Lnd, dichiarando che per il mondo dei dilettanti la priorità è quella di portare a termine i campionati nell’arco di 30-40 giorni. Sibilia si è dimostrato soddisfatto anche della proposta del ministro Spadafora di voler destinare allo sport di base e alle associazioni dilettantistiche 400 milioni.

La domanda che il mondo del calcio si pone è quanto sia possibile che le altre società calcistiche italiane seguano la scelta della Juventus.

Sicuramente i piccoli club puntano ad un taglio e non ad uno spostamento degli emolumenti alla prossima stagione. 

Nel frattempo l’eventuale chiusura anticipata della stagione porterebbe con sé una variabile pesantissima, il tema dei rapporti con Sky e Dazn, che non vorrebbero pagare l’ultima rata ai club e questo sarebbe un grosso danno economico soprattutto per le piccole società

Per Damiano Tommasi le parole di Spadafora, hanno aumentato le possibilità che i campionati non si chiudano. Ed è proprio sulle parole di Spadafora che è andato in scena un altro scontro. A "Repubblica", il ministro dello sport, dopo aver definito "irrealistica" la data del 3 maggio per la ripresa del campionato, ha anche nuovamente bacchettato il calcio. "Dalla serie A mi aspetto che le richieste siano accompagnate da una seria volontà di cambiamento: le grandi società vivono in una bolla, al di sopra delle loro possibilità, a partire dagli stipendi milionari dei calciatori. Devono capire che niente, dopo questa crisi, potrà essere più come prima". Parole che hanno provocato la reazione della Lega di A. "Non credo sia il momento di fare polemiche o demagogia", ha detto il presidente Paolo Dal Pino. Nella nota diffusa in serata, si dice che "la serie A da sempre svolge un riconosciuto ruolo di locomotiva del comparto, producendo direttamente ogni anno circa 3 miliardi di euro di ricavi totali e generando un indotto di 8 miliardi a beneficio dell’intera piramide calcistica". 

Ancora una volta nel mondo del calcio, sembra ci siano due fronti opposti: quello delle società e dei tifosi.

Gli ultras in qualche articolo sono stati additati come colpevoli di aver “diffuso” il virus, facendo riferimento alla partita di Champions League tra Atalanta e Valencia, ma di contro sono stati i primi a prendere posizione sul blocco dei campionati. I primi a rilasciare dichiarazioni sono stati gli ultras bergamaschi per voce del leader Claudio Galimberti detto “Bocia”, che ha scritto una lettera aperta al Presidente Percassi.

Il Bocia ha sottolineato come Bergamo e la sua gente vengono prima della stessa squadra di calcio e che in un momento cosi tragico per la città più colpita dal corona virus non deve esserci spazio per il calcio. Il Bocia sa quanto tutto questo non sarà fattibile, ma si auspica che l’Atalanta sia un esempio per tutti.

Chi governa il calcio, sembra andare in direzione opposta. O si torna a giocare o servono soldi, questo è in sintesi il messaggio. Del resto dopo Miccichè – personaggio di cui abbiamo spesso parlato -  il presidente è diventato Dal Pino, fino a gennaio Chief Executive Officer di Telit Communication e precedentemente top manager di Tim Brasil, Wind, Pirelli e Prometeon Tyre. Questi uomini non hanno a cuore la vera essenza del calcio, ma tutti il business che ci gira intorno. Del resto la direzione tracciata è ormai quella del “calcio-azienda”, come dimostrato dalla scelta dell’Udinese, nel febbraio scorso, di sedersi accanto ai più grandi industriali della città di Udine entrando ufficialmente in Confindustria.

Il vertice che si doveva svolgere ieri tra Lega e Associazione Italiana Calciatori è stato rinviato a questo pomeriggio.

Qualunque sia la scelta un dato è chiaro: la soluzione per “salvare” il calcio italiano non sarà quella di non pagare gli stipendi ai calciatori per quattro mesi - situazione più complicata visto che le perdite sarebbero riprese nella prossima stagione -  o attuare dei paracaduti milionari nei confronti del sistema calcio. Il problema è che l’impresa calcio sta vivendo da troppi anni al di sopra di quelle che sono le proprie possibilità, cercando ricavi in tutti i modi possibili e discostandosi assolutamente da quello che dovrebbe essere lo spirito del gioco del calcio. È bastato un mese di blocco delle partite per far saltare l’equilibrio precario su cui il sistema si basa. C’è soltanto una cosa da salvare: il calcio e non l’azienda calcio.

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