Stato, città, individui e collettività: come il covid sta trasformando lo spazio urbano e i rapporti sociali

19 / 5 / 2021

Un'intervista a Francesco Biagi (Treviso, 1986) è ricercatore in sociologia urbana presso il gruppo di ricerca GESTUAL (Grupo de Estudos Sócio-Territoriais, Urbanos e de Ação Local) del centro di ricerca della facoltà di architettura di Lisbona, CIAUD (Centro de Investigação em Arquitetura, Urbanismo e Design). Attualmente si sta impegnando nella riscoperta del pensiero di Henri Lefebvre, riportando in auge la sua riflessione sulla città e lo spazio come prospettiva da cui muovere per comprendere le attuali trasformazioni urbane nel XXI secolo. A tale proposito ha pubblicato: Henri Lefebvre. Una teoria critica dello spazio (Jaca Book, Milano, 2019). 

F.T. Le misure di contenimento del covid hanno provocato un cambiamento del rapporto con lo spazio urbano: il lockdown dell’anno scorso ci ha costretti in casa, azzerando totalmente la possibilità di vivere e plasmare la città, mentre il periodo che ne è seguito, e che stiamo vivendo ora, è caratterizzato da un rapporto normato, fatto di coprifuoco e regole sul come vivere lo spazio pubblico. Quindi, se da una parte abbiamo avuto un aumento di norme riguardanti l’agire nello spazio e il conseguente aumento del controllo del rispetto di tali leggi, dall’altra parte abbiamo assistito ad uno svuotamento degli spazi cittadini, riempiti, invece, da regole il cui rispetto è affidato alle forze dell’ordine. Quest’ultima dinamica si è data soprattutto durante il primo lockdown, tuttavia si può dire che nel suo complesso è un fenomeno ancora in atto. A tuo parere questa dinamica di svuotamento dello spazio urbano e riempimento di esso attraverso elementi concreti e astratti che rappresentano lo stato (forze dell’ordine e norme), ha creato, o può creare un cambiamento, mediato dallo spazio urbano, del rapporto e della percezione dello stato da parte del cittadino?

F.B. La mia risposta è “sì”, ma vorrei argomentare bene. Tu parli di “svuotamento dello spazio urbano” e io sono d’accordo, ma – con Henri Lefebvre – vorrei approfondire la questione. Lefebvre sostiene che lo “spazio urbano” è sempre anche uno “spazio sociale” nella misura in cui, in primo luogo, è il teatro della genesi e sviluppo delle relazioni tra esseri umani (senza “spazio” l’essere umano non ha un luogo di agibilità e di espressione dove concretizzare ciò che pensa) e, in secondo luogo, è anche il “prodotto”, il “risultato” e il “frutto” di un’azione ambivalente e antagonista delle pratiche di socializzazione: da un lato, lo “spazio sociale” è il prodotto delle strutture di dominio capitalista, dall’altro, è il prodotto – al contrario – dei gruppi sociali che lo vivono e lo attraversano, ma che non ne determinano la sua organizzazione ultima di potere. Nel rilevare l’esistenza delle asimmetrie socio-politiche dal punto di vista dell’analisi spaziale, Lefebvre dà anche una definizione, e quando si chiede “che cos’è la città?” dà questa risposta: “la città è la proiezione della società sul territorio”. Che cosa significa? Significa che, nell’urbanistica e nell’architettura ritroviamo la concretizzazione visibile delle disuguaglianze di classe, di razza e di genere che sono presenti nella nostra società. La dimensione spaziale della città non fa altro che proiettare nei luoghi della vita quotidiana, una determinata organizzazione sociale di un gruppo umano. A questo, poi, si aggiunge la pandemia in cui ci ritroviamo, da molti definita anche “sindemia” per evidenziare le numerose contraddizioni e crisi che precipitano assieme in questa fase storica globale. Quindi, se nello spazio urbano ritroviamo una proiezione territoriale degli assetti di potere, quale tipo di cambiamento vive il cittadino nei confronti del suo rapporto con lo Stato durante una pandemia? 

Io credo che, innanzitutto, l’asimmetria di potere aumenta, così come aumentano le disuguaglianze a partire dai regimi eccezionali di restrizione che si applicano. Lo “spazio sociale” è stato svuotato e desertificato per evitare la diffusione del virus: è un dato di fatto. A questo si è aggiunto l’obbligo del distanziamento fisico e la maggiore presenza delle forze dell’ordine che devono garantire la repressione delle violazioni delle nuove leggi inaugurate da marzo 2020. In questo contesto, il rapporto tra cittadino e Stato necessariamente si lacera se non è presente una dimensione chiara di “cura collettiva”, del “prendersi cura” in maniera solidale riguardo a tutte le sfere e i contesti di vita di ognuno. A mio avviso, il vero problema non è la dimensione repressiva in se, ma gli scopi politici che si perseguono. Innanzitutto, va registrata la scarsa capacità di dare risposte brillanti di “alta politica”, di conseguenza ha prevalso una mentalità di tipo burocratico, che ha disciplinato i comportamenti al di là delle ricadute concrete complessive. Penso che sia possibile decidere aperture e chiusure senza strizzare l’occhio a misure para-militari. In secondo luogo, se il cittadino vede che le misure repressive inaspriscono le disuguaglianze sociali già presenti prima della pandemia, non c’è alcuna via d’uscita. Di fatto, il Conte II, prima, e Draghi, oggi, aggiungono un apparato repressivo senza far fronte alle vere contraddizioni del sistema neoliberista in cui viviamo. Se ci fosse un cambio di rotta nella gestione della servizio sanitario pubblico, se ci fossero misure economiche più eque che riducono l’ampia forchetta delle disuguaglianze sociali, le misure repressive nello spazio pubblico sarebbero più comprese e più rispettate, forse anche con un’incidenza minore, perché ideate all’interno di un progetto politico di società che autenticamente non si dimentica di nessuno. Al contrario, con il Conte II abbiamo visto “un colpo al cerchio e uno alla botte” sul piano delle misure sociali che non è stato sufficiente, e ora con Draghi abbiamo quasi tutto lo spettro parlamentare che è al governo con l’ex-presidente della Banca Centrale Europea.

Per fermare il contagio del virus è stato necessario svuotare lo spazio pubblico, ma questo svuotamento e le norme repressive che ci hanno costretto a confinarci in casa non sono state accompagnate da altrettante disposizioni legislative che rendessero la vita un po’ più degna di essere vissuta per tutti e tutte. Dico questo, per concludere, perché il distanziamento fisico e lo svuotamento dello spazio urbano, durante la prima fase di marzo 2020, è stato un male necessario per fermare i contagi, che non ha ritrovato adeguate forme di cura solidale per tutta la collettività, e in particolar modo per i più oppressi e vulnerabili. La lotta di classe dall’alto – per dirla con Luciano Gallino – è continuata in altre forme in questa pandemia e tutto è precipitato più violentemente.

F.T. Le misure emergenziali hanno ridotto al minimo, se non azzerato, gli aspetti più sociali e ludici normalmente presenti nell’urbano, rendendo la città quasi un mero contenitore di servizi (supermercati, poste, banca, ecc…), per cui il cittadino esce per soddisfare i propri bisogni e poi ritorna a casa. Anche questo tipo di meccanismo si è dato in maniera esponenziale durante il primo lockdown, ed è stato poi smussato con i decreti successivi, mantenendo però l’impostazione di allontanamento tra il cittadino e lo spazio pubblico, e causando quindi un’ulteriore frammentazione tra il proprio “io” e lo spazio in cui questo si colloca e si muove. Da una parte si potrebbe quindi pensare ad un incremento di quell’aspetto individualista che già caratterizzava la società prima dell’avvento del corona virus, dall’altra parte nell’ultimo anno abbiamo assistito ad un aumento di pratiche mutualistiche, di iniziative dal basso, e di creazione di percorsi vertenziali sia a livello locale che a livello nazionale. Come possiamo leggere, quindi, l’incremento di azioni collettive in relazione alla chiusura dello spazio pubblico?

F.B. Tu evidenzi molto bene due corto-circuiti su cui riflettere. Il primo: i bisogni necessari sono entrati in rotta di collisione con il regime dei consumi. Lo stare in casa ci ha costretti a rivedere in parte gli stili di vita, tuttavia questo cambiamento ha riprogrammato le catene del consumo, che sono sempre anche catene dello sfruttamento, e nuove forme di valorizzazione capitalistica hanno portato ampi settori della logistica sviluppatisi attraverso le piattaforme digitali a fatturati stellari. Gli appelli alla responsabilità morale per la sicurezza sanitaria contro l'impulso ai consumi e alla rivalorizzazione degli rapporti umani familiari si sono sciolti come neve al sole, perché non hanno compreso la capacità del capitalismo di creare e ricreare nuovi mercati e nuovi consumi dettati da nuovi bisogni indotti, a partire da una nuova forma di vita (il confinamento e la quarantena). Inoltre, l’individualismo e la frammentazione delle relazioni non si cura certo “cogliendo l’occasione” della pandemia per decostruire l’alienazione dei rapporti umani intrafamiliari, anzi, anche qui abbiamo visto un inasprirsi dei casi di violenza domestica e, nel proprio spazio di casa, è entrato violentemente il potere di comando che si subisce sul posto di lavoro. Certamente, non metto in dubbio che per alcuni settori il lavoro da casa possa essere un vantaggio per il lavoratore, tuttavia ci sono molti studi che hanno evidenziato l’arretramento provocato dal lavoro online sul piano dei diritti sociali. Anche su questo tema, non c’è stata alcuna riflessione da parte del potere governativo. Sarebbe necessario mettere a fuoco le conseguenze sociali della sovrapposizione tra l’ambiente di lavoro e la propria casa. Si deve stare a casa, e la città e lo spazio urbano sono diventati, appunto, contenitori di servizi o luoghi al servizio della circolazione delle sole merci. Questa, a mio parere, è la distopia individualista di aziende come Amazon: il cittadino-cliente non si muove da casa mai e con un click ha tutto a portata di mano. Lo spazio urbano, quindi, è solo transito e non più luogo di vita collettivo. 

Il secondo punto è l’altro corto-circuito, più salutare per la cura della collettività, ovvero l’aumento di pratiche mutualistiche e di iniziative dal basso, in contro-tendenza rispetto all’imperativo di stare a casa. L’intelligenza è stata quella di lavorare nelle soglie e negli interstizi lasciati liberi dalle nuove norme restrittive, senza rassegnarsi all’impossibilità del contatto umano. Chiaramente questo ha comportato il rischio del contagio, ma ha prevalso l’avanzamento di un progetto sociale veicolato attraverso le forme mutualistiche, e direi per fortuna! Questo incremento di azioni collettive in relazione alla chiusura dello spazio pubblico penso che possa essere letto come una risposta politica concreta all’insoddisfazione emersa dalla gestione governativa della pandemia, o meglio, all’ennesima ricetta che propone un’uscita dalla pandemia in linea con l’ideologia neoliberista. Queste reti di cura del mutuo appoggio, secondo me, ricordano molto il lavoro sociale del movimento operaio nell’Ottocento: il sindacalismo sociale e rivoluzionario univa alla lotta per i diritti sociali e per un welfare adeguato anche reti di sostegno collettive che risolvessero in maniera più equa e solidale quegli obiettivi che avrebbe dovuto risolvere, invece, un’autentica comunità politica che non fosse solo “il comitato d’affari della borghesia”. Penso agli studi sul movimento operaio di Jacques Rancière e Pino Ferraris o ai romanzi di Valerio Evangelisti sulle origini del socialismo italiano e statunitense. E’ da qui che, sicuramente, dobbiamo ripartire per costruire percorsi politici di emancipazione e liberazione contro il neoliberismo e, in modo particolare, contro quella vulgata individualista che ha creato una sua spietata egemonia culturale nella nostra società. Il mutualismo è certamente quel programma politico di base che ci può permettere di praticare “un’anticipazione” di quella nuova società per cui lottiamo. E’ anche il mezzo attraverso il quale possiamo iniziare a ribaltare le logiche individualiste e di profitto. Non mi voglio spingere oltre, non amo “profetizzare” scenari politici futuri, ma preferisco evidenziare quei germogli di nuova società, quei “semi sotto la neve” che crescono nei momenti difficili. Tuttavia, non nascondo che da queste reti del mutualismo possano nascere nuove forme di “democrazia insorgente” per dirla con Miguel Abensour, ovvero nuove forme di politicizzazione e organizzazione collettiva che ci permettano di concepire la politica come reale cambiamento della nostra vita quotidiana. La sfida sul lungo periodo è anche quella di ridare al significato di “politica” il suo autentico valore: il cambiamento dei rapporti di forza, la trasformazione e il miglioramento delle condizioni della nostra vita quotidiana. Se ci pensiamo come soggetti politici, dobbiamo pensarci anche come agenti di trasformazione e il neoliberismo fondamentalmente ha neutralizzato l’agire politico presentandosi come unica forma di vita. Il neoliberismo ci dice che “un fuori” da esso stesso non esiste, quindi la politica non è più trasformazione ma strumento di conservazione e amministrazione degli assetti di potere dati. La politica è diventata amministrazione, governance, e quel “realismo capitalista” denunciato da Mark Fisher sembra un nemico invincibile. Il mutualismo che si sta sviluppando da un anno a questa parte credo che sfidi anche queste logiche. Chiaramente vi sono grossi limiti strutturali: ad esempio, il più evidente è l’impossibilità di vivere e attraversare le piazze e lo spazio pubblico nelle maniere in cui lo abbiamo sempre fatto, tuttavia sono fiducioso a partire da queste pratiche sociali. 

F.T In che modo possiamo invece collocare le iniziative di ristoratori e commercianti che a più riprese hanno chiesto l’apertura delle loro attività? Mettendo da una parte l’aspetto più economico di tali richieste, possiamo leggerle come una forma di determinazione dello spazio che è, però, privato, e che rappresenta quindi quasi l’opposto di quelle forme di organizzazione collettiva di cui abbiamo appena parlato?

F.B. Certamente, a mio parere i ristoratori e commercianti si sono mossi in modo corporativo e attraverso le loro organizzazioni hanno cercato una sponda politica in quella nuova destra “trumpista” che in Italia oscilla tra Salvini e Meloni o in Spagna, recentemente, è ben rappresentata da Isabel Ayuso che ha vinto le elezioni di Madrid anche attraverso slogan come il riprendersi la libertà di bere una “caña” (birra) contro le restrizioni illiberali della sinistra. Non solo, vi è la volontà di determinare lo spazio in maniera privata, ma anche – a mio parere – l’interesse di “ritornare come prima” della pandemia senza riconoscere che quella normalità precedente era comunque un grande problema: una questione di classe, di razza e di genere. Mi spiego meglio: chiaramente sono solidale con chiunque abbia perso il lavoro o si sia visto ridurre drasticamente le possibilità di vita che aveva attraverso la propria attività lavorativa. Tuttavia, i ristoratori e commercianti che chiedono le riaperture non sono mai stati capaci di uscire dal proprio orticello del profitto e del fatturato: hanno continuato a concepire lo spazio pubblico come un luogo dove offrire più consumi possibili e il problema è l’impossibilità di poter continuare su quella via. Inoltre, la garanzia delle riaperture cosiddette “in sicurezza” è tutta da vedere all’opera, dato che conosciamo bene la capacità di svincolarsi dalle leggi che tutelano la salute dei lavoratori in nome del recupero dei profitti, e sono sicuro che, pur di avere un lavoro, molti ristoratori e commercianti troveranno sempre qualche dipendente che accetterà pessime condizioni lavorative, anche a rischio della propria salute. Ad esempio, la repressione di molte pratiche anti-sindacali e contro i diritti sul posto di lavoro da parte di commercianti e ristoratori, non incontreranno tutta quella inflessibilità del primo lockdown che ha visto anche elicotteri o droni inseguire persone che facevano sport in solitudine in una spiaggia o un prato. 

La pandemia ha inasprito le disuguaglianze e la politica non si interroga abbastanza su questo, al contrario cerca di garantire in maniera corporativa questo o quel settore per non avere troppi problemi di governo. All’interno di questo quadro, la questione spaziale – nel dibattito pubblico – o è assente o è sempre posta come problema privato e individuale. La funzione sociale di certi luoghi e spazi è completamente elusa in nome del “si salvi chi può” dentro un quadro sociale di stato di natura regolato dal neoliberismo selvaggio. Di fatto, molti dei ristoratori e commercianti chiedono che le piazze cittadine tornino ad essere i luoghi di consumo di sempre, così come le nostre città gentrificate e turisticizzate anche attraverso un certo tipo di fare commercio e ristorazione. 

F.T. Covid-19 e crisi del 2008: due crisi dalle cause totalmente differenti, ma entrambe con ripercussioni sullo spazio urbano. E’ possibile trovare delle similitudini tra questi due periodi e fare un confronto tra le conseguenze della crisi del 2008 e le possibili conseguenze del covid? 

F.B. Non sono uno studioso di economia, ma cercherò di offrire alcuni spunti di riflessione. Secondo me, sono crisi economiche simili rispetto alla conseguenze provocate sulla vita quotidiana delle persone (mi riferisco ad esempio alla disoccupazione, agli sfratti e al rimanere senza casa o senza altri servizi essenziali), ma differenti per il contesto in cui sono accadute e per le possibilità che abbiamo nell’espressione del conflitto sociale. 

In primo luogo, la crisi del 2008 è iniziata a partire da una bolla speculativa, soprattutto dettata dal mercato immobiliare statunitense. Non mi dilungo troppo, a tale proposito rimando alle ottime analisi di David Harvey. Le ricadute sullo spazio urbano sono state evidenti nel 2008, tuttavia la differenza con la crisi attuale avviata dalla pandemia è il modo in cui la pandemia stessa paralizza l’incontro tra esseri umani, il modo in cui tende a cancellare l’essere-in-comune di tutti noi. Nel 2008 i movimenti che si sono opposti alla crisi avevano un’agibilità maggiore per esprimersi, al contrario la pandemia necessariamente limita l’agibilità politica, dato che limita qualsiasi tipo di incontro umano nello spazio pubblico. Questo è il pericolo più grande ma anche l’aporia irrisolta più grande. Certo, possiamo scendere in piazza con la mascherina e tentare pratiche politiche in situazioni di sicurezza seguendo certi protocolli, tuttavia l’impossibilità di praticare l’incontro tra persone è un grosso limite per un modello orizzontale e collettivo di fare politica. Sono molto preoccupato per questa situazione e non ho risposte definite. Confesso che sono rimasto colpito dai movimenti sociali in Colombia che contro il governo Duque hanno dichiarato “Quando il popolo scende in piazza durante una pandemia, vuol dire che il governo è più pericoloso del virus”, decidendo di rischiare il contagio, perché i soprusi sul piano politico erano molto più intollerabili delle conseguenze del virus. Credo che per il momento siamo ancora di fronte a queste situazioni estreme.

In secondo luogo, la crisi del 2008 è stata una crisi endogena al sistema economico-politico plasmato dal neoliberismo, mentre l’attuale crisi della pandemia ci mette di fronte a una crisi con un più ampio raggio di contraddizioni. Infatti, questa seconda crisi intrattiene un rapporto con la natura e l’equilibrio ecologico degli ecosistemi. E’ la prima crisi ecologica dell’Antropocene ha detto Adam Tooze. Ad esempio, per la prima volta in una crisi economica, ci siamo chiesti se era giusto o no uscire di casa per “ritornare a lavorare”. Nella crisi del 2008 o in altre crisi economiche, non ci si è mai interrogati su questo: se c’era domanda di lavoro, a fronte della terribile disoccupazione, non ci si faceva troppe domande. Con questo vorrei dire che il capitalismo ha sempre incontrato dei limiti socio-ecologici, non è un sistema statico ma sempre in cambiamento; tuttavia, supera solo astrattamente e formalmente questi limiti, portando a crisi ancora più intense e devastanti. Ora, per la prima volta, siamo in un punto della civilizzazione umana in cui si inizia a compromettere l’ecosistema nel suo complesso e la vita stessa di ogni essere vivente. Il rispetto (o no) di questo limite definisce e definirà la sopravvivenza stessa di tutti gli esseri viventi, per questo ritengo che qualsiasi riflessione sulla pandemia e sulla crisi economica nata in seno ad essa non possa prescindere da una riflessione eco-socialista e eco-marxista.

Infine, per tentare di spazializzare la nostra analisi, vorrei evidenziare come l’iper-sviluppo del capitalismo non voglia fare i conti con i limiti imposti all’urbanizzazione, nemmeno di fronte a una simile pandemia. Dal 2007, per la prima volta nella storia della umanità, la maggior parte della popolazione mondiale vive in aree urbane: più del 55% secondo gli ultimi dati disponibili, quasi il doppio rispetto al 1950. Questo significa un grosso squilibrio tra “città” e “campagna”, tra l’obesità dell’urbanizzazione e la progressiva costrizione all’anoressia dell’ambiente naturale: com’è noto la previsione di Lefebvre di un’esplosione della società urbana planetaria si è realizzata. Di fronte a questa crisi ambientale (l’urbano deve sempre fare i conti con la questione dell’ambiente in cui è inserito e che trasforma e degrada), da un lato non si sta facendo ancora una seria riflessione a livello di politiche globali, come se le epidemie provocate dalla congestione urbana si risolvessero solo con le vaccinazioni; dall’altro, da un anno a questa parte, nei mass-media si sente solo il mantra degli “archi-star” (tra i quali Boeri e Fucksas) che ripropongono il cosiddetto “ritorno al mondo rurale e alla campagna”, come se fuggire dagli agglomerati urbani sia una soluzione praticabile su larga scala. Chi può permettersi questo “ritorno alla campagna”? Ovviamente, le persone più abbienti che possono affrontare i costi di questo trasferimento: dal costo dei trasporti privati (sappiamo ad esempio come le zone rurali italiane siano mal collegate tramite la rete di trasporto pubblico) fino all’affitto o all’acquisto di immobili. Le persone meno abbienti, invece, continueranno a vivere la campagna come zona periferica e marginale, dove magari si vive meglio delle zone urbane (e forse si paga anche un affitto più contenuto), ma comunque in quelle zone urbane ci si dovrà sempre recare per lavoro e per soddisfare altre necessità. 

Inoltre, il “ritorno alla campagna” può essere un processo che va di pari passo con esperienze virtuose di lavoro online: una condizione particolare che è possibile perché la divisione tra lavoro manuale e lavoro intellettuale è esasperata nella produzione capitalistica. Siamo di fronte comunque a uno squilibrio di opportunità. 

Un falso e equivoco dibattito sul “ritorno alla campagna” va demistificato rivedendo il modello di sviluppo spaziale che ha portato l’urbano ad una crisi multipla, in cui lo spazio è sotto il fuoco incrociato dei contagi del virus, della crisi economica e delle conseguenti speculazioni immobiliari, e – infine – di un equilibrio ecologico che non regge più l’impronta umana dettata dal sistema capitalista.

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