Stare a casa non ha nulla di romantico

Come il privilegio della romanticizzazione della quarantena aiuta a invisibilizzare ancora di più il sistematico e strutturale problema della violenza domestica e dell’accessibilità all’interruzione volontaria di gravidanza.

24 / 4 / 2020

#Iorestoacasa, un mantra quotidiano, una filastrocca che ci sentiamo ripetere tutti i giorni, più volte al giorno: giornali, televisioni, media, social network, influencer, il/la nostr* vicin* di casa.

No, non si tratta dell’ennesima challenge da fare su Instagram nominando a nostra volta i nostri contatti, #iorestoacasa è la campagna lanciata su tutte le piattaforme di comunicazione dal governo italiano e dalla Protezione Civile all’inizio del lockdown, per fronteggiare l’emergenza Covid-19 e per contenere i contagi.

Senza dubbio l’emergenza e l'aumento dei contagi sono un dato di fatto, così le misure contenitive che sono necessarie. Ma allora cosa c’è di sbagliato? È sbagliato voler tornare alla normalità preesistente prima della pandemia, è sbagliato spingere le persone a vivere nell’individualismo senza prendersi cura del prossimo, è sbagliato pensare che le misure adottate siano uguali per tutt* e soprattutto, che ci rendano tutt* uguali! Così come prima dell’emergenza vivevamo in un mondo permeato dalle disuguaglianze sociali, economiche, di classe, di genere, un mondo che da secoli necessita di cambiamenti radicali, di un sovvertimento del sistema di sviluppo capitalista e predatorio, ora più che mai, non possiamo dimenticarcelo. Perché queste contraddizioni restano, si accentuano, emergono con sempre maggior vigore.

Così come noi non possiamo dimenticarci del mondo prima della pandemia, i governi non se lo possono permettere. Le misure straordinarie dovrebbero essere facilmente raggiungibili senza fare distinzione alcuna e in particolar modo coloro che vivono situazioni di marginalità, con difficoltà ad accedere ai servizi, in pericolo. Perché sì, è giusto stare a casa, ma questo è molto facile per chi può permetterselo e vive nel privilegio.

Le istituzioni si sono dimenticate di molte fasce della popolazione nei numerosi decreti pubblicati e misure attuate, una tra tutte le donne vittime di violenza domestica.

La violenza domestica, così come la violenza di genere in generale, è sempre esistita: millenni di società patriarcale hanno spesso normalizzato questi episodi, colpevolizzando gli atteggiamenti della vittima e giustificando le azioni dei colpevoli. Normalizzati al tal punto che addirittura quando ci si trova ad affrontare una pandemia globale, questo aspetto viene preso in considerazione in maniera marginale. Ma ricordiamocelo, la violenza contro le donne non è una rara eccezione, infatti, il 31,5% delle donne dai 16 ai 70 anni (6,78 milioni) ha vissuto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.

Di fronte a un dato di questo tipo le istituzioni dovrebbero prendere posizione in maniera netta per arginare questo fenomeno, finanziando coloro che portano avanti percorsi per la fuoriuscita dalla violenza, i centri antiviolenza, le case rifugio per le vittime, i consultori, a maggior ragione se ci troviamo tutte e tutti in una situazione come quella attuale, dove, costrette a restare a casa, le donne che subiscono questa violenza devono condividere le mura domestiche 24 ore su 24 con il partner violento.

E invece questi fondi zoppicano, si sbandierano finanziamenti che in realtà non sono tali come ben racconta il CENTRO D.i.RE – Donne contro in rete contro la violenza: «La ministra Bonetti ha sbloccato 30 milioni. Ma sono risorse ordinarie già destinate nel 2019 al Piano nazionale antiviolenza, che aspettiamo dall’anno scorso. Di questi fondi 20 milioni sono destinati per l’attività ordinaria di centri antiviolenza e case rifugio e 10 milioni per ‘specifiche attività collaterali per il contrasto della violenza’, ora dirottati sull’emergenza Covid-19 attraverso le Regioni. Si sottraggono di fatto risorse ad attività quali la formazione e l’inserimento lavorativo delle donne sopravvissute alla violenza, che pure sono essenziali per completare l’attività di accoglienza e supporto realizzata dai centri antiviolenza. La gestione ordinaria dei centri antiviolenza richiede impiego di risorse che non sono pervenute nei tempi dovuti e l’avvento dell’epidemia ha determinato un aggravio molto pesante delle attività».

Se ciò non bastasse le notizie hanno parlato chiaro fin da subito, per citarne solo alcune: un settantenne della provincia di Pesaro ha cercato di uccidere la moglie a martellate, a Padova una donna è stata salvata dalle botte del marito grazie ai vicini di casa che hanno allertato le forze dell’ordine, a Torino un 65enne ha sparato alla moglie e al figlio prima di suicidarsi, a Roma un uomo ha ucciso la madre e a Firenze un altro ha accoltellato il cognato che aveva ospitato la compagna in fuga dai maltrattamenti.

Inoltre, per quanto inizialmente, nelle prime settimane di quarantena i telefoni dei centri antiviolenza hanno smesso di squillare (a causa del fatto che, per una donna, la possibilità di mettersi in contatto con l’esterno alla ricerca di aiuto, è estremamente più difficile convivendo con l’abusante) una rilevazione statistica afferma che nell’ultimo periodo le richieste di supporto sono aumentate del 74,5% rispetto alla media mensile calcolata nel 2018.

Di fronte a dati così clamorosi emerge un ulteriore problema che non si può non considerare: i centri antiviolenza, per quanto considerati un servizio essenziale, di fatto non percepiscono gli stessi presidi, servizi e attenzioni dei servizi essenziali, ritrovandosi così a non avere risorse abbastanza per garantire e mettere in pratica adeguatamente gli aiuti rispettando le norme igienico-sanitarie necessarie.

Sono una prerogativa essenziale, ora più che mai, maggiori fondi da destinare ai centri antiviolenza, affinché possano sopperire a tutte le richieste, bisogna aiutare economicamente tutte le donne ospitate nelle case rifugio che stanno perdendo il lavoro a causa dell’emergenza, tutelare le donne richiedenti asilo o rifugiate e le donne vittime di tratta, categorie che si trovano in una situazione di maggiore vulnerabilità. È fondamentale far sì che non sia la donna vittima di violenza (e in molti casi assieme ai bambini vittime di violenza assistita) a doversi allontanare dal domicilio, bensì l’uomo abusante e maltrattante, questo non lo dicono solo i centri antiviolenza, lo prevede la legge. Ma in questo momento la violenza domestica viene considerata un’emergenza nell’emergenza, quando invece, si tratta di un fenomeno preesistente alla pandemia, e soprattutto, un fenomeno che non possiamo mettere in secondo piano nonostante la situazione che ci troviamo ad affrontare.

Quando parliamo di aiuti economici, è necessario non rivolgersi solo alle donne vittime di violenza, bensì a tutti e tutte. A causa dell’emergenza milioni di persone hanno perso il posto di lavoro, non hanno più entrate, non sanno come pagare l’affitto, le bollette e come mantenere i figli. Di fronte a questa crisi, che senza ombra di dubbio peggiorerà nei mesi avvenire, anziché preoccuparsi della riapertura delle fabbriche, degli stabilimenti balneari e dei centri commerciali, bisogna fornire gli aiuti primari alle persone, bisogna garantire i beni di prima necessità: coloro che hanno perso il lavoro, che perderanno la casa, che una casa nemmeno ce l’hanno, che si trovano in situazioni di marginalità e povertà hanno il diritto di poter accedere gratuitamente a questo genere di beni. In tutto ciò le donne, le donne migranti, le donne senza fissa dimora, le donne vittime di tratta devono poter reperire gratuitamente assorbenti, tamponi e contraccettivi, beni già tassati come beni di lusso nella “normalità” e che, ora come ora, diventano ulteriormente inaccessibili a chi ne ha più bisogno.

Infine, insieme a tutte queste contraddizioni che si stanno intensificando con l’emergenza Covid-19, dove specialmente le donne si trovano ad affrontare ulteriori difficoltà, non possiamo non tenere in considerazione l’accessibilità all’interruzione volontaria di gravidanza che, con gli ospedali oberati di lavoro, viene spesso a mancare.

Ma facciamo un po’ di chiarezza, le modalità di IVG in Italia sono due: l’aborto farmacologico (introdotto solamente nel 2009) attraverso la somministrazione di due farmaci presi in due momenti diversi l’uno dall’altro che possono essere prescritti solamente in ospedale, e l’aborto chirurgico che prevede il ricovero in ospedale e un intervento vero e proprio. Il primo in Italia è possibile farlo entro le sette settimane di gravidanza, anche se, secondo la comunità scientifica, sarebbe possibile ricorrere ai farmaci entro le nove settimane, il secondo invece, è da effettuare entro i tre mesi di gravidanza. Per di più, la procedura legislativa prevede una settimana di riflessione prima di poter ricorrere nell’effettivo all’IVG.

Da ciò possiamo trarre diverse considerazioni: in primo luogo, vista la situazione emergenziale e il pericolo a cui si incorre recandosi in ospedale sarebbe di fondamentale importanza eliminare la settimana di riflessione in modo da implementare la procedura farmacologica senza dubbio meno invasiva e rischiosa. Se una donna decide di abortire deve essere libera di farlo quando vuole e lo ritiene necessario, la libertà di scelta sui propri corpi non è prerogativa di terzi. In secondo luogo, i consultori dovrebbero essere luoghi di prescrizione dei farmaci abortivi, in modo da limitare ancor di più l’entrata e l’uscita delle donne dagli ospedali, luoghi di contagio e pericolosi per la salute. Non è di minor importanza l’urgenza di maggiori finanziamenti ai consultori, i luoghi primari in cui una donna si reca quando decide di abortire, ma che tuttavia, a causa delle norme emergenziali spesso sono chiusi o non offrono tutti i servizi, costringendo così le donne a recarsi in ospedale. Sottolineiamo che, proprio per i numerosi contagiati, molti di questi hanno chiuso il servizio IVG, costringendo le donne a recarsi fuori provincia e quindi ad attendere ancora più tempo (e come sottolineato sopra il tempo è prezioso e fondamentale quando parliamo di IVG!). Non sono pochi i casi di donne che proprio a causa dei tempi di attesa infiniti non hanno potuto accedere alla procedura di interruzione di gravidanza farmacologica, o che recandosi in ospedali esterni alla propria provincia si sono ritrovate, inizialmente, impossibilitate ad abortire.

La situazione è grave, ma non è niente di nuovo, è frutto di anni e anni di politiche che hanno tagliato in maniera costante sulla sanità e sui servizi, è figlia di costanti tentativi di mettere in discussione la libertà di scelta delle donne e i loro diritti, deriva da una società che ha sempre messo in secondo piano la vita delle persone più svantaggiate.

Queste contraddizioni però emergono, si fanno sentire, toccano la stragrande maggioranza della popolazione e non possono rimanere tali. In altri paesi la situazione è ancora peggiore: in Polonia il parlamento discute un disegno di legge criminale che prevede l’abolizione del diritto all’aborto in caso di malformazioni del feto e vieta l’educazione sessuale, in Ungheria, l’ormai dittatore Orban, dopo aver acquisito pieni poteri, promuove una legge che vieta la riassegnazione di genere per le persone transgender, impedendo quindi la possibilità di essere riconosciut* ufficialmente attraverso la propria identità di genere anziché il sesso biologico.

Di fronte a tutto ciò, è giusto restare a casa, ma non possiamo non prendere parola, non possiamo smettere di pensare ed elaborare nuove modalità di mobilitazione e di presa di posizione. È fondamentale prendersi cura l’un* con l’altr*, non lasciarsi sol*, combattere come ci è possibile perché la situazione emergenziale che stiamo vivendo è difficile da affrontare per tutt*, ma per alcun* più di altr*.

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